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                                           di Nando Cianci

Somari è l’ l’epiteto con il quale il presidente del consiglio italiano ha recentemente gratificato gli studenti precipitati nell’insuccesso scolastico. Collocandoli, per giunta, in posizione di castigo, dietro la lavagna1. L’espressione è antica e viene usata anche nella variante del sinonimo asino. In certe scuole, in altri tempi, c’era un apposito banco degli asini.

I ricordi di molti anziani contengono scene di bambini mandati in giro per il paese, preceduti da una campanella che richiamava su di essi l’attenzione dei passanti, con delle orecchie d’asino di carta sovrapposte a quelle fornite dalla natura. O con, appeso al collo, un cartello che li qualificava, per l’appunto, come asini. Non mancano, al riguardo, noti riferimenti letterari, il più illustre fra i quali nato anch’esso nella terra del premier: la metafora della trasformazione in "ciuchini" dei frequentatori del paese dei balocchi, inserita da Carlo Collodi nelle Avventure di Pinocchio. Il presidente, naturalmente, ha usato il termine in senso retorico, per spiegare ciò che gli italiani non sono e magnificarne, così, il suo contrario: l’essere al livello dei primi della classe. Per quanto inserito nel contesto di una comunicazione che si voleva efficace e diretta (anzi: forse proprio per questo) il ricorso alla definizione di somaro è indicativo di un’idea dell’apprendimento che continua a serpeggiare, qui e là, nel senso comune.
Un’idea che fa dell’apprendimento una questione che riguarda solo lo studente: se questi impara è bravo, se non impara è asino. Echi superstiti di una tale superficiale semplificazione si trovano ancora in qualche sparuto manipolo di insegnanti. In quelli, cioè, meno preparati, che pensano che il loro lavoro consista solo nell’insegnare a risolvere un’equazione o nel commentare un canto della Divina Commedia. Certo, consiste anche in quello. Ma non basta “trasmettere” contenuti: il livello più vero e più alto dell’insegnamento sta nel fare amare la matematica, la letteratura, le scienze, la musica, le altre arti. E’ da ciò, più che dalla quantità (anch’essa importante, per carità) delle nozioni, che dipende l’avvenire culturale (che è come dire la vita) della società e dei singoli individui che la compongono.
Definire come somaro, pertanto, uno studente che apprende poco e male, significa caricare solo su di lui la responsabilità dell’ “insuccesso”. Da tale responsabilità, beninteso, lo studente non deve essere sollevato, se lo si vuole aiutare a crescere. Ma, per quanto ciò sia fondamentale, l’esito negativo dell’apprendimento va ascritto in buona misura al fallimento della relazione educativa. E, dunque, alla difficoltà (a volte all’incapacità) degli adulti a motivare i giovani allo studio, a far amare loro le espressioni più alte della creatività e della ricerca umane.
Dai tempi di Collodi, per la verità, la pedagogia qualche progresso l’ha fatto. Ha imparato, ad esempio, che il vero senso della valutazione di un alunno è quello di trovare le strade per superare gli ostacoli, soggettivi ed oggettivi, che ne frenano la crescita culturale. E che, in questa ottica, vanno analizzati comportamenti, modi di approcciarsi agli studi, manifestazioni di sentimenti negativi in un determinato contesto. Tutto ciò è l’esatto contrario dell’etichettare l’alunno con giudizi che finiscono con il riguardare l’insieme della sua persona (come, appunto, l’epiteto di somaro). Si preferisce, perciò, ad esempio, parlare di motivazione, piuttosto che di pigrizia e simili; di cose, cioè, sulle quali l’azione educativa può intervenire, accendendo un fuoco nell’animo di chi studia, piuttosto che di presunte caratteristiche dell’individuo (tipo la svogliatezza) per arginare le quali poco si potrebbe fare. Anche riguardo all’idea di somaro, uno dei campanelli di rivolta più efficaci è stato suonato, curiosamente, in terra toscana, da Don Lorenzo Milani e dai suoi ragazzi di Barbiana.
Circa, infine, la loro elevazione a simbolo di negligente ignoranza, i diretti interessati, vale a dire i somari veri, potrebbero forse avanzare qualche obiezione. Per esempio: perché si evidenzia la testardaggine e l’ostinazione e non si considera, nelle metafore scolastiche, le loro doti di umiltà e di laboriosità?
Del resto, l’associazione del somaro all’alunno dallo scarso “rendimento” appare ancor più anacronistica oggi, quando l’essere umano si è dovuto clamorosamente ricredere sul rapporto tra l’asino e l’istruzione, come leggiamo su la Repubblica del 9 agosto 2013: «Pazienti e dolci con bambini e disabili, sono utilizzati per corsi di “Onoterapia”, spiega Alberto Minardi, presidente dell’Associazione Italiana Allevatori di Razza Asini, aiutano il paziente a ridurre lo stress, alleviare le difficoltà emotive e migliorare la comunicazione. Sono sempre più richiesti nelle situazioni difficili e la loro pazienza è tale che ottengono risultati incredibili».
Insomma: il posto dell’asino non è più dietro la lavagna, ma addirittura a fianco del maestro. Una bella rivincita, dopo secoli nei quali ha sopportato con «filosofica tristezza»2
una discutibile nomea.


1 «Non siamo alunni somari da mettere dietro la lavagna, siamo l’Italia. Riprendiamo l’orgoglio di essere italiani» ha dichiarato Renzi al Tg5 del 16 marzo 2014.

2 Per dirla con John Steinbeck, che ne I pascoli del cielo ( Mondatori, Milano, 1965, p. 117) così narrava di un cavallo ridotto ad una condizione asinina.

 

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