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Scuolaslow è una piazza nella quale incontrarsi, discutere, raccontare le riflessioni, le esperienze, le pratiche intrecciate con l'idea di una scuola slow, vale a dire sottratta...

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MURGIAVisioni da Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley, di Michela Murgia, Marsilio, Venezia, pp. 119, € 12,00

 

Il libro: Ognuno di noi ha nella memoria un qualche episodio, un qualche incontro che ha contribuito in maniera significativa alla sua formazione e che, qualche volta, ha persino impresso una svolta alla propria esistenza. Non di rado questo incontro di svolta è rappresentato da un libro nel quale ci si è imbattuti. Magari in modo del tutto casuale, ma solo in apparenza; perché può accadere che dietro il caso ci sia, invece, qualcosa che cova già da prima dentro di noi e che aspetta l’occasione e la strada per manifestarsi. Il racconto di questi incontri, affidati a scrittori dalla penna coinvolgente, può diventare esperienza anche per altri, nonché occasione di piacevoli letture. Come nel caso del nuovo libro di Michela Murgia, L’inferno è una buona memoria, che narra dell’incontro della scrittrice con Le nebbie di Avaloni di Marion Zimmer Bradley e che inaugura una nuova e interessante collana, Passaparola, che Marsilio sta mandando in libreria dallo scorso agosto.

Una collana che può già contare su altri due titoli, Pura invenzione (dove Lisa Ginzburg ci intrattiene in Dodici variazioni su Frankestein di Mary Shelley) e Una serie ininterrotta di gesti riusciti (con Alessandro Giammei che legge Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald). L’incontro di Michela Murgia, allora trentenne, con Le nebbie di Avalon avviene durante il tragitto in traghetto da Olbia a Civitavecchia: nove ore di lettura che le fanno cambiare il punto di osservazione sul mondo. È un incontro sovversivo, perché sovversivo è il libro, nel senso che sovverte le gerarchie in auge nei racconti della leggenda di Artù: le donne diventano le protagoniste impegnate nella trama dell’esistenza che passa attraverso sofferenze, sacrifici, vittorie, amori, sconfitte. Si muovono nell’area del potere. Mentre gli uomini, sinora eroi che ponevano in secondo piano le figure femminili, diventano addirittura strumenti nelle loro mani: sono le seconde a tessere il destino dei primi. Le donne, va detto, nella loro pluralità, poiché la lettura che Murgia fa di questa “sovversione” non mira a delineare un’idea unica, un “canone” del femminismo: «Ciascuna di queste sfumature, presa da sola e assolutizzata come “il femminismo”, non solo non basta a includere tutte le donne, ma finisce per essere un’arma formidabile del maschilismo, che facendo propria la distinzione tra quello che è ortodosso e quello che invece non lo è, ha tutto l’interesse a radicalizzare la contraddizione tra le diverse visioni per infrangere il fronte della lotta in mille ghetti e così disinnescarla». Con ciascuna di queste donne, Murgia instaura un colloquio, e attraverso di esse racconta, in fondo, anche frammenti della propria formazione e della propria biografia. Non rinunciando allo sberleffo verso la figura dell’intellettuale che scambia l’altezza del pensiero con la lontananza dalla vita: «È, per dirla brutalmente, proprio il tipo di libro che molti degli intellettuali che conosco non leggerebbero mai, perché mal sopportano l’idea di potersi emozionare per la stessa storia per cui fibrilla il cuore della loro parrucchiera. A me invece conoscere cosa muove il cuore degli altri interessa moltissimo, perché non credo che si scuota per qualcosa di diverso da quel che agita il mio». A riprova del fatto che non necessariamente le storie che si raccontano o si leggono dalla parrucchiera debbano ricadere nella categoria del futile, l’emozionarsi per questo libro mette capo anche a riflessioni corpose, persino spietate: Le nebbie d Avalon, ci dice Murgia, è un romanzo femminista perché “il tema dominante” delle donne che in esso agiscono è il potere. Il quale si intreccia anche con le stagioni del corpo e dell’anima: «Se la donna fertile è potente perché genera, è infatti altrettanto vero che finché è generante finirà suo malgrado sotto il vincolo del maschio che i figli li dovrà riconoscere. La donna fuori dall’età fertile è potente in modo più liberatorio, perché ha la conoscenza che deriva dall’esperienza, ma non vi è più sottoposta e agisce quindi in regime di libertà sia dalla natura che dai legami di legittimazione imposti dall’uomo. La donna che ha chiuso il ciclo del sangue può aprire quello della parola e della visione, senza più l’obbligo di relazionarsi al maschile. Assai più terrorizzante della maga giovane è dunque la strega vecchia, capace di parlare davanti a un re con la voce profetica che il re non vorrebbe udire».
Come si vede anche da queste brevi citazioni, il libro di Michela Murgia, muovendo da un genere che si colloca nel mito e nella fantasia, giunge a considerazioni che impegnano pienamente la riflessione su temi di scomoda attualità. Ma sa muoversi fra le due dimensioni, la fantasia e la concettualizzazione, con maestria, senza metterle in contraddizione e senza far venire mai meno la brillantezza della scrittura.

