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COPERTINA Bryant The Mamba 300dpiIl mio basket, di Kobe Bryant, Rizzoli, Milano, pp.208, € 25,00.

 

Vent’anni di carriera nella stessa squadra, i Los Angeles Lakers, 5 Titoli NBA, due ori olimpici, un’infinità di record personali. Kobe Bryant ha letteralmente rivoluzionato la pallacanestro, prima di ritirarsi nel 2016 scrivendo una toccante lettera d’addio al basket che è diventata un cortometraggio animato premio Oscar nel 2018.

In questo magnifico libro illustrato Kobe (autosoprannominatosi “Black Mamba” dal nome di uno dei serpenti più letali e rapidi in natura) racconta il suo modo di intendere il basket: le sfide sempre più dure lanciate a se stesso e ai compagni in ogni allenamento, i riti per trovare la carica o la concentrazione, tutti i retroscena della preparazione ai match e i motivi per cui, semplicemente, per lui perdere non è mai stata un’opzione.

E ancora: la volontà di superare il dolore e rinascere ogni volta più forte dopo i tanti infortuni patiti in carriera, i suoi maestri, lo studio maniacale degli avversari – da Michael Jordan a LeBron James – per carpire loro ogni segreto possibile e migliorare, migliorare ancora e ancora fino all’ultimo minuto dell’ultima partita disputata.

 

L’incipit:Nel basket non avevo paura. Cioè: se vedevo una tecnica nuova e volevo farla mia, ci provavo immediatamente. Non avevo paura di sbagliare, di fare brutta figura o di sentirmi in imbarazzo, perché tenevo sempre a mente il risultato finale, il lungo periodo. Mi concentravo sul tentativo di imparare quel qualcosa di nuovo, perché dopo averlo imparato mi sarei ritrovato con una nuova arma nel mio arsenale. Se il prezzo da pagare era un mucchio di fatica e qualche canestro mancato, poco male. Da ragazzino lavoravo instancabilmente per aggiungere elementi al mio gioco. Quando vedevo qualcosa che mi piaceva, di persona o in televisione, andavo subito a provarlo, lo riprovavo anche il giorno dopo e poi lo mettevo subito in pratica. Quando sono entrato nell’NBA ero in gradi di imparare molto velocemente. Vedevo qualcosa che mi colpiva, lo memorizzavo e lo replicavo alla perfezione.

Fin dall’inizio volevo essere il migliore.

Provavo una fame bruciante, una smania inestinguibile di migliorare e di primeggiare. Non ho mai avuto bisogno di cercare la motivazione al di fuori di me.

Nel mio anno da rookie, alcuni scout dicevano che non ero abbastanza tosto. Mi lasciavo chiudere alla prima azione di una partita e la difesa pensava di avermi fregato. Invece all’azione successiva prendevo un fallo offensivo solo per avviare un messaggio agli avversari.

Ma non avevo bisogno di quella spinta in più per essere grande. Fin dal primo giorno ho sempre voluto dominare. Di fronte a un avversario dicevo: capirò come sei fatto. Che si trattasse di al, Tracy, Vince -oppure, al giorno d’oggi, LeBron, Russ, Steph- il mio obiettivo era capire chi fosse. E per riuscirci, per risolvere quegli enigmi, ero disposto a fare molto più di chiunque altro.

Quella era la parte divertente per me.

 

L’autore: Kobe Bryant (Philadelphia, 1978) ha esordito in NBA nel 1996 e militato per vent’anni con la maglia dei Los Angeles Lakers, vincendo 5 titoli e diventandone il miglior marcatore della storia. In Nazionale ha vinto due ori olimpici. Dear Basketball, ispirato alla sua lettera d’addio al basket, ha vinto l'Oscar 2018 per il miglior cortometraggio animato.

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