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La scuola serve a vivere meglio, non a produrre di più
(Nando Cianci)

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Scuolaslow è una piazza nella quale incontrarsi, discutere, raccontare le riflessioni, le esperienze, le pratiche intrecciate con l'idea di una scuola slow, vale a dire sottratta...

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IL PRESENTE NON BASTALa lezione del latino
di Ivano Dionigi, Mondadori,
Milano, pp: 116, € 16,00

Il libro: Lingua morta. Reperto buono solo per l’hobbistica di qualche intellettuale demodé, vecchia matrona soppiantata, nella funzione di alimentare l’italiano, dall’imperialismo culturale della lingua inglese. Da molti decenni il latino sopporta colte e plebee denigrazioni. Ma lo fa con aristocratica noncuranza, forte del suo legame ancora solido con la cultura e la lingua di mezzo mondo. Comprese, naturalmente, quelle italiane. Se l’affermazione sembra esagerata, andate a dare uno sguardo al Grande Dizionario Italiano dell’uso (il GRADIT) di Tullio De Mauro: vi troverete censiti «circa trentacinquemila latinismi appartenenti al linguaggio di tutti i giorni» Ce lo ricorda Ivano Dionigi, già rettore dell’Università di Bologna (Alma Mater Studiorum, per restare in tema) nel suo Il presente non basta. La lezione del latino, edito da Mondadori. Un libro che, a dispetto del suo occuparsi di una “lingua morta”, è, oltre che di gradevole lettura, vivace, nel senso etimologico

che, ovviamente, viene dal latino: vivax, ricco di vita. Ricordandoci anche, con dovizia di esempi, la presenza del latino nella nostra vita di tutti i giorni, sancita in momenti molto significativi. Il motto che il Parlamento Europeo volle darsi nel 2000, ad esempio: In varietate concordia. O quello che la Francia inalberò in reazione agli attentati del novembre 2013, fluctuat nec mergitur (è sballottata dai flutti, ma non affonda), che è poi il motto che accompagna Parigi fin dalle sue origini. Persino i i francesi, dunque, che qualche inclinazione allo sciovinismo di tanto in tanto lo hanno pur manifestato, ricorrono al latino in occasioni particolarmente solenni («Per riprendersi la vita, Parigi si è affidata alle parole e alla mediazione –sì, al medium– di una lingua morta», commenta argutamente Dionigi).  Così come fecero anche gli Usa, fin dal 1776, quando coniarono come motto nazionale E pluribus unum. Quegli stessi Usa che Giuseppe Pontiggia prese a pretesto per stigmatizzare la colpevole sciatteria di cui l’Italia si macchia verso il suo immenso patrimonio culturale: «mai l’America, se Roma fosse sorta nel Texas, si sarebbe comportata come fa la scuola italiana».

