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La scuola serve a vivere meglio, non a produrre di più
(Nando Cianci)

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Scuolaslow è una piazza nella quale incontrarsi, discutere, raccontare le riflessioni, le esperienze, le pratiche intrecciate con l'idea di una scuola slow, vale a dire sottratta...

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      di Nando Cianci
Penelope è l’autrice-disfattrice della celebre tela, cantata da Omero.
‘A carogna è il “nome d’arte” di un personaggio per il quale in questi giorni vanno pazzi, per così dire, un po’ di uomini delle istituzioni e qualche frotta di giornalisti. Cosa ha a che fare l’uno con l’altra? Forse una sotterranea associazione di pensiero, come può

suggerire il capitolo di un libro apparso nel 2007, poco dopo la morte di due vittime del cosiddetto calcio violento (il dirigente di una squadra dilettantistica calabrese, intervenuto per sedare una rissa a fine partita, e l’ispettore di polizia Filippo Raciti, ucciso dopo una partita a Catania). Lo riproponiamo qui, dopo 7 anni, per rilevare come questo sia un problema che esiste, e che viene dibattuto, da molto tempo e che –ad ogni nuova esplosione- viene trattato come se si trattasse di una novità.

               Capita spesso di leggere che Jean Paul Sartre definì il calcio come “la metafora della vita”[1]. Altri preferiscono definirlo come “come metafora della guerra”[2]. Gli schieramenti tattici, i movimenti sul campo, l’agonismo fisico e mentale, il colpo di genio che sconvolge e ribalta l’andamento della competizione, Davide (la piccola squadra di provincia) che può sconfiggere Golia (il blasonato club metropolitano), l’abbattere le difese dell’avversario espugnando il simbolo della sua resistenza (il pallone che si infila nella rete) darebbero vita ad una rappresentazione nella quale, tramite il gioco, attori e spettatori risolvono positivamente tensioni e pulsioni anche violente che, per quanto represse, sono comunque presenti nell’animo umano. Un po’ come nelle fiabe che, attraverso la dimensione fantastica, abituano i bambini ad accettare che nel mondo esistono, oltre alle bellezze e alle gioie, anche il dolore e la morte.

          La fiaba del calcio, però, da un bel pezzo non funziona più. In certe drammatiche circostanze quello che una volta era un gioco, più che la metafora della guerra, sembra essere la guerra stessa. Gli ultimi due episodi luttuosi accaduti in Calabria e in Sicilia non sono certo delle metafore. Materialmente, certo, le violenze sono opera di minoranze esigue, rispetto ai milioni di persone che si divertono con il calcio. Ma intorno a quelle minoranze c’è un mondo di interessi assai consistenti che lavora quotidianamente ad enfatizzare ogni avvenimento del circo calcistico come se si trattasse di questione decisiva per l’avvenire dell’umanità.

          Al centro di questa rappresentazione, quasi sempre, c’è l’esaltazione del risultato ad ogni costo. Che conta sempre e comunque vincere è un imperativo categorico che viene ripetuto in ogni dichiarazione, da quasi tutti i presidenti, gli allenatori, i calciatori. Che conta divertirsi, far gustare al pubblico un bello spettacolo, fare in modo che il calcio resti soprattutto un gioco sono ormai concetti che vengono rispolverati solo nelle occasioni drammatiche, come quella di Catania, quasi ad esorcizzare il peso della tragedia. Che in Italia occorra cominciare ad educare i giovani (e non solo essi) all’idea che il termine “perdente” non è un insulto, ma che esiste nello sconfitto una dignità almeno pari a quella del vincitore, quando si è “combattuto” al massimo delle proprie possibilità e con piena lealtà, è una urgenza avvertita da pochi solitari circondati dallo sguardo di compatimento che si riserva a chi è fuori dal mondo.

