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La scuola serve a vivere meglio, non a produrre di più
(Nando Cianci)

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Scuolaslow è una piazza nella quale incontrarsi, discutere, raccontare le riflessioni, le esperienze, le pratiche intrecciate con l'idea di una scuola slow, vale a dire sottratta...

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grammaticaIl grido di dolore lanciato da 600 docenti universitari sulla carenze sintattiche, ortografiche, lessicali, espressive dei nostri studenti dà nuova voce ad una preoccupazione già molto diffusa  nel mondo della scuola.
Il Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità, che ha promosso l’iniziativa inviando una lettera al Presidente del Consiglio e al Ministro dell’Istruzione,  focalizza l’attenzione sulle indicazioni nazionali, che giudica carenti,  e sulle verifiche necessarie per accertare il raggiungimento delle competenze di base relative all’educazione linguistica. Una visione un po’ riduttiva del problema, anche se si può comprendere come tale riduzione sia necessaria per sollecitare l’attenzione di governanti ed opinione pubblica e non far disperdere la questione nel  mare della genericità.

Il “declino dell’italiano” a scuola si accompagna, come è ovvio, ad un evidente impoverimento della lingua nelle comunicazioni sociali ed interpersonali, dove trova sempre più spazio un uso sgangherato del discorso, con modi dei verbi messi fuori uso, costruzioni sintattiche sottoposte a continue centrifughe, segni grafici orripilanti che soddisfano incomprensibili smanie di abbreviazione e di fretta, schegge di inglese concesse alla moda e alla pigrizia pubblicistica che nulla hanno a che vedere con la conoscenza di altre lingue e culture, lessico ridotto a poche decine di parole (una povertà che ostacola l’espressione dei sentimenti e la loro condivisione e conduce ad una banalizzazione semplicistica, cioè all’incomprensione, dei problemi complessi).  Insomma, sono molti i segni che mostrano come ci troviamo di fronte a un mutamento linguistico e, per ovvia connessione, anche culturale di grande rilevanza. A proposito del quale va riconosciuto come la povertà lessicale e l’approssimazione espressiva non siano questione di pertinenza  esclusiva della scuola e delle nuove generazioni.  La gran parte dei politici, per esempio, sfoggia un lessico piatto ed indigente. Così come, altro esempio,  chi segue il calcio in tv viene straziato da telecronache (e da cosiddetti commenti tecnici) nei quali la lingua italiana è sottoposta a continuo vilipendio e dove il numero delle parole usate in due ore di chiacchiere assomma a due o tre dozzine, continuamente ripetute e rimescolate. Frequentando i  social network  poi, ci si imbatte anche in voragini linguistiche.
La scuola, porta le sue responsabilità per aver consentito che il generoso intento di far accedere tutti agli studi, esploso mezzo secolo fa,  si andasse trasformando  in un atto prevalentemente formale,  nel senso che tutti hanno la possibilità di andare a scuola, ma molti ci vanno a fare poco o nulla. (E molti non ci vanno affatto, almeno in alcune zone del Paese, dove i tassi di evasione e di abbandono restano alti). Una deriva alla quale il potere pubblico ha dato alimento, badando molto a misurare la percentuale dei diplomati e dei laureati, con l’ossessione di farla avvicinare a quella di paesi presi, a torto o a ragione, a modelli, ma  poco  interrogandosi sulla qualità degli studi e sulla cultura che ad essi è correlata.
La politica scolastica, soprattutto, non ha saputo affrontare il cambiamento che i tempi portano con sé. Compresi quelli linguistici.
La lingua, si sa, per sua natura, è destinata a cambiare continuamente. Lo testimonia tutta la storia dell’uomo, nel corso della quale vi sono state anche rivoluzioni epocali, come quello dell’avvento della scrittura e l’altra, in corso, dell’irruzione di tecnologie che stanno modificando il modo degli umani di comunicare tra loro. Ma, per mantenersi in un arco temporale più modesto e restare al caso dell’italiano, basta un minimo di attenzione e di ricerca per capire che, anche a livello colto, la lingua parlata e scritta oggi è diversa in tanti aspetti da quella di cinquant’anni fa. E, andando indietro, lo è ancora di più. Il cambiamento non è mai avvenuto prescindendo dalla storia. La novità è che, oggi, non ci troviamo di fronte ad un cambiamento in crescita, ma ad un impoverimento sempre più marcato e desolante. Che le nuove tecnologie, usate in modo acritico, tendono a favorire.

