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EDUCAZIONEdi Franco Garelli, il Mulino, Bologna, pp. 160, € 12,00

 

Il libro:  La tecnica, si sa, ha sempre accompagnato l’uomo nel suo cammino storico. E gli è stato d’ausilio nelle sue attività tanto materiali che spirituali. Per esprimersi attraverso l’arte, ad esempio, l’uomo ha dovuto ricorrere a tecniche specifiche (pittoriche, scultoree, architettoniche, e così via). Ed ha dovuto sempre far uso di ritrovati tecnologici (il pennello, lo scalpello, …). Anche la scrittura, in fondo, è una tecnica, che consente, al contempo, di fissare i pensieri in concetti e storie e fantasie su supporti materiali. In modo da poter parlare anche a persone molto lontane nello spazio e nel tempo, a differenza di quanto avveniva nella cultura orale. Vale a dire prima che la tecnica della scrittura intervenisse nelle comunicazioni umane.
Della tecnica si è servita, naturalmente anche l’educazione, un’attività che l’uomo ha messo al centro di tutte le società nelle quali si è venuto organizzando.
Solo che la tecnica, e le sue manifestazioni tecnologiche, hanno oggi assunto una presenza così capillare e prevaricante, da far sembrare che voglia essa stessa dettare all’uomo la strada da percorrere. Il che vale, ancora una volta, anche per l’educazione: l’affidarsi alle tecnologie per organizzare l’apprendimento, il connesso puntare più sulla capacità di reperire informazioni che sull’elaborarle e riflettere su di esse, il loro propagarsi sul web in velocità e quantità tali da stordire chi tra esse volesse orientarsi, riapre il dibattito sulla possibilità stessa di educare, di svolgere un’azione consapevole che metta in relazione le generazioni, che punti sulla libertà del soggetto in crescita, che si nutra anche di sentimenti, che riguardi non solo i singoli ma l’intera comunità.
A ricordarci che «educare non è solo un fatto tecnico» e che non si esaurisce nella sola istruzione, perché «chiama in causa l’essere profondo dell’uomo» interviene ora Franco Garelli, nel suo Educazione, che il Mulino pubblica nella collana Parole controtempo.
Un libro che, partendo dal grande patrimonio di pensieri e di pratiche educative che l’umanità ha costruito nei millenni, si inoltra nel mondo di oggi, affrontando il tema in relazione ai mutamenti da cui le giovani generazioni sono investiti, alla famiglia, alla scuola, ai valori che possono ancora presiedere ad un’azione educativa. Mantenendo fermo il principio che senza relazione umana non si dà educazione: «anche per le generazioni dell’era virtuale lo scambio diretto a fini educativi tra le persone – adulti-giovani, maestro-allievo – resta qualcosa di insostituibile».

L’incipit: Tre anni fa, la cittadina di Saluzzo (già patria di Silvio Pellico, lembo di quella terra cuneese che agisce più da formica che da cicala) è balzata agli onori della cronaca per un fatto non propriamente edificante, di  quelli che sconcertano ma appassionano l’opinione pubblica e fanno la fortuna dei mass media. S’è trattato di una questione di sesso. Sotto i riflettori un professore del liceo socio-pedagogico della città, prima arrestato e poi condannato per aver approfittato del suo carisma per mescolarsi a studentesse minorenni.  Per carità, nulla a che vedere con le tragedie e i delitti efferati che di tanto in tanto esplodono nella provincia italiana, dipinta dai più come oasi felice, ma che tanto felice non è, visto che anche il benessere ha i suoi costi umani e sociali. Tuttavia, anche se il caso non rientra nell’hit parade degli orrori, Saluzzo ne è rimasta scossa;  per molto tempo la vicenda ha riempito –come è stato scritto– «le nostre orecchie assetati di scandali e i nostri cuori affamati di capri espiatori»[1]. Qui non ci preme tanto ricostruire i termini del dibattito, il fiume di riflessioni sulla «funzione educativa dimenticata», su chi ritenere colpevole (il docente o anche le studentesse compiacenti), sul degrado morale di una scuola che è specchio della società.
Ciò che più mi ha colpito nella vicenda è stata la lettera che un gruppo di ex allieve di quell’istituto ha inviato al quotidiano «La Stampa» dal titolo eloquente: «Perché difendiamo il nostro professore». Un brano che la dice lunga non soltanto sulla capacità riflessiva dei giovani d’oggi, ma anche sul valore che essi riconoscono alla scuola pur in situazioni che poi possono rivelarsi con un lato oscuro.

L’autore:Franco Garelli insegna Sociologia dei processi culturali e Sociologia della religione nell'Università di Torino. Tra i suoi libri:I giovani, il sesso e l’amore(2000),Religione all’italiana. L’anima del paese messa a nudo(2011) ePiccoli atei crescono (2016), tutti editi da il Mulino.



[1] A. D’Avenia, La funzione educativa dimenticata, in «La Stampa», 27 agsto 2013.

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