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La scuola serve a vivere meglio, non a produrre di più
(Nando Cianci)
Cos'è Scuolaslow
Scuolaslow è una piazza nella quale incontrarsi, discutere, raccontare le riflessioni, le esperienze, le pratiche intrecciate con l'idea di una scuola slow, vale a dire sottratta...
A cura di Domenico Cersosimo e Carmine Donzelli, Donzelli, Ro,a, 2020, pp. 337, € 18,05.
Il libro: Nel dicembre del 2018 Donzelli pubblicava il volume Riabitare l’Italia, frutto dell’originale lavoro di studiosi di diverse discipline, di intellettuali e di decisori pubblici. L’idea di fondo era dare evidenza ai nuovi termini della questione territoriale nel nostro paese, spostando l’asse dalla tradizionale centralità del punto di vista metropolitano per porre al centro quelle fasce di popolazione e quei territori coinvolti in un processo di sofferenza demografica e di contrazione insediativa. L’uscita del volume ha suscitato un interesse e un dibattito così intensi da convincere il gruppo di progetto a dare continuità e organizzazione al cantiere originario. «Riabitare l’Italia» diventa così un’associazione, Un progetto editoriale, un «marchio» che si impegna a condurre un itinerario di conoscenza e di condivisione civile. La strada è tracciata nel Manifesto che apre il volume, un documento programmatico che riunisce temi e filoni di ricerca del gruppo. Per ampliare la discussione e testare la «sostenibilità» analitica del documento, il Manifesto è stato sottoposto al vaglio di cinque autorevoli commentatori. Il patrimonio di idee condivise del progetto è stato articolato in un ideale alfabeto per «riabitare l’Italia»: ventotto parole chiave che costituiscono una prima «cassetta degli attrezzi» con l’intento, nelle parole dei curatori, di «contribuire a creare una nuova immagine aggregata dell’intero paese», di dare conto delle tante Italie che compongono l’Italia, per «ricomprenderle tutte, fino ad arrivare a includere gli stessi “margini del centro”».
Le parole chiave: Abbandoni, F. Curci e F. Zanfi; Accessibilità, A. Debernardi; Acqua, G. Becciu; Boschi, R. Romano; Cambiamento climatico, G. Carrosio; Capitale quotidiano, A. Salento; Comunità, F. Tantillo; Confini, F. Barca; Cooperazione, G. Teneggi; CURA, G. Costa; Disuguaglianze, R. Nisticò; Fragilità territoriali, A. Lanzani; Immaginazione, P. L. Sacco; Innovatori, F. Barbera; Luoghi, D. Cersosimo; Mappe, G. A. Barbieri; Margine, C. Donzelli; Migranti, A. Membretti; Montagna, G. Dematteis; Paese, V. Teti; Patrimonio, A. De Rossi e L. Mascino; Persone, P. Clemente; Politiche, S. Lucatelli; Resilienza, A. Faggian; Rigenerazione, A. De Rossi e L. Mascino; Risorse, M. Bussone; Scuola, D. Luisi e C. Renzoni; Terra, A. Corrado e C. Ebbreo.
Le recensioni:
[…] La posta in gioco del Manifesto per riabitare l'Italia (Donzelli) è impegnativa. Un volume fitto di voci e di domande: nel 2020 ha senso parlare di tre Italie nord, centro e sud? Ha ancora senso polarizzare città e campagna? E se proprio la crisi sanitaria fosse un'occasione per liberarsi di schemi che, nei fatti, già non funzionano più? L'epidemia da Covid 19 ha assegnato una nuova rilevanza alla dimensione locale: «Non è solo la rivincita delle aree marginali rispetto a quelle centrali, è anche spiega il sociologo Rocco Sciarrone quella delle città rispetto alle regioni. E, come osservato da molti, è anche la rivincita dello Stato». Si parte, come il titolo del libro indica, da un manifesto: quello elaborato da Domenico Cersosimo e Carmine Donzelli come approdo di un ampio e articolato confronto con istituzioni, dipartimenti universitari, centri di ricerca, associazioni territoriali. Una battaglia intellettuale e civile «per una nuova e più consapevole autorappresentazione dell'Italia contemporanea, che metta nel giusto valore il significato e il peso di quelle parti del paese che soffrono di particolari difficoltà, e che al tempo stesso costituiscono inesplorate opportunità di coesione, di eguaglianza, di benessere». […] Gli autori del manifesto sgombrano il campo dal possibile equivoco su istanze localiste («C'è bisogno di grandi politiche nazionali, non solo per i territori marginalizzati, ma a partire da quelli») e individuano responsabilità politiche e amministrative: troppo a lungo, partiti, istituzioni pubbliche, soggetti collettivi della rappresentanza «hanno progressivamente rinunciato a leggere e promuovere il cambiamento, affidandosi piuttosto ai miti di una società non organizzatile, perché "liquida", di una superiorità delle politiche avulse dai contesti, "cieche ai luoghi"». E invece quei luoghi vanno osservati, e osservati il più possibile da vicino, vanno esplorati. Ne va recuperata, fuori dai cliché, la ricchezza territoriale, antropologica, sociale e culturale. Così un Paese si rigenera: non basta riqualificare, occorre ricostruire le economie locali, lavorare sull'innovazione a base culturale, favorire i processi di riuso del patrimonio, l'agricoltura sociale, le pratiche di gestione condivisa dei beni, le nuove forme di partnership pubblico-privato. […]
