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La scuola serve a vivere meglio, non a produrre di più
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Scuolaslow è una piazza nella quale incontrarsi, discutere, raccontare le riflessioni, le esperienze, le pratiche intrecciate con l'idea di una scuola slow, vale a dire sottratta...

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FONDATA SULLAArte, scienza e Costituzione
di Gustavo Zagrebelsky
Einaudi, Torino, pp. 140, € 12,00     

 

     Il sapere, spinto a gradi sempre più estremi di specializzazione, può portare alla paradossale situazione di accecarci, invece che illuminarci il cammino. Accade perché, l’iperspecialismo porta a frantumare il nostro campo di ricerca in particelle sempre più microscopiche. Sicché acquisiamo una capacità sempre più straordinaria di analizzare i frammenti, ma perdiamo quella di vedere le cose nel loro insieme, di dare un senso alle cose e alla vita.
            Persino la libertà e l’uguaglianza, che sorreggono visioni politiche illuminate, possono tramutarsi nel loro contrario, dando campo allo scatenarsi di «forze egoistiche produttive di effetti distruttivi della con-vivenza». Accade quando esse operano al di fuori di un «contesto societario».
            Si gioca anche attraverso l’esplorazione di questi ed altri paradossi l’ultimo lavoro di Gustavo Zagrebelsky, Fondata sulla cultura (Einaudi, pp. 120, € 10,00), che ci accompagna, attraverso una rigorosa difesa dell’autonomia e della libertà dell’arte e della cultura, alla ricerca di un cammino che ripristini la supremazia del “bene comune”. Si tratta, perciò, della cultura «come fatto sociale, che ha a che vedere con lo stare insieme, con il formare la società» e che è parte della “triade” che sta alla base della società, insieme alla economia e alla politica. Le quali, però, partecipano di una natura ambivalente. Organizzate in una costituzione, l’economia assicura i beni materiali e la politica garantisce ordine e sicurezza. Ma lasciate a loro stesse, «nella sfera economica troviamo divisioni e rivalità per acquisire proprietà; nella sfera politica ugualmente, per acquisire potere». In luogo di prosperità, ordine e sicurezza, economia e politica finiscono così per produrre disuguaglianze, conflitti, disgregazione sociale. E’ qui che entra in gioco la cultura, come fattore “terzo”, che fornisce una visione che sta al di sopra degli egoismi particolaristici e consente a tutti di riconoscersi in valori comuni che tengono unita la società (qui, attraverso una rapido ma affascinante excursus storico esemplificativo, ci viene mostrato come tali valori oltre a non essere gli stessi in tutte le epoche, finiscono spesso nel tramutarsi nel loro contrario) . Solo che, per esercitare tale funzione, la cultura deve mantenersi autonoma e libera. E qui cominciano le dolenti note. Sotto la lente scrutatrice di Zagrebelsky si materializzano –con la descrizione di “tipi” ai quali non sarebbe difficile dare nomi e cognomi- quanti si prestano ad una «attività intellettuale non libera, cioè asservita a interessi d’altra natura». Un’attività che «non è arte, né scienza: è prosecuzione con altri mezzi di politica ed economia». Una galleria che prende in esame l’intellettuale che si tramuta in consigliere o consulente, che si pone al servizio di qualcosa o qualcuno per garantirsi carriera e successo professionale. Caricatura dell’intellettuale organico gramsciano, che si poneva al servizio di un’idea e di forze sociali per conquistare l’ «”egemonia” per modellare il mondo: un compito certo ambiguo, ma indubbiamente non privo di grandezza» . Ecco, ancora, l’intellettuale che cerca il successo nell’ambito della propria funzione, per poi utilizzarlo nelle sfere della politica e dell’economia. Non ne esce meglio il tipo votato al conformismo, che per avere il consenso dei potenti e del senso comune rinuncia alla propria libertà, adeguandosi ai limiti che il potere pone al libero pensiero e a quel che il senso comune si aspetta di sentire.
            Questo scivolare di forze intellettuali lungo il pendio dell’asservimento, verso il quale Zagrebelsky non mostra alcuna tenerezza, viene inquadrato nell’ambito di processi che investono in profondità la società e, perciò, anche la cultura. Lo specialismo, che acceca la nostra capacità di vedere l’insieme, di cui si è detto, si accompagna al progressivo impoverimento del linguaggio verbale a vantaggio di linguaggi simbolici e settoriali (appannaggio di pochi gruppi, sempre più autoreferenziali) e ci spinge a vivere il tempo nella dimensione dell’istante, rendendo sempre più difficoltoso il praticare i tempi “distesi” dello studio e della riflessione. E’ il prevalere della comunicazione istantanea (quella della chat e dei «suoi fratelli »), in cui tutti parlano di tutto solo per aderire e dissentire (senza che si dia progresso delle conoscenze), finendo per lo più con l’abbandonare l’oggetto di discussione e con il concentrarsi sugli interlocutori, per effondere su si loro insulti irrevocabili. E’ il trionfo di una visione che non crea comunanza, che non lascia spazio alla costruzione di senso. E che ha l’ossessione di valutare tutti in termini economicistici.
            Anche la ricerca della felicità viene sottoposta al criterio della misurazione che dà un valore ed un prezzo a tutto, anche alle cose non strettamente materiali, come le competenze, la cultura, la creatività. Le idee frutto della creatività, ad esempio, vengono valutate positivamente se concorrono all’innovazione e, in definitiva, alla capacità di produrre beni materiali, nei quali continua ad identificarsi la ricchezza. Ciò che non concorre a tale ricchezza non è considerato fattore di felicità: «Un’idea che non produce innovazione nel mercato delle merci, materiali o immateriali che siano, ma produce semplicemente piacere, consapevolezza di sé, arricchimento ed elevazione spirituali, di per se non vale nulla». E’ l’innovazione continua di cui ha bisogno il consumismo e che presiede anche alla competitività.
            In realtà, obietta Zagrebelsky, anche le idee sono fonti di piacere, in quanto soddisfino nostri bisogni, inclinazioni e desideri: quelli di conoscere, di risolvere, di comprendere, di progettare e di sognare. In base ad esse, la nostra mente registra, classifica, analizza, interpreta (colloca le «conoscenze acquisite in quadri d’insieme nei quali i singoli tasselli assumono significati in relazione ad altri»), risolve problemi teorici e pratici (quando non sappiamo farlo ci rivolgiamo ai “tecnici”, tanto nella vita privata che in quella pubblica), progetta, sogna e spera. E’ particolarmente nel progettare che la mente produce idee destinate a confliggere con quelle provenienti da altre concezioni della realtà. Idee “divisive”, come si dice. Governare le divisioni che ne scaturiscono, evitando che esse assumano una funzione distruttiva, ci riporta al punto di partenza del libro: alla parcellizzazione delle conoscenze (in un parallelismo che, naturalmente, non ha nulla di meccanico) corrisponde una frammentazione estrema di elementi nella vita sociale, la mancanza di “visioni d’insieme”. Con una spinta che neanche il tradizionale concetto di corporativismo è più sufficiente a spiegare: «Ciascuna categoria, frammentata a sua volta fino all’individuo con i suoi problemi personali, si rivolge alla politica, pone le sue domande e la costringe ad arrancare». La politica, di fronte a ciò, «retrocede»: anch’essa, a corto di idee progettuali, partecipa della diffusa acutissima vista riguardo ai particolari e della cecità riguardo al generale. Di qui la necessità di ridare la vista alla politica, cioè di «ricominciare a parlare di idee generali e progettuali», senza farsi ingannare dal fatto che un’ideologia “unificante” esiste già: quella della legge del mercato, presentata sotto il segno della necessità inarrestabile. Ma si tratta di un’idea impolitica, perché non dà possibilità di fare delle scelte.
           Se l’impolitica si sposa con la frammentazione delle conoscenze e della società, la speranza della democrazia risiede, allora secondo il nostro autore, in coloro che “non sanno”. O meglio, in quelli che non sanno “specialisticamente” e, proprio per ciò, «possono guardare le cose allontanandosene un poco, per vedere le connessioni, cioè per formare cultura politica». Non basta, per questo compito immane, la buona volontà dei singoli. Occorrono «strutture sociali, partiti o movimenti d’idee strutturate, cioè strumenti sociali che, comunque, sappiano trasformare il particolare in generale». L’inadeguatezza dei partiti politici come li conosciamo non può annullare questa evidenza. Occorre, ancora, poter contare sulla integrità delle professioni intellettuali, che faccia circolare nel sapere una linfa unificante. Occorre, infine, un governo che non “governi le idee”, ma predisponga «condizioni e istituzioni perché esse si possano produrre, possano circolare, incontrare, alimentare reciprocamente». Zagrebelsky non si nasconde come tutto ciò possa assomigliare ad un libro dei sogni, ma proprio per questo ci richiama alla necessità di contribuire, ognuno di noi, a far vivere «una società dove si proceda passo a passo nel contrastare gli egoismi corporativi; dove non si sia corrivi nei confronti dei falsi intellettuali; dove si incalzino i governi perché assumano impegni per la cultura». Ci richiama, cioè, all’esercizio del pensare, del progettare, dell’avere indirizzi per l’azione. E ad avere la forza di sfuggire alla dittatura dell’istante per affidarsi alla paziente tenacia della durata e del tempo.  (n.c.)

