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LAVORARE_LENTEZZA

di Bruno Contigiani, Dalai Editore, Milano, pp. 112,      € 13,00

 Bruno Contigiani, fondatore dell’associazione “l’Arte del Vivere con Lentezza”, non si nasconde il problema: la lentezza per alcuni può diventare una moda, un atteggiamento snob, una superficiale ostentazione di aristocratico distacco dal mondo. Nulla a che vedere, naturalmente, con i principi che sono alla base della sua visione della vita. Come emerge con chiarezza dal suo ultimo libro: Lavorare con lentezza, Dalai editore, pp. 120, € 13,00. Un titolo che, se ci si fermasse ad esso, potrebbe prestarsi ad un altro equivoco, da cui sgomberare subito il campo: quello di essere inteso come l’elogio della stravaccata e inconcludente inefficienza dei fannulloni che impiantano la propria pigrizia nei luoghi di lavoro.
           Ed invece siamo di fronte ad un inno al valore sociale ed etico del lavoro, alla sua dignità e al suo essere parte fondamentale della vita di ogni individuo. Un libro che, attraverso la enunciazione di principi e racconti di vita vissuta parla di etica, di educazione civica, di convivenza
solidale e di felicità individuale. Un libro che chiama all’impegno individuale e alla responsabilità della scelta, partendo da una critica implacabile al «crogiolarsi nella litania lamentosa di vivere in una società autoritaria e fagocitante che non lascia via di scampo», chiedendo ad ognuno di noi di «scegliere, giorno dopo giorno, di quale Italia far parte: l’Italia che funziona o l’Italia che non funziona; l’Italia operosa e creativa o l’Italia furba, cialtrona e fannullona; l’Italia delle idee, del bello e della gentilezza tanto amata all’estero o l’Italia delle chiacchiere, delle urla, dell’auto-denigrazione e delle lamentele; l’Italia che unisce e costruisce o l’Italia che divide, critica e distrugge, l’Italia onesta o l’Italia delle mille connivenze».
           Occorre, per operare una scelta corretta, una radicale ri-messa in discussione dell’atteggiamento verso il lavoro che ci viene indotto da una società che, nella sostanza, non rispetta questo aspetto fondamentale dell’esistenza umana. Un’opera di lunga portata che, per essere svolta, ci chiede di rallentare, di procedere scoprendo che lentezza fa rima con bellezza e gentilezza. E ci chiede, anche, di passare dalla dimensione iniziale dell’impegno individuale a quella collettiva: meglio «non intraprendere questo viaggio da soli». E’ in questa dimensione che si sviluppa il percorso etico lungo il quale il libro ci accompagna. Un percorso nel quale incontriamo, per primo, il valore della condivisione. E poi quello della economia della felicità. E, ancora una volta, quello del saper fondere insieme gli interessi individuali e collettivi. C’è un forte richiamo, qui, alla nostra Costituzione : non solo e non tanto al notissimo e citatissimo articolo 1, quanto piuttosto al secondo capoverso dell’articolo 4 che, traduce Contigiani, ci chiede di «coltivare i talenti personali a favore della comunità» e dà «un significato profondo, chiaro e completo al mio alzarmi ogni mattina per dedicare una parte così importante del mio tempo e della mia vita a costruire e produrre qualcosa». Con il che siamo arrivati al vero significato del lavoro: «svolgere, secondo le nostre possibilità e le nostre scelte, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società e non solo al nostro personale arricchimento o alla nostra vanità». Mettendoci passione e sacrificio, ma conservando sempre la capacità di sognare. Si riconferma, nello svolgersi di questo ragionamento, quanto dicevamo sin dall’inizio: questa ultima fatica di Contigiani è una riflessione sull’etica del lavoro, sulla sua funzione sociale, sul suo essere uno dei motori della felicità individuale (purché ci si allontani, beninteso, «dall’allucinazione del maggior profitto nel minor tempo possibile, anche a scapito delle persone e dell’ambiente»).
