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La scuola serve a vivere meglio, non a produrre di più
(Nando Cianci)

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Scuolaslow è una piazza nella quale incontrarsi, discutere, raccontare le riflessioni, le esperienze, le pratiche intrecciate con l'idea di una scuola slow, vale a dire sottratta...

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RITSCHERdi Penny Ritscher, Giunti, Firenze, pp. 144, € 10,00

 

Di geremiadi sulle difficoltà di avere a che fare con le nuove generazioni sono infarciti i discorsi di molti insegnanti: i bambini e i ragazzi non stanno mai fermi, smanettano continuamente con aggeggi elettronici, vivono solo l’attimo presente e non si curano del contesto e della presenza degli altri. Il quaderno delle doglianze è lungo ed ossessivo. Ma se ci si ferma ad esso si vive l’esperienza educativa in modo superficiale e frustrante, si finisce con il sentirsi –più che degli educatori- dei badanti che non sanno che pesci prendere. Si soffre per questa condizione, ma si resta inadeguati.
   Che fare, allora, di fronte ad un mare così inquieto come quello in cui navigano adulti e bambini nell’esperienza educativa? Una cosa, innanzitutto: tener ferma la barra del timone e navigare, se necessario, anche “controvento”. Iniziando questa navigazione,
in modo pieno e consapevole, già nella scuola dell’infanzia. Proprio al primo ambiente nel quale i bambini iniziano la loro esperienza scolastica è dedicato l’ultimo libro di Penny Rirscher, una pedagogista statunitense che dal 1972 vive e lavora in Italia (Slow school. Pedagogia del quotidiano, Giunti, Firenze, pp.144, € 10,00; con una riflessione introduttiva di Gianfranco Staccioli). E’ qui, infatti, che deve iniziare la navigazione “controvento”. Se il vento della cultura dominante, alimentato da tante interessate “agenzie” (più o meno consapevolmente educative) esterne alla scuola spinge verso il consumo esasperato -cui si connettono un ritmo di vita sempre più accelerato e l’esaltazione dell’apprendimento parcellizzato- la nave della scuola deve disegnare una rotta che deceleri e selezioni, che privilegi il cammino rispetto alla meta, costruendo una comunità che cooperi con le famiglie e con il territorio. Con l’intento di «riequilibrare le esperienze dei bambini». Il manifesto di questo riequilibrio è espresso con parole semplici ma efficaci: «Sono troppo inquieti? E noi lavoriamo sulla calma. Non sanno più adoperare le mani? E noi lavoriamo sulla manualità, sulla progettualità, sulla creatività. Conoscono troppe cose in modo confuso? E noi lavoriamo sulla riflessione, sul senso delle cose e delle conoscenze (…). Sono troppo soli o troppo legati a se stessi e ai propri egoismi? E noi lavoriamo sull’ascolto, sull’assenza di giudizio, sulla disponibilità a capire ».
            Ma come si fa? Innanzitutto facendo della scuola dell’infanzia un’oasi di buon senso, valorizzando il suo essere «di fatto, una piccola comunità di persone che s’incontrano, convivono, condividono una vita quotidiana organizzata». Non mettendo, ovviamente, in secondo piano gli apprendimenti, ma cercando una loro “fusione” con la vita quotidiana e sottraendoli all’ansia di prestazione. A proposito di una tale “fusione”, il libro è ricco di suggerimenti e di esempi pratici tratti dall’esperienza e dall’osservazione della realtà. Un’osservazione che inquadra il tempo sempre in una maniera non ossessiva, che è per l’appunto indispensabile a escludere dalla scuola l’ansia di prestazione. Le attività programmate, così, non devono diventare un binario obbligato per marce forzate. E ancor meno devono essere le uniche: le iniziative «che emergono all’improvviso» devono, al contrario, essere vissute con animo aperto, con ascolto, con interesse. Proprio in queste attività i bambini mostrano spesso capacità sorprendenti nell’autorganizzazione, nella cooperazione, nella creatività, nella capacità di usare materiali poveri. A riprova, aggiungiamo noi, che l’ossessione di immergerli nel mondo dell’elettronica è tutta degli adulti di questa epoca e di questa parte del mondo, progressivamente incapaci di far scorrere la vita ad un ritmo umano.
            Attraverso, dunque, brevi racconti di episodi di vita vissuta negli spazi della scuola dell’infanzia si mostra come i bambini sperimentino, osservino, ragionino, manipolino, si relazionino con gli altri, giochino, sviluppino linguaggi, creatività, espressione. Si farebbe però torto allo spessore culturale dell’autrice se si presentasse tutto questo come manifestazione di uno spontaneismo mitizzato. Spontaneità ed organizzazione non le appaiono come termini antitetici. E’ il «paradosso pedagogico dell’informalità programmata»: gli spazi, il materiale, gli arredi vanno organizzati, gli adulti non devono scomparire, ma essere presenti senza essere invadenti, fornire occasioni di rielaborazione. Tutto ciò non porta a comprimere la spontaneità, ma a cercare nel quotidiano (tanto nelle attività “strutturate” che nella mensa, nella ricreazione, nel riposo e così via) le occasioni di gioco, apprendimento, relazione, approfondimento, secondo la saggezza delle indicazioni già formulate da Montessori ed Agazzi, con il tempo offuscate dallo «zelo cognitivistico».  
           Una impostazione educativa di tal genere ha bisogno, per svilupparsi, di tempo e di calma. Non deve indulgere all’idea che «più si fa, e prima lo si fa, meglio è»; né escludere, dall’idea di ciò che è “produttivo”, la sosta, l’ “ozio fecondo”, la lentezza dei tempi. Perché in una «scuola “slow” non c’è contraddizione tra stare bene e imparare, sono complementari». Proprio per ciò una scuola “slow” ha bisogno di insegnanti che abbiano anche essi un rapporto sano con il tempo, che non facciano sentire ai bambini “il fiato sul collo” generato dalla preoccupazione dei traguardi e dei rendimenti, che sappiano creare condizioni favorevoli alla crescita. Che sappiano, anche, osservare, ascoltare, intervenire senza invadere, esercitare una “regia educativa” che non miri a catechizzare gli attori, ma metterli in condizione di sviluppare il loro talento, cioè se stessi.

                                                                                                   Nando Cianci

 

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