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(Nando Cianci)

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Scuolaslow è una piazza nella quale incontrarsi, discutere, raccontare le riflessioni, le esperienze, le pratiche intrecciate con l'idea di una scuola slow, vale a dire sottratta...

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   di Nando Cianci

"Farmaco capace di influenzare l’attività psichica, normale e patologica”, la definisce il dizionario Treccani sul web. Psicofarmaco è una parola che si inoltra sempre più, con gran dispiegamento di truppe, nei territori dell' infanzia e dell'adolescenza.

Nel caso dei bambini autistici, ad esempio, una ricerca di qualche anno fa mostra come il 64 per cento di essi, negli Stati Uniti, sia in terapia con farmaci psicotropi. Ce ne informa Il Corriere della Sera dello scorso 25 ottobre. La maggior parte di tali bambini ha oltre 11 anni, ma i farmaci vengono somministrati anche al 33 per cento dei bambini autistici compresi tra i 2 e i 10 anni e al 10 per cento di quelli con un anno o meno. Insomma: si comincia praticamente dalla culla, come ricordava qualche anno fa (12 luglio 2012) La Repubblica, riferendo che in quel Paese (dove la corsa agli psicofarmaci è cominciata prima che da noi) sta arrivando la Medication Generation, quella che sta smarrendo “la coscienza di sé”. Secondo il National Center for Health Statistics, il 5 per cento dei ragazzi tra 12 e 19 anni usa antidepressivi. Un altro 6 per cento usa farmaci contro “il disordine da deficit d’attenzione e iperattività” (ADHD). Tra i dodicenni che prendono antidepressivi, il 62 per cento li usa da più di due anni, il 14 per cento da più di dieci anni, cioè dall’asilo. Impasticcati nel mentre la loro personalità si va formando: quindi persone nelle quali non vi è una “concezione di sé” precedente al trattamento medico. Il che rende difficile persino misurare gli effetti della pillola sulla loro personalità. Molti ragazzi addirittura fingono di soffrire di ADHD e si fanno prescrivere gli stimolanti in vista di esami e di altri periodi scolastici particolarmente impegnativi. Quello che nello sport è il doping. Naturalmente tutto ciò è aumentato dopo il 1996, quando è stata permessa la pubblicità dei farmaci fai da te per i cosiddetti disturbi mentali. In Italia non siamo ancora a questi livelli di consumo nell’adolescenza, ma sull’insieme della popolazione siamo passati, dalle 15 persone su mille che nel 2001 prendevano un antidepressivo al giorno, alle 36 persone del 2011. In 10 anni più del doppio.

          Come spiegare questo massiccio ricorso ai farmaci, che nel caso della Medication Generation ha effetti sconvolgenti su ogni possibile azione educativa?

          Una prima ipotesi può essere individuata nelle pressioni dell’industria farmaceutica. Ipotesi non peregrina, se si consideri che «le vendite complessive di psicofarmaci sono aumentate dai 2,8 miliardi di dollari del 2003, ai 18,2 miliardi del 2011 » (La Stampa, 17 dicembre 2013).

Ma le pressioni relative all’uso degli psicofarmaci trovano un fertilizzante assai efficace in una diffusione a più ampio raggio della cultura terapeutica, che trasforma ogni disagio del crescere e del vivere in un che di patologico da affrontare con le cure mediche, possibilmente farmaceutiche. Scrive il filosofo Pier Aldo Rovatti a proposito dei contraccolpi del trauma subito dalla popolazione degli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001: «In breve, si sanziona che l’America è malata e deve essere curata. La malattia è lo stress o, se preferiamo, il disagio psichico. Una malattia sottile, di conio assai recente, impalpabile al punto da sembrare quasi invisibile, quanto meno ipotetica, certamente al di fuori di ogni controllo oggettivo. Una malattia che si presenta infine come malattia indotta, alla lettera immaginata. E che, soprattutto, induce il bisogno di essere curati e la necessità di offrire cure. E’ solo l’esempio più eclatante della diffusione capillare, oggi in atto, della cultura terapeutica il cui punto di presa sulla gente è precisamente il sentimento di una crescente inadeguatezza personale di fronte alla gamma dei pericoli reali, dall’esposizione nelle vicende della vita privata all’impreparazione di eventuali scacchi sul lavoro, su su fino ai pericoli globali (attentati, ecc.)»[1].

