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La curaSe l’Italia fosse un corpo umano, di Luca Landò, Chiarelettere, Milano, pp. 294, € 16,00

Il libro: Analizzare il nostro paese e i suoi mali come se si trattasse di un corpo umano. L’impostazione presenta i suoi rischi, perché la medicalizazione dei problemi, applicata a individui e società, è operazione ideologica insidiosa, come hanno già efficacemente denunciato da Foucolt, Rovatti e tanti altri. Ma nel libro di Luca Landò  la metafora medica è usata per il rovesciamento di quella ideologia: non per indurci ad affidarci –da malati profani– a medici e stregoni, economici e sociali, che tengono le fila delle cure  somministrandoci quelle che sono utili più a loro che ai malati. Bensì per capire il funzionamento dell’organismo del potere e scoprirne le patologie che esso trasferisce sul corpo del malato, vale a dire sul bene comune (con la complicità, inconsapevole, di tanta parte dei cittadini). Per riattivare una attenzione verso le condizioni di salute della società, dell’economia, della politica del nostro paese. Un uso di metafore ed analogie, insomma, che sono presentate come “principi attivi” della stesura di questo libro, ai quali si accompagnano, come “eccipienti” l’ironia, la grafica e la bibliografia.

   Il libro nasce proprio così, con l’enunciazione della sua natura e dei suoi intendimenti sotto forma di un “bugiardino”, vale a dire del foglio di istruzioni che accompagna ogni medicinale. Vengono così  spiegate la categoria farmaceutica, l’indicazione terapeutica, le controindicazioni, le precauzioni per l’uso, la posologia e l’avvertenza. Una serie di utili consigli per chi si accinge ad una lettura che vuol favorire la comprensione, come si è detto, della situazione italiana e delle sue patologie. E che vuole contrastare pregiudizi, disinformazione, indifferenza.
  L’Italia, spiega l’autore, è una malata che nasconde a se stessa la malattia. Rovesciando il vizio sul quale magistralmente ironizzò Molière, siamo diventati un paese di “sani immaginari”. In virtù di tale spensierato atteggiamento, la malattia, da facilmente curabile che era all’inizio, è diventata difficile da debellare. Gli antibiotici, dei quali non abbiamo saputo fare buon uso, sono terminati o scaduti. Ed ora ci siamo ridotti a sognare una terapia di immediata e miracolosa efficacia. Che ha il difetto di non esistere.
  Non si tratta, come si vede, di “pure” questioni di economia. Una società, come un corpo umano, è fatta di tante cose, materiali ed immateriali. Perciò il nostro atteggiamento culturale, la nostra idea della vita e dello stare insieme sono altrettanto importanti dell’economia. Sarà un luogo comune, ma non è senza fondamento la vulgata secondo la quale, per guarire, oltre alle cure mediche, è indispensabile anche un atteggiamento positivo del paziente. Un corpo, dice perciò l’autore, per curarlo bisogna anche amarlo.
   Amare, in questo caso, richiede anche di essere impietosi con se stessi. E chiedersi, perciò, di fronte alla discesa imboccata dalla nostra economia, se sia tutta colpa della “grande crisi” o se ci abbiamo messo anche del nostro? Considerando che il declino ha le sue premesse in tempi antecedenti l’attuale crisi e che «gli atri hanno iniziato a riprendersi e noi no» la risposta dell’autore appare chiara. Con l’aggravante della scarsa propensione degli italiani a considerarsi artefici del proprio destino. Spesse volte abbiamo infatti manifestato, nel corso della nostra storia, la propensione a considerare poco rilevante il nostro contributo alla determinazione del corso degli eventi. Più che all’analisi delle squadre in campo e al calcolo delle probabilità, il successo della nostra schedine dei pronostici è stata per lo piùaffidata all’intercessione di San Gennaro. Così anche nell’economia, nota l’autore, se le cose vanno bene è merito del cielo: «quali altri paesi hanno chiamato “miracolo economico” la loro ripresa dopo il buio della guerra?». Se ne deduce che, anche quando le cose vanno male, siamo abituati a cercarne le cause al di fuori di noi.
    Per affondare il bisturi nella piaga, la metafora dal quale il libro prende le mosse viene mantenuta viva lungo tutto il suo corso. E, così, in ogni capitolo, l’esame di un aspetto della nostra economia e della nostra società viene introdotto da una cornice che attinge alla scienza medica. Tornano buoni, perciò, gli ormoni (e segnatamente quello della crescita) per passare sotto la lente il passato, il presente e il futuro del nostro Pil. Mentre il processo di osmosi che riguarda le nostre cellule e l’azione delle “pompe ioniche” ci aiutano a capire altre malattie diffuse, come la distanza abissale tra ricchi e poveri . Che, per di più, tende ancor più ad aumentare. Con la conseguenza di uno sbriciolamento sociale che ha da tempo superato l’antinomia geografica (nord ricco-sud povero) e ci fa trovare fratture ovunque: «ricchi e poveri, vecchi e giovani, occupati e disoccupati, stabili e precari, garantiti e flessibili, connessi e isolati, dipendenti e partite Iva, tartassati ed evasori…».
   Dopo aver viaggiato per altri campi del nostro vivere civile con le metafore dei neuroni, delle sinapsi, dei mitocondri, dell’osteoporosi, della genetica, scopriamo di aver percorso in modo impietoso la mappa dei tanti dei mali che vengono diagnosticati all’Italia: ritardo digitale, fuga dei cervelli, inadeguato sviluppo dell’energia prodotta da  fonti rinnovabili, uso irresponsabile del territorio in un paese già geofisicamente fragile di suo, ruolo inadeguato delle donne. E ci ritroviamo con in mano una cartella clinica che non smuove entusiasmi.
    Apertosi con il bugiardino, e passato attraverso le metafore del campo medico,  il libro non può infatti, che concludersi che con una cartella clinica, composta di grafici, dati e riferimenti che indicano la situazione dell’Italia e, a leggerli con attenzione, anche dove essa stia andando. Le cartelle cliniche vengono rilasciate, di norma, a dimissione avvenuta. Qui siamo ancora al momento della compilazione. La dimissione del paziente Italia non è ancora all’orizzonte. La speranza è che, quando ci sarà, essa coincida con la guarigione. Che in un corpo sociale, certo, non può mai determinarsi compiutamente, essendo esso per definizione sempre in movimento, ma può costituire una linea di tendenza. Sta a noi determinarla, anche assumendo gli opportuni nutrimenti culturali. Come questo libro che, se non può definirsi un farmaco (come dice l’autore stesso) è certamente un buon integratore. 
Una terapia di effetto immediato, l’autore non la vede. E neanche vuole indicarne un di più lungo respiro. Il suo, dice infatti, «non è un libro sulle possibili soluzioni, ma sulla preoccupante mancanza di reazioni».  Ed una efficace reazione non può che iniziare dal riconoscimento delle malattie.  Operazione per la quale questo lavoro di Luca Landò è di indubbia utilità.
                                                                          Nando Cianci