          Si riversano, naturalmente, negli episodi di violenza, anche tensioni, organizzazioni, obiettivi che usano il calcio per altri fini. Ma è un fatto, ormai, che centinaia di poliziotti e carabinieri, ogni domenica, vengono sottratti ad altri e più importanti compiti di tutela della sicurezza di tutti per vigilare su un “gioco”. Che questure di mezza Italia lavorano dal lunedì alla domenica per scambiarsi informazioni e organizzare la vigilanza su colonne di tifosi in trasferta, dal momento in cui partono a quello in cui arrivano. Che danni consistenti vengono inflitti al patrimonio pubblico prima e dopo le partite. Che in certe domeniche e in certe tratte una tranquilla famiglia italiana, e ancor meno una ragazza sola, non possono viaggiare su un treno senza essere fatto oggetto di lazzi e atti di bullismo da parte dei “tifosi”. E senza sopportare una straripante cattiva educazione. E’ un fatto, anche, che non pochi genitori seguono i campionati giovanili in cui sono impegnati i figli con cipiglio aggressivo verso gli arbitri, verso i calciatori e i tifosi avversari, verso chiunque venga ritenuto un ostacolo alla vittoria e, perciò, alla carriera del proprio figlio. Che vorrebbero, ad ogni costo, proiettato verso il massimo del successo e della retribuzione.

          Il giocattolo, dunque, è sfuggito di mano. E come spesso avviene quando una qualche tragedia suscita una tempesta emotiva collettiva, si alza alto e forte il grido di dolore della società verso la scuola: bisogna educare i giovani a non essere violenti allo stadio. Una nuova “educazione” si aggiunge, così, alle mille altre già assegnate alla scuola[3], che viene di fatto individuata come l’istituzione capace di estirpare il male dal mondo. Un grande onore, certamente, ma destinato, in buona parte a rimanere inevaso. Per almeno tre motivi.

          Il primo: la sproporzione tra l’enormità del risultato richiesto e la pochezza delle risorse affidate. Il secondo: la scuola non è più, se mai lo è stata, la principale fonte di educazione per i giovani[4]. Anche a voler convenire sul fatto che dalla scuola provengano solo messaggi “positivi” (il che non sempre corrisponde a vero), occorrerebbe considerare che bambini e ragazzi trascorrono sui banchi quotidianamente cinque o sei ore per 200 giorni l’anno. Per almeno altre 11 ore al giorno e per le restanti intere 165 giornate stanno altrove: in famiglia, davanti alla tv, al computer, alla play station, al muretto; qualche volta in parrocchia o nelle associazioni. Ricevendo, come ognuno può intendere, messaggi assai contraddittori. Molti dei quali mettono al bando ogni considerazione etica ed esaltano il successo senza soffermarsi sulla liceità dei mezzi per conseguirlo. L’educazione dei giovani finisce con l’assomigliare, così, una specie di tela di Penelope, continuamente intessuta e continuamente disfatta.

          La terza ragione sta nel fatto che è lo stesso committente (la società) a generare i mali che chiede alla scuola di combattere. Il che equivale a dire che gran parte degli sforzi della scuola sono destinati a restare vani se la maggior parte della società non comincia a remare nello stesso verso. Che prenda coscienza, cioè, che l’educazione dei giovani riguarda tutti, perché con tutti i giovani hanno a che fare.

          Per stare al mondo del calcio, dunque, occorre che i club non solo taglino ogni ponte con le frange violente degli ultras, ma che le combattano, con messaggi chiari, apertamente. Che certi allenatori non dichiarino ossessivamente che l’imperativo categorico è sempre e solo vincere e “tutto il resto non conta” (e, magari, smettano di esaltare la “cattiveria” come un grande e nobile valore sportivo: le parole, anche se usate con intenzione diversa da quella che avevano all’origine, conservano una loro tenace pregnanza di significato). Che i calciatori  non si buttino a terra appena sentono il fruscio della gamba di un avversario, contorcendosi come colpiti a morte e rialzandosi disinvoltamente appena dopo aver scippato un rigore; perché questo è un messaggio che incita alla frode. Che i media insistano sugli aspetti estetici dei gesti sportivi ed etici del giocare insieme. Che il legislatore non accorra solo quando la tragedia si è consumata, ma sappia costruire un sistema di regole che consenta a chi lo vuole di giocare e divertirsi, e imponga a chi non lo vuole di starsene alla larga. Che i genitori vivano e facciano vivere ai figli lo sport come divertimento e incontro. 