Ogni occasione è buona, dunque, per inondare di psicofarmaci la società. E, una volta che trova la forza di propagarsi, l’onda va a lambire anche i bambini. Con il rischio di travolgerli fino allo smarrimento, per molti, della propria “coscienza di sé”. Cioè della capacità di vivere la vita con consapevole identità. Lavorare alla formazione di persone libere, critiche, consapevoli e responsabili significa perciò oggi, per la scuola e per le famiglie, anche non sottovalutare questo fenomeno, non farsi tentare dalla scorciatoia farmaceutica di fronte a problemi che richiedono di essere affrontati per altre vie, attraverso un impegno costante, anche duro e faticoso, ma vitale, degli adulti. Non dimenticando che, quando fenomeni e disagi sono assai diffusi, la soluzione non può stare nel medicalizzare l’intera società, dentro la quale occorre cercare ed affrontare le cause di tali diffusioni. Continuando a lavorare all’educazione dei singoli, ma vedendola sempre all’interno della «costruzione di legami affettivi e di solidarietà capaci di spingere le persone fuori dall’isolamento nel quale la società tende a rinchiuderli»[2].
          E non dimenticando, anche, che a volte siamo proprio noi adulti a generare situazioni di ansia eccessiva nei bambini, gravandoli del peso delle nostre attese di prestazioni (scolastiche, sportive, artistiche, ecc.) eccellenti e organizzando, a tale scopo, le loro giornate con carnet di impegni spropositati. Giornate che, in certi casi, si concludono con la somministrazione di uno psicofarmaco.



[1]Pier Aldo Rovatti, La filosofia può curare?, Raffaello Cortina, Milano, 2006, pp. 25-26.

[2] Umberto Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli, Milano, 2007, p. 30.

COMMENTI

Sono totalmente d’accordo con quanto scritto nell’articolo e vorrei portare a sostegno due brevi episodi accadutimi.
Il primo è un ricordo personale. Quando mia figlia, frequentava la scuola elementare, circa quindici anni fa, all’uscita di scuola eravamo soliti, nelle giornate di sole, andare a fare merenda ai giardinetti con i suoi amici. Io non ero solita impegnare i suoi pomeriggi con sport e corsi vari; solo una volta a settimana, per motivi di salute, frequentava le lezioni di danza da lei scelte.
Abitando in città, pensavo le facesse piacere trascorrere qualche pomeriggio all’aria aperta,con i compagni e le compagne con le quali andava più d’accordo ed io, intanto, trascorrevo un’ora in compagnia delle altre mamme.
Ma un giorno lei, bambina molto socievole la cui compagnia era apprezzata da maschi e femmine della classe, mi disse: “Ti prego, mamma, andiamo a casa! Voglio stare un po’ da sola, nella mia cameretta, con i miei libri e i miei giochi …. e un po’ di silenzio”.
Meditai a lungo con il suo papà su quelle parole, sul valore dello “stare un po’ da soli”, sulla capacità di stare da soli, sul valore del silenzio dopo una giornata trascorsa in una sorta di “girone infernale”. Intervallo e mensa, dovrebbero essere i momenti di relax, ma nelle scuole si trasformano in momenti di rumore pazzesco, dato dall’alto numero di bambini che parlano e gridano tutti nello stesso ambiente.
Da allora ascoltai molto di più i suoi desideri e le sue esigenze di tranquillità, che non erano manifestazioni di pigrizia, ma necessità di tranquillità e riflessione che aiutano a crescere almeno quanto la capacità di stare con gli altri, perché sviluppano la capacità di stare con sé stessi.
Il secondo episodio riguarda la mia professione di insegnante di scuola primaria.
La mamma di una mia alunna, preoccupata per le “difficoltà di apprendimento” che lei rilevava nella figlia, si è rivolta alla asl della zona. In sede di anamnesi, lei stessa riferisce alla neuropsichiatra di alcuni episodi di aggressività avvenuti a scuola e a casa, con il fratello maggiore.
La asl invia alle insegnanti una check lista da compilare, nessun colloquio per sentire come si comportasse globalmente il bambino a scuola, o cosa pensassero le insegnanti di lui.
Nell’incontro successivo la specialista dice alla mamma che sospetta una sindrome ADHD, che necessita un approfondimento diagnostico e che, intanto, consigliava di iniziare una terapia farmacologica. La mamma rifiuta. Qualche tempo dopo, poiché la bambina tende ad ingrassare, la porta da una dietologa pediatra e le riferisce anche degli episodi di aggressività e del “nervosismo” che la piccola manifestava. La dottoressa prescrive una dieta (peraltro non rigida) povera di carboidrati e dopo qualche settimana già si vede un cambiamento nei comportamenti della bimba, che mutano nuovamente appena la dieta viene sospesa.
Io non sono medico e non ho gli strumenti per spiegare l’episodio. Dico solo ciò che osservo. E quotidianamente osservo sempre meno attenzione degli adulti all’educazione dei bambini, alla loro alimentazione, ai giochi che usano, a come trascorrono il loro tempo libero, al di là del sovraccarico di impegni dettati dalla smania degli adulti di far realizzare ai loro figli ciò che non hanno potuto o saputo realizzare essi stessi. E noto che molti bambini non sono sereni come dovrebbero essere alla loro età.
                                                                                                             Francesca Merlo

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