(Paolo Di Paolo, la Repubblica, 7 luglio 2020)
I virus per diffondersi approfittano dell'elevata mobilità delle persone e della concentrazione sociale. Queste due condizioni, che la società del nuovo millennio ha fortemente voluto per sostenere il suo modello produttivo, si sono rivelate essere delle debolezze sostanziali di fronte alla pandemia. […]
È evidente che molti punti di vista in questi sei mesi sono cambiati, e molti processi, prima scontati, saranno ridiscussi e ripensati. Tra questi ci sono indubbiamente quelli che hanno spinto verso un 'urbanizzazione senza limiti, verso spostamenti quotidiani continui di grandi masse di persone (con conseguente inquinamento e grande spreco di tempo), verso migrazioni da territori di provincia decentrati in direzione delle enormi periferie dei grandi centri urbani. Siccome sono in tanti quelli che in questi mesi ci stanno spiegando che molte cose vanno riorganizzate, un’idea che potrebbe meritare di essere considerata è quella di pensare a una nazione come composta di moltissimi centri di limitate dimensioni. Quella di ripensare il territorio come un grafo di molti luoghi fortemente connessi, non dominato da stelle giganti ognuna composta da un grande centro e moltissime punte periferiche che, come le supernove, rischiano di esplodere con gravi danni. Questo processo potrebbe servire a riconnettere non soltanto economicamente, ma anche socialmente e culturalmente 'Italia che non ha di certo risolto i suoi problemi con la forte urbanizzazione che ha diviso le famiglie, ha aumentato le disuguaglianze sociali e ha generato periferie urbane con scarsi servizi e forti disagi. Periferie popolate da lavoratori a basso reddito e disoccupati che negli hinterland urbani vivono marginalizzazioni e carenze di servizi peggiori di quelle vissute da chi abita nei piccoli paesi.
Alcuni di questi temi sono affrontati e discussi nel recente Manifesto per riabitare l'Italia che Domenico Cersosimo ha curato insieme all'editore Donzelli e che invita a invertire lo sguardo per ripensare a come "ricucire" l'Italia, non soltanto pensando alle difficoltà della provincia, ma anche tentando di risolvere i suoi problemi insieme a quelli dei grandi centri urbani. Problemi e fragilità che la pandemia ha mostrato con maggiore evidenza. […]
(Domenico Talia, Il Quotidiano del Sud, 20 luglio 2020)
L’incipit: Da troppo tempo manca una rappresentazione efficace delle articolazioni territoriali del nostro paese. Manca una visione d’insieme dell’Italia d’oggi capace di dar conto delle criticità e delle potenzialità dei differenti territori, delle aree in espansione e di quelle in sofferenza. Manca una mappa aggiornata delle omogeneità raggiunte e delle disuguaglianze vecchie e nuove, che possa preludere a un’iniziativa riformatrice.
L’ultima grande rappresentazione territoriale e sociale, quella delle «tre Italie», imperniata sulla scoperta del ruolo dei distretti e sulla loro radicata origine storica, risale ormai a quarant’anni fa. Quella immagine aveva avuto il merito indubbio di suggerire una nuova visione d’insieme, proponendo l’idea di un possibile sviluppo nazionale articolato su nuovi equilibri territoriali, e mettendo in discussione il topos del dualismo tra nord e Sud, che aveva dominato ininterrottamente la scena per oltre un secolo, dall’Unità in avanti.
La fine del primo quarantennio repubblicano si incaricò di mostrare l’inadeguatezza delle rappresentazioni fino a quel punto imperanti. Decomposta e destrutturata l’idea delle due Italie – nata da una nobile idea di solidarietà territoriale e approdata a uno sfaldamento delle politiche pubbliche che avrebbero dovuto risolvere il «divario» –, anche quella delle tre Italie conobbe un veloce logoramento, sotto i colpi del declino della grande impresa del nord-ovest, dell’evoluzione in senso gerarchico del modello distrettuale del Centro-nord-est e della frantumazione sociale e produttiva del Mezzogiorno.