            Oltre che con una puntuale esposizione concettuale, i principi chiave che sono alla base della filosofia del lavorare (e del vivere) con lentezza, si dipanano, nel libro, tra ricordi, citazioni colte, spezzoni di film, testimonianza di vita di persone singole, anche con l’’ausilio di un’appendice nella quale si spazia da una delle lettere a Lucilio di Seneca alla conversazione con l’economista Tito Boeri, fino ai “Comandalenti del lavoro”. Attraverso questo variegato percorso, Contigiani sembra guardare il mondo “dal basso”, dal punto di vista dei tanti “signor nessuno” nei quali egli ha una fiducia smisurata. Si scopre, così, che è proprio questo “guardare dal basso” il modo migliore per vedere il mondo dall’alto, che è proprio da questa prospettiva che si riesce a scorgere la dimensione alta del lavoro e della sua connessione alla dignità dell’uomo.    
           Un’operazione, questa, condotta dall’autore in punta di piedi, senza la pretesa di pontificare su alcunché. In linea, del resto, con l'impostazione di fondo presente anche in altri suoi lavori: senza garbo, gentilezza, discrezione, capacità di ascolto non si dà la filosofia della lentezza. E non si fonda una corretta idea del Lavorare con lentezza, che –come abbiamo già detto- non è il fondamento dell’inefficienza, né la compagna della pigrizia. E’ invece –ed eccoci tornati all’educazione civica e alla Costituzione- rispetto per la collettività. E’, per dirlo ancora con le parole di Contigiani, «sinonimo di lavorare con amore e giusto ritmo, in armonia con le altre persone e con l’ambiente, con quella meravigliosa alternanza tutta orientale di velocità e rallentamenti, di accelerazioni e di pause» (con il che, sia detto di passaggio, si sfata anche quel luogo comune che vuole i cultori del vivere con lentezza come fondamentalisti che odiano la velocità: se nei precedenti lavori Contigiani spiega che vivere con lentezza significa anche accelerare quando occorre, qui fa dell’accelerazione una componente positiva di una “meravigliosa alternanza”). Dal non saper vedere questa armonia scaturisce un pianeta di depressi convinti che il fine del lavoro sia unicamente quello di arricchirsi e manipolare gli altri. Mentre, invece, prima vengono «la cultura e l’etica del lavoro. Senza questo passaggio il lavoro continuerà a essere solo una questione individuale e privata dove ognuno cercherà di fare il meno possibile traendo il profitto maggiore. E questo vale per l’imprenditore che chiude l’azienda alla prima difficoltà, per riaprire magari in Romania o in Cina, e per il dipendente scansafatiche con doppio lavoro. Con la scusa del mutuo da pagare ognuno si sente autorizzato a dare il peggio di se stesso. Ma possiamo ancora farcela». Come?
           Espellendo, per cominciare, dal proprio rapporto con il tempo la smania e l’affanno del sempre pieno (riempire ogni istante di impegni, veri o presunti) e dell’emergenza continua (bisogna fare tutto in fretta, pena la catastrofe). E’ un modo di vivere il tempo molto diffuso, per esempio, tra imprenditori, sindacalisti, politici ed economisti, in perenne auto-sballottamento tra convegni, salotti tv, lezioni all’università, presentazioni di libri. Tutti in preda ad una sorta di frenesia, per lo più verbale, che paradossalmente porta ala produzione del nulla: presi nel vortice delle chiacchiere, dilazionano all’infinito ogni intervento concreto. L’antidoto a questo agitarsi nel vuoto viene individuato da Contigiani nel tempo delle idee, quello, cioè, «dedicato alla coltivazione, alla cura e al raccolto delle idee». Il tempo sempre pieno porta al vuoto di idee, alla mancanza di coraggio e di fantasia, agli stereotipi dannosi, per esempio, sulle strade da seguire per uscire dalla crisi economica: l’incentivo al consumo esasperato, «capace di farci sentire in colpa se non partecipiamo in massa alla festa dei saldi di fine stagione». Il tempo delle idee, invece può far nascere il coraggio di immaginare e tentare altre strade, che portino a rallentare il ritmo dei consumi senza per questo creare meno lavoro. Perché, ad esempio, non si potrebbe vivere -invece che immersi in unna giungla di oggetti sempre nuovi e subito superati da modelli “più evoluti”, spesso insanamente inutili- incentivando la cultura, i servizi alla persona, alternanze del lavoro che liberino tempo per la vita di relazione e per debellare l’ansia? Certo, per cambiare indirizzo ci vorrebbero idee: «Ci vorrebbero la capacità di immaginare una società ed un modello di sviluppo economico diversi da quelli presenti, ma è matematicamente impossibile che una mente impegnata ventiquattro ore su ventiquattro a sparare ovvietà e vecchie ricette (…) riesca ad avere una visione di lungo raggio e innovativa». Certo, la religione della banalità dominante è sempre pronta a scomunicare come “utopia” ogni discorso relativo a diversi modelli di sviluppo. Ma, intanto, il modello e il modo di lavorare attuali, eticamente scorretti nei riguardi della persona, presentano un costo sul quale i sacerdoti del realismo glissano: « Non dimentichiamo il peso sociale delle spese sanitarie per tutte quelle persone che trasferiscono sul fisico il loro disagio emotivo, che si assentano dal lavoro stanche e sfinite psicologicamente e fisicamente». Del resto, aggiungiamo noi, i fasti determinati dal realismo dei custodi dell’attuale modello di sviluppo sono sotto gli occhi di tutti.