          La scuola, certo, non si può chiamare fuori dal mondo e deve avere una grande parte nel combattere la violenza. Ma deve averla facendo bene il suo mestiere e chiedendo a tutti gli altri di fare il proprio. E il mestiere della scuola non è quello di istituire una “educazione” per ogni problema che si manifesta nella società. Questo modo di procedere serve, alla lunga, più a salvare la coscienza di quanti non vogliono assumersi responsabilità (e le delegano alla scuola) che non ad aiutare i ragazzi a trovare il proprio posto nel mondo. E poi: queste “educazioni”, che non costituiscono  degli insegnamenti a parte, ma sono, come si esprime il gergo buropedagocico, “trasversali” sono diventate davvero tante. Al punto che questa via trasversale che dovrebbe, per l’appunto, attraversare il lavoro di insegnamento-apprendimento in tutte le discipline è diventata una specie di autostrada a cinquanta corsie, tra le quali le utilitarie degli insegnanti rischiano continuamente di smarrirsi. Al punto da far confusione sulla direzione da imprimere al veicolo.

La scuola, allora, va forse liberata dall’ansia di rispondere a tutti i problemi in “tempo reale”. Più che di far fronte alle mille emergenze, sarebbe bene riconoscere alla scuola una funzione più profonda, che richiede più tempo ma che sarebbe più incisiva. Una funzione che secondo alcuni la porrebbe al di fuori del mondo, ma che in realtà avrebbe anche maggiori e più duraturi effetti pratici. Una funzione semplice, all’apparenza, ma che richiede da parte degli insegnanti grande lavoro, grande preparazione e grande pazienza: quella di creare un ambiente di relazioni umane positive in cui far rivivere e far sentire propria ai giovani la millenaria cultura dell’uomo (anzi: le millenarie culture degli uomini), l’altezza delle grandi opere dell’ingegno umano, la grande tradizione classica e le grandi conquiste della scienza. Perché è vivendo e formandosi in questa atmosfera culturale che un giovane impara a cercare il senso delle cose che fa. E, se prova ad immaginarsi incappucciato ed armato di bastone sulla gradinata di uno stadio, non si sente un prode guerriero che sfida il potere, ma un poveraccio che non sa trovare il proprio posto nella vita. E, deposta l’immaginazione, allo stadio ci va, a viso scoperto, per divertirsi e fare festa.
(dal libro Gioventù scippata, di Nando Cianci, Teatrnum, 2007, pp. 52-57) 



[1] Ma anche Albert Camus, come ci informa il giornalista sportivo Franco Maria Ricci (Mister Gramsci, I suppose, in Linea Bianca, “trimestrale di scienza e scultura sportiva”, n. 5/2005, p. 169). Il riferimento a Camus, che da giovane giocò come portiere in una squadra dell’Algeria, sua terra natale, nasce, probabilmente, da queste sue parole che si possono leggere su un numero di France Foottbal del 1957:<<Dopo tanti anni in cui il mondo mi ha concesso molte esperienze, ciò che so con maggiore certezza sulla moralità  e sul dovere lo devo al calcio>>. Sartre, come è noto, si intrattenne sulla funzione dell’individuo in rapporto agli obbiettivi del gruppo  nel gioco del calcio nella sua Critica della ragione dialettica.Le citazioni delle parole di Sartre e Camus sulla stampa hanno, generalmente, un valore puramente e consapevolmente “suggestivo” e prescindono da una indagine sul contesto in cui vennero dette o scritte, nonché dall’insieme del pensiero degli autori.

[2] Per esempio E. Galeano in Splendori e miserie del gioco del calcio, Sperling & Kupfer, Milano, 2000: <<Nel calcio, rituale sublimazione della guerra, undici uomini in pantaloncini corti sono la spada del quartiere della città o della nazione. Questi guerrieri senza arma né corazza esorcizzano i demoni della folla e ne confermano la fede: a ogni confronto tra due squadre entrano in gioco vecchi odi e amori trasmessi in eredità dai padri ai figli>> (p. 18).

[3] Cfr.  p. 11 di questo libro..

[4] Cfr. anche p. 53  di questo libro.

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