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Ferrarisdi Maurizio Ferraris, il Mulino, Bologna, pp. 132, € 12,00

IL LIBRO: Se stiamo all’etimo, l’uomo è imbecille per natura. Cioè è in-baculum, senza bastone. Debole, indifeso, se non aguzza l’ingegno per usare attrezzi esistenti in natura o costruirsene altri. In senso fisico e in campo intellettuale, poiché per vivere ha bisogno «di quelle armi che sono la tecnica, la cultura, l’arte e la scienza». Che sono la nostra salvezza, ma anche la nostra possibile dannazione, in quanto la tecnica potrebbe presto regalarci un computer che riproduce artificialmente le prestazioni del cervello umano. Vale a dire il cervello di un imbecille. Con l’aggravante che, non potendo nemmeno contare sull’umano istinto di sopravvivenza, sarebbe capace di tutto.

La condizione originaria di in-baculum rimane costantemente in agguato, ad ogni nostro passo. E si manifesta in modo, diciamo così, democratico, non risparmiando neanche i geni che sono apparsi durante il cammino dell’umanità. Anche i grandi del pensiero, o della politica, dell’arte, insomma della storia, vi sono non di rado scivolati.
Maurizio Ferraris muove da questo assunto per esplorare una zona del nostro vivere civile che è stata degradata a territorio di insulto acritico, ma che è invece, come dice il titolo del suo lavoro, una cosa seria. Fingere di non vederla è, per l’appunto, cosa da imbecilli.
Messa così, anche l’intelligenza ha il suo grado di imbecillità, non potendo sfuggire a quella che abbiamo visto essere una primigenia condizione umana. Il che non deve portarci allo sconforto; anzi ci riconcilia con questa condizione per la quale abbiano sinora nutrito solo disprezzo. Ad essa va infatti ascritto il merito di averci spinto sulla strada del progresso
: «proprio il tentativo di fuggire all’imbecillità che grava come un peccato originale sulla condizione umana è l’origine, sia pure fallibile e rischiosa, della intelligenza, della civiltà, di tutto ciò che di buono può aver fatto l’essere umano tanto nello spirito soggettivo (coscienza, autocoscienza e ragione [...]) quanto nello spirito oggettivo (famiglia, società civile e stato), e persino nello spirito assoluto (arte, religione e filosofia)».
Abbiamo già visto, però, che tutte le “armi” create dall’uomo sono a doppio taglio: ci spingono nel progresso, ma rivelano anche, spietatamente, la contraddizione nella quale siamo avviluppati e che vede coesistere «l’insufficienza naturale, che impone lo sviluppo della tecnica e della società» e «l’insufficienza culturale, l’inadeguatezza dell’umanità rispetto alle sue creazioni, particolarmente evidente nel web». Dove, infatti, si aggirano legioni di imbecilli.
Siamo dunque condannati a vivere nella condizione di imbecillità? Spogliata questa condizione dalla sua aura calunniatrice,  non bisogna disperare più di tanto. Perché, comunque, l’imbecillità ha una sua «titanica grandezza», in quanto è «l’unica disgrazia di cui si può ridere». E non va dimenticato, ci dice Ferraris, che «tra ridicolo e sublime non c’è che un passo »

L’INCIPIT: Prevedo il tu quoque trascendentale, e mi ci rassegno. Bisogna avere almeno un grumo di imbecillità dentro di sé per sentirne l'attrazione fatale, o, per dirla con le parole di Zarathustra, «Bisogna avere il caos dentro per generare una stella che danza». Non è chiaro che cosa possa essere una stella che danza, né se sia auspicabile generarle, ma è chiarissimo che la frase è da imbecille, sebbene sia stata scritta da un gigante del pensiero; e sarà per questa ubiquità che la riflessione sull’imbecillità ha impegnato le migliori menti dei nostri tempi. A chiedersi cosa? Forse a interrogarsi sull’imbecillità altrui, ma –visto che pensieri, parole, opere e omissioni imbecilli scappano anche ai grandi– probabilmente anche a domandarsi se per caso loro e le loro grandissime menti non fossero infette da imbecillità. Il problema è che quest’ultima ha impensierito (se così possiamo dire) anche legioni di imbecilli, una lista che inizia virtualmente con l’ominizzazione e che si allunga ogni giorno. E in questa lista c’è sempre la concreta possibilità di trovare il proprio nome.

L’AUTORE: Maurizio Ferraris è professore ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Torino, dove dirige il LabOnt (Laboratorio di ontologia).Editorialista di "La Repubblica", è inoltre direttore della "Rivista di Estetica", condirettore di "Critique" e della "Revue francophone d’esthétique".
Fellow della Italian Academy for Advanced Studies (New York), della Alexander von Humboldt-Stiftung e del Käte Hamburger Kolleg "Recht als Kultur" di Bonn, Directeur d’études al Collège International de Philosophie, visiting professor alla Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi e in altre università europee e americane.
Ha scritto una cinquantina di libri tradotti in varie lingue.Tra i più recenti, segnaliamo "Documentalità" (2009), il "Manifesto del nuovo realismo" (2012), "Filosofia per dame" (2011), "Anima e iPad" (2011) e "Spettri di Nietzsche" (2014)

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