Sostenuta dalla spinta politica espressa dal fenomeno leghista, e dal richiamo al federalismo regionalista cui si ispirava, si fece strada una rappresentazione dimessa, mai esplicitamente dichiarata, ma sostanziosamente praticata e diffusa, di pura constatazione delle differenze esistenti. Come se l’intento non fosse più quello di armonizzare i contrasti, ridurre le disuguaglianze, organizzare le relazioni fra territori in una logica di sviluppo integrato, ma semplicemente quello di consentire la pratica di uno sviluppo spontaneo, che da solo avrebbe portato al migliore degli equilibri possibili. In particolare, l’idea che si è fatta strada in questi ultimi decenni fino a diventare dominante, e che le classi dirigenti politiche ed economiche, in particolare del nord, hanno alimentato a lungo con il sostegno attivo di parte rilevante della grande stampa nazionale, è quella di una presunta «superiorità» del modello metropolitano e delle sue doti di innovatività, creatività, attrattività. Una narrativa senza dubbio efficace per catturare visibilità e interessi e per dettare l’agenda delle politiche pubbliche, per trasferire risorse a chi già ne ha di più, ma molto meno efficace in termini di risultati complessivi, dal momento che l’Italia è cresciuta pochissimo nell’ultimo quarto di secolo, tanto rispetto al passato quanto agli altri paesi europei, e nel frattempo, e soprattutto, ha visto crescere al suo interno la forbice delle disuguaglianze.
La pandemia da Covid-19 ha disvelato in modo drammatico l’artificiosità di quella rappresentazione unilaterale, evidenziando la debolezza e la vulnerabilità dell’«eccellenza» metropolitana autocentrata: la concentrazione dei servizi sanitari in pochi e grandi ospedali specializzati, quantunque di qualità, a scapito di diffusi presidî di medicina territoriale e di servizi socio-sanitari di prossimità, non poteva che soccombere di fronte alla virulenza dello shock esogeno. La crisi sanitaria suggella ulteriormente la crisi di egemonia del «centro» e la correlata inadeguatezza della rappresentazione delle aree urbane, soprattutto di quelle demograficamente più estese e dense, come gli unici incubatori di futuro, come i luoghi paradigmatici dell’innovazione e della trasformazione economica e sociale, come lo spazio di addensamento della resilienza.
Il Manifesto che qui presentiamo assume un’altra postura: parte dall’idea che sia possibile – e necessaria – una nuova visione d’insieme dell’Italia, in grado di raccontare le sue contraddizioni e i suoi squilibri, ma anche i suoi punti di forza e le sue potenzialità positive, assumendo come obiettivo la piena coesione tra le diverse aree del paese, e dunque il migliore equilibrio possibile tra le persone, le risorse e i territori.
I curatori:
Domenico Cersosimo (Laino Borgo, 1952) insegna Economia regionale presso l’Università della Calabria. È autore di diversi contributi sui temi dei sistemi produttivi locali e dell’economia e delle politiche per lo sviluppo del Mezzogiorno.
Carmine Donzelli (1948) dirige la casa editrice che ha contribuito a fondare nel 1993. Nel 2012 ha pubblicato una edizione con prefazione, introduzione e commento del Quaderno di Antonio Gramsci su Machiavelli, con il titolo Il moderno Principe.
Pensieri per il nostro tempo, di Ivano Dionigi, Raffaello Cortina, Milano, 2020, pp. 112, 12,00.
Il libro: In questi tempi di incertezza e solitudine, ci sentiamo smarriti e cerchiamo di capire quel che sta accadendo intorno a noi. Cos’hanno da dirci Virgilio e Lucrezio, Seneca e Agostino, che affrontano questioni e interrogativi dibattuti già duemila anni fa ad Atene e Roma? Ci sono voci che, resistendo al tempo, aiutano ad alimentare una nuova speranza nonostante la crisi.
Questo libro compie un viaggio, in più tappe e con brevi percorsi, tra passato e presente, tra antichi e moderni. Il punto di partenza è occasionale: una parola tradita, che reclama la restituzione del proprio volto, un episodio di cronaca, un dibattito su politica, scuola, lavoro, una riflessione su tragedie improvvise che possono colpire l’umanità. Piccoli pensieri sulla nostra identità e sul nostro futuro, formulati da altri viaggiatori prima di noi, da altri compagni di viaggio.
Alla ricerca di una risposta alla domanda di Agostino: “Tu chi sei?” (Tu quis es?). La domanda di ognuno di noi.
di Camilla Läckberg, Marsilio, Venezia, 2020, pp. 360, € 19,90.
