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EVOLUZIONEdi Giorgio Manzi, il Mulino, Bologna, pp.248, € 16,00.

Il libro: Siamo abituati a pensare all’evoluzione come ad un percorso lineare, progressivo, che ha portato il genere umano a differenziarsi dagli altri primati attraverso tappe culminate nella comparsa di Homo sapiens. Lungo una evoluzione della quale a suo tempo fu ipotizzata la mancanza, nella nostra conoscenza, di un anello mancante (una sorta di essere non più solo scimmia e non ancora tutto uomo). Le cose, in realtà, sono un po’ più complicate e dobbiamo risalire a sei milioni di anni fa per incontrare l’avvio della separazione tra gli scimpanzé e gli esseri che si incamminarono verso la condizione umana, tutti discendenti da un comune antenato. Da lì un percorso per nulla lineare, fatti di altri bivi e separazioni che ci conducono fino all’oggi. E che hanno conosciuto, migliaia di anni fa, la contemporanea presenza sulla terra di più ominidi. Tanto che, in luogo di una successione lineare di specie che hanno preparato il nostro avvento, occorre parlare di «una storia complessa e ramificata», di «cespugli» o di un «albero frondoso, come l’autore dice sulla scorta di Stephen Jay Gould. Il lavoro nel quale in questo volume si inoltra il paleoantropologo Giorgio Manzi è, perciò, più quello della ricostruzione di un puzzle che di una strada dal percorso definito. Un lavoro che dà conto delle ultime scoperte scientifiche e delle teorie che riguardano l’argomento e che viene sorretto dalla ferma convinzione che a poco servirebbero studi così complessi (condotti da un numero relativamente esiguo di specialisti, ma collegati con ricercatori di diverse altre discipline) se non fossero seguiti da un’opera divulgativa. Per sfatare i luoghi comuni e le conoscenze molto approssimate che dell’evoluzione abbiamo noi profani. Ma anche perché, è convinzione dell’autore che la conoscenza della nostra natura attraverso il cammino passato può portare anche ad esiti che allargano il nostro orizzonte etico. Per esempio con lo scoprire, o il riconfermarci, che le razze non esistono (con il che si rimedia ad un errore di cui anche la passata antropologia porta il peso).
Il percorso attraverso il quale l’incedere divulgativo di Manzi conduce, ci mostra ampi sprazzi (ma anche il quadro d’insieme) del grande mosaico dell’evoluzione, facendoci incontrare i nostri tanti parenti vissuti nelle diverse epoche e il pensiero di coloro che dell’evoluzione si sono occupati. Sì che la divulgazione rimane sempre lontanissima dalla banalità. Anzi è operazione impegnativa per chi scrive e per chi legge. Come è giusto che sia, poiché qui si tratta di capire un passato nel quale c’è anche un po’ del nostro futuro.

Il risvolto: Pillole di evoluzione umana. Da prendere una alla volta o anche tutte insieme.Per aiutarci a comprendere meglio noi stessi e il posto dell’uomo nella natura. Da Lucy ai Neanderthal, dall’enigmatico Homo naledi a Otzi : attraverso una serie di istantanee scattate nel panorama della paleoantropologia degli ultimi anni, con la piacevole e sapiente guida di un noto scienziato-divulgatore, conosceremo i nostri parenti estinti e i tanti antenati che abbiamo nel tempo profondo. Un puzzle complesso e avvincente le cui tessere sono come pagine strappate di un libro da restaurare, quello della nostra preistoria.

 

L’incipit: Dove si dichiara di voler fare in modo che il passaggio finale delle ricerche sull’evoluzione umana sia la divulgazione; così da condividere con tutti, ma proprio tutti, una storia che è di tutti.

Qui si parla del nostro passato «remoto»: quello degli ominidi bipedi e pelosi, quello di Lucy e dei Neanderthal, quello delle grandi diffusioni dall’Africa verso l’Eurasia, quello dei crani fossili, degli scheletri frammentari e dei siti preistorici, quello dei manufatti del Paleolitico, quello della paleogenetica.

Conoscere la nostra storia -anche la più antica, di quando non eravamo esseri umani- è una consapevolezza che non guasta, soprattutto oggi che siamo i padroni (incontrollati) del pianeta; perché dentro di noi c’è sempre quel bipede barcollante che, intorno a 2 milioni di anni fa, iniziò a sviluppare un cervello abnorme, e poi, circa 200 mila anni or sono, divenne Homo sapiens e si diffuse ovunque.

Divulgare, o «disseminare» (come dicono gli inglesi). Questo è il senso profondo, a me pare, del lavoro che faccio. Noi paleoantropologi passiamo settimane immersi nella terra, con in mano pale, pennelli, bisturi e setacci, poi emergiamo dai quadrati dei nostri scavi per ricomparire in laboratori che ormai assomigliano a quelli della polizia scientifica, attrezzati con complessi apparecchi per l’amplificazione e l’analisi di DNA degradato oppure con scanner laser e tomografi per la digitalizzazione di immagini tridimensionali. Infine passiamo gran parte del nostro tempo davanti a computer sempre più miniaturizzati per analizzare dati, elaborare immagine, raccontare le storie che siamo riusciti a ricomporre da evidenze frammentarie che lo stesso Darwin, con una metafora efficace, paragonava a pezzetti di pagine strappate di un libro da restaurare. Che senso avrebbe tutto ciò, se non ci fosse un ultimo passaggio, quello della divulgazione?

Di qui l’imperativo: raccontare, raccontare, raccontare…

 

L’autore: Giorgio Manzi è professore ordinario di Antropologia alla Sapienza di Roma, dove insegna Paleoantropologia, ecologia umana e storia naturale dei primati, e dove è anche direttore del Museo di Antropologia e del Polo museale Sapienza. Per il Mulino ha pubblicato Homo sapiens (2006), L’evoluzione umana (2007), Uomini e ambienti (con A. Vienna, 2009), Scimmie (con J. Rizzo, 2011) e Il grande racconto dell’evoluzione umana (2013).

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