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La scuola serve a vivere meglio, non a produrre di più
(Nando Cianci)

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       di Nando Cianci

 

“Essere competitivi” è diventata un’espressione indiscutibile, un comandamento, che porta con sé un corollario: la competizione è il motore dell’umana convivenza. L’obbedienza a tale comandamento esige una continua

tensione verso lo scopo da raggiungere, un perenne stare all’erta per posizionarsi meglio, un continuo correre per stare un metro più avanti degli altri. La cultura della competizione e della corsa frenetica che ad essa è connaturata –oltre che dominare il discorso pubblico e le tensioni degli economisti- mette fuori gioco le persone anziane, le quali, si sa, «sono meno reattive rispetto alla loro giovinezza, al volante dell’auto hanno comportamenti a volte esitanti e perdono tempo a imbustare la spesa alla cassa del supermercato. E allora? Sacrilegio! Ci fanno perdere tempo. In passato considerati saggi, una ricchezza per la società, gli anziani oggi vengono visti come coloro che ci impediscono di andare veloci»[1].  

Una tale cultura condiziona pesantemente anche la crescita dei bambini, perché spesso si impadronisce, a volte a loro insaputa, di tanti genitori e tanti insegnanti quando si convincono che bisogna addestrare le persone sin da piccole a competere, perché, se non acquisiscono al più presto gli strumenti per gareggiare, soccomberanno da adulti nella dura competizione della vita. E così gli adulti rimpinzano il tempo dei bambini con mille attività, nella convinzione che più cose facciano più siano stimolati e più sviluppino intelligenza e creatività.           

   Sull’iperattivismo di questi “bambini Abarth”[2], spinti in maniera ossessiva dai genitori verso il successo, Daniel Pennac ironizzava già un ventennio fa: «pianoforte dalle cinque alle sei, chitarra dalle sei alle sette, danza il mercoledì, judo, tennis, scherma il sabato, sci di fondo ai primi fiocchi di neve, corso di vela ai primi raggi di sole, ceramica i giorni di pioggia, viaggio in Inghilterra, ginnastica ritmica... Nessunissima possibilità lasciata al più piccolo quarto d'ora di faccia a faccia con se stesso.  Guerra al sogno!  Dagli alla noia! La bella noia... La lunga noia... Che rende possibile la creazione ...»[3].
   Non occorre molta fatica per scorgere che il terrore del tempo vuoto e la connessa ansia abitano innanzitutto gli adulti e si manifestano anche quando questi ultimi non organizzano per i bambini una fitta rete di impegni strutturati. Molti adulti si spaventano se vedono che un bambino se ne sta per un po’ solo e isolato. E lo assalgono con domande sul suo stato e con proposte di rioccuparsi immediatamente in qualcosa di visibile e di tangibile. Invece una solitudine agìta di tanto in tanto  risponde ad un bisogno che aiuta la crescita: il tempo non va riempito per forza.  essendo anche «silenzio, sguardo, ascolto, solitudine»[4]. Tra parentesi: l’ansia genitoriale persiste anche quando i figli crescono: l’inquietudine dei giovani preoccupa, appare il segno di qualcosa che non va, di una crescita che non procede in una direzione diritta, che sbanda e crea incertezza.  E’ questa naturale,  ma irrealistica, aspirazione a vedere i figli sempre e comunque felici, sempre sereni, a non far comprendere che si tratta di una situazione del tutto naturale, che i ragazzi vanno cercando la loro identità e che questa ricerca procede per acquisizioni e perdite, progressi e battute d’arresto, certezze che sembrano indiscutibili e che un momento dopo crollano. Procede, insomma, in modo inquieto. Cioè naturale.
   E’ questa ansia di vedere i figli procedere a vele spiegate verso il successo a far dimenticare che la dimensione più confacente alla  vita umana non è la competizione, ma la cooperazione.



[1] (S. SZERMAN, I. GRAVILLON, L’arte della lentezza, Edizioni Messaggero, Padova, 2011, p. 18).
[2] L’espressione è stata coniata da P. CREPET, che nel suo Non siamo capaci di ascoltarli, Einaudi, Torino, 2001, scrive: «Ricordate le utilitarie di moda negli anni Sessanta? All’esterno erano delle normali Cinquecento o Seicento, eppure sotto il cofano avevano motori truccati, esagerati e roboanti per far colpo sulle ragazze. Avevano un difetto: duravano molto poco. I bambini Abarth non si riconoscono dall’esterno ma il loro cervello è stato truccato per farli andare al massimo, costantemente fuori giri». Il che porta, molto spesso a risultati umanamente preoccupanti: «Molti dei percorsi che portano un adolescente a farsi del  male nei tanti modi possibili iniziano da una perfezione forzata, da una coazione all’assoluto. Genitori, insegnanti, allenatori, preti hanno un ruolo e una responsabilità: la competizione non è per tutti e soprattutto non seleziona i migliori, solo i meno sensibili» (pp. 12 e 14). Nello stesso libro Crepet  ricorda, inoltre, che la scuola deve «essere anche un luogo mite, capace di insegnare a sopravvivere anche a quei bimbi che non vogliono diventare gladiatori ma persone sensibili» (p. 7). Sullo stesso argomento cfr. anche N. CIANCI, I mercanti e il tempio, Nuovo Mondo, Paglieta, 1993, nota a pp. 138-139.
[3] D. PENNAC, Come un romanzo, Feltrinelli, , Milano, 1993, p. 53.
[4] Cfr.  P. CREPET, op. cit., pp. 20-22.

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