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AMERICAN WAROmar El Akkad
American War

Rizzoli,
Milano, pp. 450, € 22,00

Il libro: Una nuova guerra civile negli Stati Uniti, nella quale Nordisti e Sudisti si combattono non più per affermare o negare la schiavitù, ma per una ragione legata all’ecologia e all’economia. Il petrolio è stato messo fuori legge, quale misura per salvare gli Usa e il mondo dalla catastrofe: grandi estensioni di terreno sono state sommerse dalle acque, fiumi a secco, vegetazione agonizzante in una estate quasi perenne. Ma alcuni Stati del Sud non ci stanno e scatenano una guerra civile. Con quali risultati, è facile immaginare, dato lo sviluppo tecnologico che anche le capacità distruttive hanno conosciuto. AMARICAN WAR

Siamo nel 2074 e la guerra durerà fino al 2095. In questa cornice rovinosa l’autore alla sua prima prova come romanziere, inserisce la storia della piccola Sara e della famiglia Chesnut:
«
Quando scoppia la guerra civile, nel 2074, Sarat Chestnut ha solo sei anni, eppure sa già perfettamente che il petrolio è fuorilegge, che metà della Louisiana, dove vive, è sommersa dalle acque del mare e che i Corvi, minacciosi droni che solcano il cielo, non sono lì per proteggere lei e i suoi fratelli. Il giorno in cui la guerra arriva a lambire la loro casa, la famiglia fugge nel cuore del territorio dei Rossi, i secessionisti, fino a Camp Patience, un immenso accampamento per le decine di migliaia di profughi del Sud. È qui che Sarat diventerà adolescente e poi donna, abbandonando i giochi da maschiaccio e i sogni da bambina per scoprirsi improvvisamente troppo adulta. È qui che incontrerà un misterioso uomo, Gaines, che le aprirà gli occhi sulle ingiustizie che la sua gente subisce per mano dei soldati Blu dell'Unione. Ed è sempre qui, dopo il terribile massacro che spazzerà via le ultime speranze di una vita normale, che Sarat imparerà il sapore della violenza e della vendetta. American War è uno spaccato crudele e senza riserve sull'incommensurabile rovina che la guerra porta nella vita di una nazione, di una comunità, di una famiglia, di un singolo individuo. L'esordio di Omar El Akkad, «intenso e terrificante» come lo ha definito il Washington Post, ci mostra un futuro molto vicino, un paesaggio immaginato eppure sempre più realistico, lo scatto vivido, inquietante, di cosa potrebbe accadere se gli Stati Uniti usassero su stessi le loro devastanti politiche, contro gli americani le armi dei loro eserciti».
Questo libro si inserisce nel filone, proficuo negli Usa della letteratura distopica, che prefigura scenari futuri indesiderati, per lo più dominati dal totalitarismo e dalla tecnocrazia. Il contrario, insomma, dell’utopia, che tende a prefigurare situazioni positive per l’umanità.
In questa storia le rovine vengono determinate dalla cecità umana, incapace di cogliere la barbarie nella quale sta precipitando il mondo. Alla luce di ciò, il libro può essere letto anche come una metafora di quanto, portate alle estreme conseguenze, possono produrre fenomeni già oggi presenti: muri di vario genere, migrazioni forzate, razzismo, fondamentalismi. E rappresenta, perciò, anche per la cruda durezza della narrazione, un indiretto appello all’umanità perché arresti, finché si è in tempo, l’opera di devastazione del pianeta e dei suoi abitanti.


L’incipit: Quand’ero giovane, collezionavo cartoline. Le tenevo in una scatola da scarpe sotto al letto, in orfanotrofio. Poi, quando mi trasferii nella mia prima casa, a New Anchorage, misi la scatola in fondo a un vecchio barile, dentro alla catapecchia che usavo come rimessa per gli attrezzi. Ho passato tutta la mia vita a studiare la storia della guerra, e collezionare quelle immagini del mondo com’era prima, immerso in una quiete ideale, mi restituiva una sorta di equilibrio.
Ho anche pensato di sbarazzarmi del barile, qualche volta. Temevo che qualcuno, magari un mio collega dell’università, potesse vederlo, e scambiarlo per la reliquia di un nostalgico, alla stregua di una bandiera secessionista o della carcassa di un vecchio coupé, di quelli che una volta i Rossi esibivano davanti casa – simboli inoffensivi di rivolta, testimonianze di un passato rovinoso e ormai in rovina. In fondo, sono Sudista di nascita. E anche se mi sono trasferito in uno Stato neutrale quando avevo sei anni, e non ho mai parlato con nessuno della mia prima infanzia, non potevo escludere che qualche mio collega nutrisse la segreta convinzione che un po’ di sangue Rosso mi ribollisse ancora nelle vene.
Le cartoline che preferisco sono quelle degli anni Trenta e Quaranta del Duemila – gli ultimi venti prima che il pianeta si accanisse contro il Paese, e il Paese contro se stesso. Riproducono le grandi spiagge davanti all’oceano, prima che fossero sommerse dalle acque; i territori di sud-ovest prima che finissero in cenere; e le pianure centro-occidentali, vuote e sterminate sotto il cielo azzurrissimo, prima che l’Esodo interno le riempisse di sfollati arrivati dalla costa. Sono un ritratto dell’America della prima metà del ventunesimo secolo; prospera, ruggente e inconsapevole.

L’autore: Omar El Akkad, nato al Cairo e cresciuto a Doha, si è poi trasferito in Canada. Come giornalista si è occupato di terrorismo internazionale ed è stato inviato in prima linea in Afghanistan; ha curato reportage sui processi nel carcere militare di Guantánamo, sulle rivoluzioni della Primavera araba e sul movimento Black Lives Matter a Ferguson, Missouri. Oggi vive con la moglie non lontano da Portland, Oregon.

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