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La scuola serve a vivere meglio, non a produrre di più
(Nando Cianci)

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Scuolaslow è una piazza nella quale incontrarsi, discutere, raccontare le riflessioni, le esperienze, le pratiche intrecciate con l'idea di una scuola slow, vale a dire sottratta...

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di Nando Cianci

 

 I programmi televisivi di quiz e certe performances degli studenti all’esame di stato sembrerebbero indicare che avanzi, nelle nuove generazioni (ma non solo), una preoccupante ignoranza della storia. Ai telespettatori de "L'eredità" è toccato ascoltare tre diversi concorrenti che datavano l’anno di nomina di Hitler a cancelliere nel 1948, nel 1969 e  nel 1979, mentre presidenti e commissari degli esami si sono trovati al cospetto di un silenzio smarrito dello studente al quale si chiedeva

chi fosse stato Hitler e in quale epoca avesse esercitato il suo ruolo nella storia.  Quel che, invece, della storia  sembrano aver assimilato in tanti, anche chi ignora tutto del nostro Risorgimento, è il motto garibaldino “O Roma o morte”. Motto che viene applicato ormai con costanza in tutte le dispute pubbliche e private, nelle quali si assiste a prese di posizione definitive e inconfutabili, senza l’ombra del dubbio:  o bianco o nero, o bene o male, non esiste spazio per mediazioni dialettiche. Tendenza rafforzata dall’uso oggi predominante che si fa dei social network: chiunque si affacci su Facebook, per esempio, si imbatterà su giudizi immediati e perentori (per lo più su argomenti di cui nulla si conosce, se non qualche eco orecchiato qui e la nel web), non accompagnati da nessun argomentazione dimostrativa, né da alcun ragionamento che confuti le tesi di chi la pensa diversamente, al quale viene spesso riservato un condimento di coloriti insulti e contumelie. O Roma o morte, insomma, senza chiedersi se per caso si possa in altri modi giungere vivi a Roma, magari in compagnia di chi ha un’altra idea dell’itinerario e dei modi di percorrerlo. 

   E, così, avanza un modo di porsi verso i problemi delle collettività locali, delle comunità più ampie e del pianeta che dà poco spazio a fattori che sono invece fondamentali per il progredire della conoscenza, delle relazioni umane, della cooperazione su piccola e vasta scala: il dubbio, il sapersi mettere in discussione, l’aprirsi senza pregiudizi alla comprensione delle ragioni dell’altro. Insomma l’essere mossi non dalla presunzione di sapere già tutto su tutto e su tutti, ma da quel formidabile corroborante dell’intelligenza che è la curiosità. Quella che, per così dire, nasce con noi, come possiamo constatare semplicemente osservando i bambini, che cominciano molto presto a chiedere i perché di quello che vedono, che osservano, che incontrano. Un atteggiamento prezioso per procedere nella vita e nell’esperienza, che solo un uso irresponsabile della tecnologia da parte degli adulti potrebbe seriamente minare: quello di porre tablet e strumenti consimili nelle mani del bimbo piccolissimo, nella convinzione che così diventerà un genio adatto ai nuovi tempi, che farà molta strada. In realtà, rischierà di spegnere, dentro di sé la molla vitale verso la conoscenza di se stesso, dei suoi simili, del mondo, ed anche della tecnologia e dei mezzi informatici, con i quali dovrà entrare in contatto con i tempi giusti e con modi non totalizzanti. Perché la curiosità -quella che sorge dai perché che hanno accompagnato la storia dell’uomo almeno da quando ha cominciato a praticare la scrittura e, di conseguenza, ad elaborare concetti- porta con sé un grande valore formativo: ci abitua a non giungere mai all’inaridimento dell’animo, caratteristico di chi pensa di sapere tutto e di esercitare la sua presenza nella società guardando gli altri dall’alto delle proprie incrollabili certezze. La curiosità ci abitua a gestire gli insuccessi, perché, come scrive Aberto Manguel,  essa, «come l’immaginazione, è un’attività creativa essenziale, che si sviluppa con la pratica. Non attraverso i successi, che sono una conclusione e quindi un vicolo cieco, ma attraverso i fallimenti, attraverso tentativi che si rivelano sbagliati e richiedono nuovi tentativi che condurranno anche loro, se la sorte è benevola, a un insuccesso»(1). Insuccessi che l’immaginazione ci aiuterà a trasformare in punti di forza per procedere con sempre maggiore consapevolezza nel nostro andare per il mondo. La curiosità ci abitua, sin da piccoli, a non considerare mai definitiva la risposta che riceviamo alle nostre domande (intuiamo subito, ad esempio, le reticenze e i giri di parole con le quali gli adulti non rispondono in pieno alle nostre domande). Ci fa intendere come l’avere dagli altri o pervenire autonomamente alla risposta ad un nostro perché non ci acqueta, ma apre un orizzonte di nuove e più profonde domande. Ci abitua a ricercare le risposte nella riflessione, nello studio, nella relazione con gli altri. Ad essere consapevoli che l’interrogarci, e lo scoprire che la nostra domanda ha attraversato le generazioni e vive nei nostri contemporanei, fa di noi non degli atomi isolati ma membri di una comunità che si estende nel tempo e nello spazio nella millenaria ricerca di ciò che può dare un senso al nostro stare al mondo.
  Discorsi scontati, si dirà. Solo che si va profilando il pericolo di un appannarsi di questa linfa vitale per la nostra esistenza. Per esempio con il farsi stordire dalle esperienze virtuali (che pur sono portatrici di relazioni ed interessi umani e culturali, se non vissute in modo totalizzante e, perciò, patologico), lo stare sempre “connessi”  con un altrove più o meno virtuale, il ricevere in ogni momento decine di stimoli, ai quali ci si chiede di rispondere in modo immediato e senza riflessione. O con lo smarrire l’orizzonte di ricerca con la complicità di tendenze che si vanno affermando nella società e che ancora Manguel così denuncia:  «Interessate a poco altro che non sia l’efficienza materiale e il profitto finanziario, le nostre istituzioni scolastiche si rifiutano di incoraggiare il pensiero fine a se stesso e il libero esercizio dell'immaginazione. Le scuole e i college sono diventati campi di addestramento per manodopera qualificata, invece che forum deputati alle domande e alle discussioni, e i college e le università non sono più vivai di quelle menti indagatrici che Francesco Bacone, nel Cinquecento, definiva"mercanti di luce". Insegniamo a noi stessi a chiedere “Quanto costerà?” e “Quanto ci vorrà?”, invece di “Perché?”»(2). 
  Ci sono dunque, forze potenti che ostacolano la curiosità, la capacità di pensare senza un fine immediatamente utilitaristico. Ma non bisogna disperarsi. C’è un modo molto semplice di opporsi a questa tendenza che vede  il mondo solo come un  grande mercato economico e finanziario: quello, per l’appunto, di chiedersi il perché anche dell’affermarsi di questa tendenza, di rivolgere contro una tale idea del mondo la curiosità che essa vorrebbe soffocare.

____________________________
(1) Nell’articolo Salviamo la curiosità, su  la Repubblica del 7 giugno 2015.
(2)Ibidem.

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