Tanto è morta, dunque, questa lingua, da riuscire ad evocare la vita anche nei momenti di più tragico sconforto delle comunità umane, almeno occidentali. 
I riferimenti all’attualità costituiscono un elemento, come si è detto, particolarmente vivace ed accattivante, del libro di Dionigi. Che si mantiene, però, tale anche quando entra nello specifico del tema, poiché l’autore riesce a mantenere sempre congiunti il livello alto dell’argomentazione (né poteva essere diversamente, data la caratura dello studioso) e lo stile limpido che rendono fruibile il libro anche al profano. L’utore, dunque, rivolge al latino lo sguardo di un uomo immerso tanto nella profondità degli studi che nell’attualità dei propri tempi. Vede, perciò, la tradizione –in questo caso il latino– non semplicemente come un patrimonio da custodire, come reperto dell’antichità di cui impedire la scomparsa. Ma come una ricchezza culturale che portiamo con noi e che possiamo far vivere in noi. Un «capitale da far fruttare» in senso culturale, che reca con sé la fecondità della contraddizione, se riconosciamo «in quella tradizione linguistica e culturale il momento sia fondativo sia antagonistico del nostro presente, la duplice dimensione dell’identità e dell’alterità».
Certo, come si è accennato, il latino viene da lungo tempo bombardato da pregiudizi di vario genere. Come quello che vide i classici come «elitari, conservatori e al servizio del potere». Pregiudizio che trovò alimento nella «appropriazione indebita» che di essi fece il fascismo con una «spudorata mistificazione nazionalistica e romanocentrica». Un pregiudizio nel quale cadde anche la Repubblica, quando fece proprio lo slogan di Pietro Nenni che aveva bollato il latino come «lingua dei signori» e decretò «come atto di democrazia e di progressismo l’abolizione dell’insegnamento del latino nella scuola dell’obbligo». Con il concorso della sinistra, sorda alle riflessioni in senso contrario che in tal campo avevano prodotto Gramsci, Marchesi, Togliatti e tanti altri.
Un colpo, quello inferto al latino, di cui portano la responsabilità anche molti dei suoi cultori e la scuola, poiché il suo «insegnamento ha pressoché costantemente oscillato tra accanimento grammaticale e chiacchiera letteraria». Facendosi sfuggire la vita.
Nella scuola, in particolare, si è messo sciaguratamente in conflitto pensiero scientifico e pensiero classico, favorendo un altro pregiudizio, quello “utilitaristico”, che si può, però, facilmente demolire sul suo stesso terreno, notando come il latino abbia oggi anche una sua «convenienza immediata» per un paese di cui «il lascito archeologico, artistico, letterario costituisce il biglietto da visita e l’orgoglio», nonché un possibile fattore vitale per l’economia.
Un paese che avrebbe bisogno di un suo nuovo Rinascimento. Che però non si dà senza memoria, senza intelligenza (legere intus, leggere dentro), senza rileggere e rivivere il passato. Con un ruolo importante, in tale ambito, per la scuola, che dovrebbe «mettere a confronto splendore e nobiltà sia del passato che del presente» per guardare meglio anche al futuro. E senza per nulla spaventarsi delle innovazioni tecnologiche: si può ancora scoprire «la potenza di una lingua plurimillenaria di fronte alle modalità comunicative virali dei giorni nostri».
Dopo aver saldamente ancorato il latino alla nostra storia e alla nostra attualità. Dionigi si inoltra poi sul terreno di una riflessione più legata al suo lavoro di studioso, ma senza mai abbandonare, come si è detto, il lettore non esperto al suo destino. Lo  conduce anzi in modo piacevole attraverso la riflessione sulla triplice dimensione ed eredità del latino. Quella sul “primato della parola”, dove, fra l’altro, scopriamo di essere “tutti filologi” e possiamo intravedere la possibile ambiguità dell’uso della parola nella politica. E poi l’analisi della “centralità del tempo”, con la lezione dei classici, in particolare di Seneca, che con la sua concezione del tempo «illumina e riscatta l’idea della morte»
Siamo, infine, debitori a Dionigi di un terzo argomentare: quello sulla “nobiltà della politica”, che il latino ci aiuta a ritrovare. Una nobiltà che non si nutre di retorica astratta, ma è ben radicata nella res, nel reale, alla ricerca, attraverso i secoli, di un equilibrio tra esigenze dell’individuo e costruzioni sociali. Una ricerca che non rifugge dalle contraddizioni, ma che ha sullo sfondo la pratica di una virtus che si sostanzi di valori comuni. Il che, ancora una volta, ci testimonia della persistente vitalità del latino anche di fronte ai grandi problemi dell’oggi.
                                                                      Nando Cianci 

                                      

L’incipit: Come mai nell’era del web planetario e del maximum di mezzi di comunicazione, minima è la comprensione?
  Evidente il divorzio delle parole (
verba) dalle cose (res): le une e le altre perseguono una sciagurata autonomia. Costruttori di una quotidiana Babele linguistica, nella quale una stessa parola rinvia a significati diversi e parole diverse vengono indirizzate verso un senso unico, viviamo nel bisogno e nell’attesa di una pentecoste laica che ci consenta di leggere il mondo e di capirci
   Come mai per cento persone adulte che partecipano a un incontro politico vi sono mille giovani che accorrono alla lettura di Lucrezio, Seneca, Agostino?
   Verrebbe da dire che, in questo Paese, affetto da miopia è il legislatore e non il cittadino; che minati nella credibilità sono i classicisti e non i classici; che la scuola, sovrastata dalle tante ragioni del presente, ha smarrito la ragione del suo essere, vale a dire quella di capire, di
intellegere, «cogliere (legere) ciò che sta dentro (intus) le cose».
   Come mai ci ostiniamo a credere che il presente si riduca alla novità e che la novità esaurisca la verità?


L’autore: Ivano Dionigi è professore ordinario di Lingua e Letteratura Latina, presidente della Pontificia Accademia di Latinità, fondatore e direttore del Centro Studi «La permanenza del Classico» dell'Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, di cui è stato rettore dal 2009 al 2015. Nei suoi studi si è dedicato particolarmente a Lucrezio (Commento a «La natura delle cose», 2000; Lucrezio. Le parole e le cose, 2005) e Seneca (De otio, 1983; Problematica e fortuna del «De providentia», in Seneca, La provvidenza, 2004; I diversi volti di Seneca e Seneca linguista, in Seneca nella coscienza dell'Europa, 1999). Ha curato per la Rizzoli diversi volumi sul rapporto antico/presente: Di fronte ai classici. A colloquio con i Greci e i Latini (2002); Nel segno della parola (2005); La legge sovrana (2006); Morte. Fine o passaggio? (2007); I classici e la scienza. Gli
antichi, i moderni, noi
(2007); Madre, madri (2008); Elogio della politica (2009); Il dio denaro (2010); Animalia (2011);  Eredi (2012); Barbarie (2013). Per Mondadori ha curato I classici in prima persona di Giuseppe Pontiggia (2006).

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