           Ci vogliono, dunque, lentezza (il tempo delle idee), coraggio e fantasia. Ingredienti che ci aiuterebbero a mettere a fuoco quel che abbiamo sotto gli occhi e non riusciamo a vedere. Per esempio: «Noi siamo un Paese del saper fare, ci sono migliaia di saperi sui mestieri e potremmo insegnarli a tutto il mondo. In fin dei conti una delle maggiori voci di bilancio della Gran Bretagna è l’insegnamento delle lingue, noi potremmo insegnare il meraviglioso linguaggio dei mestieri». Troppo arcaico rispetto ai canoni dell’impresa? Niente affatto: c’è gente che studia e sperimenta l’impresa lenta (il modello Camper) e, addirittura, la fabbrica lenta (per esempio il progetto di Giovanni Benotto): «Una lentezza che non sconvolge i programmi e fa bene ai bilanci in quanto coltiva qualità e talenti». E si può ricordare, a proposito di modelli, anche l’esperienza di Muhammad Yunus, l’ideatore del microcredito. E, poi, l’impresa non deve essere intesa sempre in dimensioni industriali: c’è tutto un proliferare di individui indaffarati a cercare e inventare lavori che diano anche soddisfazioni immateriali e che costituiscono un mondo del quale ci si occupa poco, ma che può dare molto alla soluzione della crisi. Entità che fanno pensare «che il mondo del lavoro sarà sempre più complesso, discontinuo, frammentato, di difficile o impossibile omologazione e che le vecchie ricette per aumentare i posti di lavoro siano oggi inapplicabili». In questo mondo Contigiani si immerge proponendoci una serie di racconti di chi ha mollato il “successo” (o neanche ha voluto conoscerlo) per assaporare la vita e una serie di spuntini di partenza per chi voglia scoprire la dimensione del lavorare lentamente. Una dimensione che può persino tentare di guarire i fannulloni frenetici gustosamente descritti con le parole di Luciano Bianciardi: «gente che non combina una madonna dalla mattina alla sera, e riesce, non so come, a dare l’impressione, fallace, di star lavorando. Si prendono persino l’esaurimento nervoso». Una figura alla quale se ne contrappone un’altra: quella consapevole che «salutare, sorridere, ascoltare, rispettare le persone, essere gentili, facilitare il compito dell’altro, gioire dei successi altrui e mettere in conto difficoltà e insuccessi personali sono comunque la base comune a tutti quanti aspirino a lavorare con lentezza». Una figura che non ha paura del cambiamento (come Contigiani ci ricorda citando per intero, con relativa traduzione, lo struggente canto di Mercedes Sosa Todo cambia) e che - soprattutto – sa condurre, con la dovuta lentezza (cioè con tutto il tempo che occorre) una personale ricerca che lo porti a vivere in accordo con se stessi, vale a dire (come ricorda un brano del prete operaio Mario Signorelli, efficacemente riportato in questo lavoro) a scoprire i “propri talenti”, la propria vocazione profonda.
           Una ricerca per la quale Bruno Contigiani con questo libro ci dà un contributo bello e prezioso, collocando il lavoro in un quadro etico di libertà personale e responsabilità sociale; aprendoci l’orizzonte ad una dimensione del saper vivere il tempo esteriore in accordo con il proprio tempo interiore; ricordandoci che non c’è vita, né lavoro, né dignità senza un profondo rispetto per la terra che abitiamo e senza una profonda capacità di ascoltare i nostri simili.

                                                                                                  Nando Cianci

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