 

L’incipit: Poiché mi sono proposto di trattare di qualcosa che denominiamo cultura; poiché dunque mi sto per avventurare in uno spazio illimitato dove, in assenza di limiti, la sorte piú probabile sarebbe la perdizione, stabiliamo di comune accordo un confine che è anche una precauzione. Cosí non ci si aspetterà di trovare nelle pagine che seguono quanto non è nelle intenzioni. La prospettiva, limitata ma pur sempre vastissima, è il valore costituzionale della cultura e il posto ch’essa occupa nella Costituzione: un posto tra le fondamenta. «Fondata sulla cultura», possiamo dire della Repubblica democratica, pur se questa formula – «fondata su…» –, nel testo della Costituzione, è riservata al lavoro. Ma anche la cultura è lavoro, spesso duro lavoro, non evasione o diletto. Dedicandoci alla cultura, onoriamo dunque l’art. 1 della Costituzione cercando di «contribuire al progresso spirituale della società», come vuole l’art. 4 della nostra Carta.

  

L’autore: Gustavo Zagrebelsky è professore emerito di diritto costituzionale all’Università di Torino. Ha pubblicato, tra l’altro, presso Einaudi, Il diritto mite (1992), Il «crucifige!» e la democrazia (1995 e 2007), La domanda di giustizia (con Carlo Maria Martini, 2003), Principî e voti (2005), Imparare democrazia (2007), Intorno alla legge (2009), Sulla lingua del tempo presente (2010), Simboli al potere (2012) e Fondata sul lavoro (2013).

 

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