Tecnologie che nella scuola si vanno introducendo per lo più in omaggio ad un’astratta idea di modernizzazione (oltre che, più o meno consapevolmente, ad interessi economici cospicui), poco impegnandosi nel cercare la strada per accogliere i nuovi linguaggi nell’alveo della plurimillenaria cultura elaborata dal genere umano. Per capire come la cultura e l’umana convivenza possano venir arricchite e non sterminate dai nuovi linguaggi e dalle nuove tecnologie di comunicazione. Perché, va da sé, condizione essenziale per accogliere il nuovo è che quanto abbiamo accumulato non venga distrutto. Altrimenti il nuovo non va ad incontrarsi con l’esistente  e non va a far lievitare un sapere costruito nei secoli. Va, semplicemente, a  scorrazzare nel deserto. Desertificando anche la lingua, che nel corso dei secoli è stata nutrita, insieme, dalle più alte espressioni della letteratura e dall’uso corrente, che l’hanno resa patrimonio comune e fattore di cittadinanza.
In tale quadro, l’appello dei docenti universitari richiama ad una questione che non può essere elusa. Ma che non può essere neanche affrontata e risolta solo con un ritocco dei programmi scolastici.  Con encomiabile urbanità, i cattedratici precisano di non avercela con i docenti degli altri gradi di scuola, ma con i programmi.  E, coerentemente, reclamano contenuti, impostazioni didattiche e controlli adatti alla bisogna, che facciano giungere all’Università studenti  linguisticamente attrezzati. Chi ha fatto l’esperienza di presiedere commissioni di esami  di stato delle superiori sa che non solo di programmi si tratta. E che le carenze non sono solo linguistiche. Quando al colloquio d’esame della cosiddetta maturità uno studente non sa neanche cosa sia la Costituzione e l’insegnante “interno” di diritto si lancia in tragicomiche arringhe per perorarne la sufficiente preparazione, i programmi non c’entrano. Siamo solo in presenza di docenti che tentato di mascherare, con un’amnistia generale, la propria incapacità a ricoprire quel ruolo. Ma non si tratta certo della maggioranza.
Comunque, dato a Cesare quel che è di Cesare, e ai docenti (e ai dirigenti) quel che loro tocca, il problema resta. E, dunque, ben venga un riesame serio e approfondito dei contenuti e dei metodi di insegnamento. Ma a patto che non si cada in preda all’ansia produttivistica di misurare ossessivamente gli apprendimenti, in un continuo e snervante processo di verifica che uccide ogni amore per lo studio. E che non si pensi di inquadrare una tale opera nell’ottica tecnicistica che non solo non è idonea al risanamento della scuola, ma ne sta accompagnando allegramente l’involuzione. Perché il tecnicismo esasperato (veicolato attraverso l’entusiasmo fine a se stesso per le nuove tecnologie), che da più parti si tenta di instaurare in sostituzione del “lassismo”, è frutto di un’idea di scuola che mira, sostanzialmente, a formare personalità non portate a vedere le cose nel loro insieme (che è una delle forme più alte di intelligenza che la cultura promuove), ma che si abituino a rivolgere l’attenzione (ma non la concentrazione) su singoli, parziali e momentanei frammenti di realtà. A consultare rapidamente “istruzioni per l’uso” più che a riflettere. Ad esercitare poco il senso critico e a configurarsi più come cliente e consumatore che come cittadino, il quale è tale solo se possiede i mezzi per capire, decidere, partecipare. E, dunque, per esprimersi. Se possiede, quindi, anche la lingua. È un’idea di scuola che si fa dettare l’ incedere  dall’accettazione, più o meno confessata, del dogma del mercato come supremo regolatore delle cose umane (e, perciò, anche della cultura e dei modi di associarsi degli uomini in comunità). Di conseguenza, è da un’idea di scuola che si emancipi da questa e da altre sudditanze, per rivolgersi al cittadino consapevole dei suoi diritti e, soprattutto della sua responsabilità verso la comunità e verso il pianeta, che può riprendere vigore anche la ricchezza della lingua e della espressività in generale.
                                                                                            Nando Cianci

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