 

Incipit:Questo libro non è un farmaco: pochi libri lo sono e questo non lo è certamente. Riteniamo tuttavia che per favorire gli effetti sperati e ridurre quelli indesiderati anche questo libro, al pari dei farmaci, i farmaci veri, andrebbe gestito, assunto, verrebbe da dire, dopo aver letto il relativo foglio di istruzioni, il famoso bugiardino, che compare, come prescritto dalla legge, dentro la confezione di qualunque medicinale. E che nel dubbio riportiamo di seguito.

Categoria terapeutica. Libri utilizzati per una migliore comprensione della situazione economica, sociale e politica del paese. Antagonisti selettivi dei recettori cerebrali che precedono i  giudizi e favoriscono i luoghi comuni. Bloccanti a vari livelli dei meccanismi di disinformazione, sia attiva sia passiva.

Indicazione terapeutica. Trattamento delle patologie di debolezza prolungata e/o cronica del sistema economico e sociale del paese. Ricostituente dei processi di partecipazione attiva a livello dei singoli componenti.

Principi attivi. Metafora e analogia. (Eccipienti: ironia, grafica, bibliografia).

Controindicazioni. Ipersensibilità ad almeno uno dei principi attivi o a uno qualsiasi degli eccipienti. Intolleranza ai problemi di natura sociale, economica e politica del paese.

L’autoreLuca Landò, neurobiologo cellulare e giornalista, ha lavorato presso la University of California di Berkeley occupandosi di trasmissione sinaptica. Membro della Society for Neuroscience e della Biophysical Society, ha pubblicato le sue ricerche su alcune delle più importanti riviste scientifiche internazionali. Ha raccontato la sua esperienza di ricercatore all’estero nel libro “Ne ho ammazzati novecento. Confessioni di un tagliatore di teste” (Baldini&Castoldi). Ha lavorato come giornalista scientifico prima presso “il Giornale” di Indro Montanelli e poi a “La Voce”. Alla chiusura del quotidiano, nel 1995, è entrato in Baldini&Castoldi come capo ufficio stampa e in seguito come direttore editoriale della casa editrice e della rivista “Linus” al fianco di Oreste del Buono. Nel 2001 è vicedirettore de “l’Unità” e direttore del sito internet del giornale, nel 2013 direttore di entrambi fino al 2014. Appassionato di vela, ha vinto un campionato mondiale, un titolo europeo e uno italiano. Ha scritto “Il Moro tradito” (Baldini&Castoldi), dedicato all’avventura e alla mancata vittoria del Moro di Venezia di Raul Gardini e Paul Cayard all’America’s Cup di San Diego, nel 1992.



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