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E SE NON FOSSEClaudio GiuntaE se non fosse la buona battaglia? Sul futuro dell'istruzione umanistica, il Mulino, Bologna, pp. 312, € 16,00

 

Il libro: Quale validità hanno, se ce l’hanno, gli studi umanistici oggi, con una porzione consistente dell’umanità affaccendata da mane a sera su aggeggi elettronici che sembrerebbero richiedere abilità con le quali la classicità ha, almeno in apparenza, poco a che vedere? E sono ancora necessari questi studi, nel mentre si sente da ogni dove parlare e straparlare di impellente necessità di un’istruzione che punti tutto sul versante scientifico?
Nel pubblico chiacchiericcio la questione è mal posta, dal momento che studi umanistici e scienza non sono affatto in contraddizione, ma vittime di una artificiosa separazione effettuata qualche secolo fa dalla cultura occidentale. Scienza e attività creative ed artistiche dello spirito convivono benissimo nell’uomo e in natura non c’è nulla che autorizzi la separazione tra uomo e scienza.
Tuttavia, la questione viene insistentemente ripresa e, sotto l’assalto dei fautori della scuola-lavoro, di certe fasce imprenditoriali e delle suggestioni del profilarsi di sempre più agguerrite intelligenze artificiali, la classicità sembrerebbe perdere colpi, dal punto di vista di quella che si considera un’istruzione utile.
Ci sono, naturalmente, molti modi di affrontare la questione e, da uno di essi, non sarebbe troppo difficile dimostrare che, quanto più a progrediscono le intelligenze artificiali, tanto più è necessario, per dominarle, che l’uomo affronti i tempi nuovi con tutto l’immenso bagaglio culturale che si è costruito nei millenni. Un bagaglio che gli consente di capire come va il mondo molto più che se in esso ci avventuriamo con sole nozioni tecniche nate negli ultimi decenni o con la sola preparazione tecnica che ci viene da qualche secolo a questa parte.
Una questione complessa, si diceva, che Claudio Giunta affronta con sagace realismo nell’ultima sua fatica, E se non fosse una buona battaglia?, appena uscita da il Mulino.
L’autore non si attarda in ideologismi ed entra nel merito della validità formativa degli studi umanistici, ne esamina la loro situazione nell’attuale situazione italiana, confuta stereotipi; getta, insomma, uno sguardo lucido sull’intera questione.
Il libro è sviluppato in due parti, uno riferito alla scuola secondaria, nella quale si affrontano temi e problemi relativi all’insegnamento e all’apprendimento delle discipline umanistiche; l’altra rivolta precipuamente all’università.
Il tutto condotto con grande onestà intellettuale, venata di pessimismo. L’autore, infatti, non risparmia al lettore nessuna delle ragioni contrarie allo studio professionale delle discipline umanistiche, come egli stesso ci ricorda nella parte finale del libro. E non si nasconde che le condizioni per far sviluppare la cultura nelle nostre scuole ed università al momento non sono delle più favorevoli. Ne trae conclusioni improntate ad un pessimismo che, tuttavia, non si chiude alla speranza.

 

In "Mio figlio professore", anno 1946, il bidello Aldo Fabrizi, diventato padre, annuncia che da grande il figlio farà "er professore de latino". Ben pochi genitori, oggi, direbbero una cosa del genere. Il libro parte da questa constatazione per riflettere sul futuro dell'istruzione umanistica. Lo fa avanzando alcune proposte sul modo in cui questa istruzione si potrebbe riformare, a scuola e all'università; e interrogandosi su alcune questioni cruciali: se il canone umanistico che ha formato le generazioni passate ha ancora un senso e un'utilità; se è possibile comunicarlo non a un'élite di studenti ma a una massa; e se insomma la trasmissione di quel sapere corrisponde davvero alla "buona battaglia" che molti insegnanti ritengono di combattere, o se invece è tutta un'illusione, una favola che ci raccontiamo per non dover ammettere che le cose che una volta credevamo vere e importanti non lo sono più.

L’incipit: I saggi e gli articoli raccolti in questo libro parlano di scuola e di università, ma ne parlano da un punto di vista parziale: l’insegnamento delle materie umanistiche, e della letteratura in particolare. Il meno che si possa dire in proposito è che sia sulla forma sia sulla sostanza di questo insegnamento (come insegnare, che cosa insegnare) i pareri non sono concordi; e che, nella coscienza comune, l’importanza e il prestigio di questo insegnamento sono andati scemando nell’arco degli ultimi decenni. In Mio figlio professore, anno 1946, il bidello Aldo Fabrizi riceve la notizia che gli è appena nato un figlio. Un insegnante gli chiede che cosa diventerà, che cosa farà nella vita questo erede. «Er professore de latino!», risponde lui.

Oggi nessuno darebbe una risposta del genere. Neanch’io – liceo classico, studi alla Normale di Pisa, cattedra di Letteratura italiana all’università – la darei. Né la darebbero quasi tutti i miei colleghi, quelli che a scuola e all’università, in nome della responsabilità o della convinzione, difendono la causa degli studi umanistici. Perché un conto è predicare la bontà della causa in astratto, parlando della dignità dell’umanesimo, e un conto è riflettere sul fatto che questa buona causa deve incarnarsi in esseri umani che potrebbero scontare presto le conseguenze della loro scelta, conseguenze che molti pronosticano come nefaste: il collega che definisce «candidati al suicidio» i venticinquenni che stanno lavorando a una tesi di dottorato in letteratura inglese, o in linguistica, o in letteratura italiana; il collega che chiama «martiri», a metà tra l’ammirazione e la pietà, gli iscritti al primo anno di Lettere; la collega filologa che, parlando del figlio neonato, mi scrive che «… mai, mai gli permetterò di studiare quello che ho studiato io, a costo di chiuderlo in casa, di azzopparlo!»; il collega classicista che scrive una lettera all’insegnante di latino e greco della figlia ringraziandola «per non averle trasmesso neanche una goccia d’amore per quelle discipline: mi sarei ritrovato in casa una laureata in Lettere classiche disoccupata e frustrata».

L’autore: Claudio Giunta insegna Letteratura italiana all’Universtità di Trento. Scrive sul Domenicale del Sole 24 Ore e sul sito di Internazionale. Il suo blog è www.claudiogiunta.it I suoi libri più recenti per il Mulino sono: Una sterminata domenica. Saggi sul paese che amo (2013) e Essere #matteorenzi (2015).

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