               

Il risvolto: Quanto somiglia Cabras, Sardegna, paese natale di Michela Murgia, ad Avalon, Britannia, luogo mitico legato a Re Artù? Come Morgana, Igraine e Viviana, le “Signore del Lago”, hanno il potere di sollevare le nebbie con le loro parole, influenzare e curare le vite dei cavalieri della Tavola Rotonda, così Michela Murgia, nata in mezzo alle acque di Cabras, ha il potere di sollevare le nebbie intorno alle storie e alle idee che stanno alla base dei suoi romanzi e dei suoi saggi: la versione delle donne, la versione degli uomini, la versione di Dio. In un viaggio che comincia in mezzo al mare e in mezzo al mare ritorna, Michela Murgia, una delle maggiori scrittrici italiane, racconta come e perché è diventata femminista, come e perché ha cominciato a temere le gerarchie religiose, come e perché non ha mai smesso di giocare di ruolo nel mondo magico di Lot, come e perché certi libri che ci hanno fatto crescere, in effetti, li abbiamo mangiati più che letti, e soprattutto come e perché creare ogni giorno il mondo che ci circonda è un gesto politico.

L’incipit: C’era una volta un re, anzi no, c’era una volta una sacerdotessa sorella di un re. Il re divenne re tirando fuori una spada magica dalla roccia? Forse. Ma magari la spada gliela diede una sacerdotessa, facendogli promettere qualcosa che non sapremo mai. C’era una volta un regno, dunque, ma forse c’era di meglio ancora: c’era un’isola magica che era anch’essa un regno, dove succedevano cose che non si possono riferire e magari è proprio per questo che non ce le hanno
riferite. C’era una bella storia, questo è certo. Dentro a ogni bella storia però ce ne sono molte e se ne ricorderemo una meglio delle altre forse non è perché era la più bella, ma perché qualcuno ha deciso che quella – proprio quella – era da raccontare e riraccontare più di tutte, fino a farne una tradizione. Come fa una storia tra mille a diventare tradizione? Perché a un certo punto prevale? 
Le tradizioni sono abitudini nobilitate, e quelle letterarie non fanno eccezione: dei libri siamo curiosi, ma tra le loro pagine amiamo anche stare al sicuro. Le storie che chiamiamo tradizionali”, quelle che hanno prevalso tra mille altre simili, in fondo sono il prezzo che la voglia di sorpresa di chi ci ha preceduto ha pagato alla paura dello spiazzamento. Ogni narratore sa che dentro di noi continuano a gridare simultaneamente due voci: quella dell’adolescente esploratore che bramava emozioni nuove ogni sera e quella del bimbo insonne che voleva la stessa storia per la centesima volta, identica a come la sapeva già, parola per parola. Se avete il dubbio su quale delle due sia la più forte, potete togliervelo in un qualunque sito di vendita di libri online: se ci suggeriscono titoli simili a quelli che abbiamo già acquistato e perché parlano al bambino. E il bambino, ovviamente, risponde.

L’autrice: Michela Murgia è nata a Cabras nel 1972 e vive a Roma. Scrittrice e saggista, nel 2006 ha pubblicato con Isbn Edizioni Il mondo deve sapere, il diario tragicomico di un mese di lavoro che ha ispirato il film di Paolo Virzì Tutta la vita davanti. Per Einaudi ha pubblicato, fra le altre cose, il romanzo Accabadora, vincitore del Premio Campiello 2010, e Ave Mary nel 2011. Conduttrice di programmi televisivi e radiofonici, intellettuale militante, collabora con L’Espresso. Il suo ultimo romanzo è Chirú (2015), il suo ultimo saggio è Futuro interiore (2016), entrambi pubblicati da Einaudi

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