Il libro: Grazie a un piano raffinato e crudele, Faye si è lasciata alle spalle il tradimento e le umiliazioni subite dall’ormai ex marito Jack e sembra aver ripreso in mano le redini della propria esistenza: è una donna autonoma, si è rifatta una vita all’estero, Jack è in prigione e la società da lei fondata, la Revenge, va a gonfie vele. Ma nuove sfide potrebbero incrinare la sua serenità così faticosamente conquistata. Sull'azienda e sul lancio del marchio Revenge negli Stati Uniti pesa una grave minaccia, tanto che Faye è costretta a rientrare a Stoccolma. Non può e non vuole rischiare di perdere tutto quello per cui ha tanto lottato. Questa volta però la determinazione non basta, e per risorgere dalle ceneri e riprendere il controllo della situazione ci vuole un piano ancora più diabolico. Così con l’aiuto di un gruppo sceltissimo di donne, Faye torna a combattere per difendere ciò che è suo, e per proteggere se stessa e i propri cari.
Le recensioni:
Questo è il secondo libro dedicato a Faye, una sopravvissuta, una donna che è riuscita a ribellarsi ai tradimenti ed alle umiliazioni subite da suo marito Jack. Ed è andata oltre: ha ottenuto la sua vendetta, così come altre donne oltraggiate e tormentate. La ditta che hanno faticosamente costruito, il progetto pensato per le donne ferite, la “Revenge”, è il frutto del loro riscatto, ed ora sembra essere in pericolo.
Faye ritorna in questo libro più combattiva che mai, ma anche pronta a mostrare le proprie fragilità, le sue cicatrici così sottili non perché invisibili ma perché ormai incastonate nella pelle, in quello strato di sé che difficilmente potrà essere sanato perché affogato nella carne, ammassato visceralmente dentro la sua anima.
Ma ora la potente, ricca ed incrollabile Faye come potrà affrontare l’ennesima crisi?
[…]arriva indolente e felpato un nuovo sentimento, dopo molto tempo, inaspettato e disarmante. E prepotentemente attacca le sue difese facendosi strada là dove le fragilità vacillano. E se c’è una cosa che indebolisce una donna che ormai si sente praticamente imbattibile è proprio l’amore.
Il libro, come ogni romanzo della Lackberg, mi ha completamente catturata; ho amato in particolare la sorellanza tra donne, quelle che riconoscono le proprie ferite nell’altra e nonostante il passato si affidano. Perché solo così possono farsi scudo e solo così possono uscirne vittoriose.
[…] la penna graffiante della Lackberg ancora una volta riesce a raccontare la solidarietà femminile con grande intensità. E con la stessa intensità disarmante ci racconta di donne incredibilmente forti ma nel contempo fragili, che gestiscono un passato fatto di paure ed abusi con fierezza e caparbietà, per rinascere ogni giorno diverse.
(Barbara Aversa Pacifico,https://thrillernord.it/ali-dargento/)
Faye è una donna affascinante, sicura di sé, che vive una vita agiata. La Revenge, l'azienda che ha costruito sacrificando tutta sé stessa, sta andando a gonfie vele, ma tra le collaboratrici, le donne che tanto stimava e che ha scelto dando la sua completa fiducia, qualcosa inizia a non tornare.
Oltre che affrontare i nuovi tradimenti subiti, Faye deve anche fare i conti con la propria oscurità interiore. Gli abusi e le violenze subìti nell'infanzia sono ricordi sempre presenti, e nonostante lei abbia scelto di ricostruirsi un'identità e una nuova vita, adesso qualcosa potrebbe minacciare di svelare il cumulo di segreti della quale si è circondata.
Nel libro ci sono continui flashback temporali che riguardano l'infanzia di Faye, proprio per sottolineare quanto è fondamentale conoscere la sua storia per capire il personaggio. (…) Le sofferenze che ha subìto l'hanno inevitabilmente influenzata rendendola la donna che è: calcolatrice, determinata e vendicatrice, ma sempre dalla parte delle donne.
La Lackberg con Faye ha creato la sua icona femminista che lotta contro la dominanza maschile, attraverso giochi di potere e di vendetta.
Nonostante sia una Camilla Lackberg diversa rispetto alla precedente serie di Patrik ed Erika, più dura e determinata su certe tematiche, la scorrevolezza e il modo di coinvolgere il lettore risultano invariate. Il romanzo è un seguito eccezionale. Racchiude scene forti, elementi thriller come l'adrenalina e la suspense, e ottimi giochi di intrighi.
(https://sistersbooks.blog/recensioni/Ali%20d'argento)
L’incipit: Faye accese la macchina Nespresso. Mentre aspettava che scendesse il caffè, si affacciò alla grande finestra della cucina, e come sempre restò senza fiato di fronte al panorama.
La casa di Ravi era il suo paradiso in terra. Il paese era piuttosto piccolo, poco più di duecento abitanti: Lo si girava in cinque minuti, e senza nemmeno camminare troppo veloce, ma al centro della piazza c’era un ristorante che serviva la pizza e la pasta migliori che avesse mai mangiato. Ed era pieno tutte le sere. A volte ci capitava anche qualche turista, soprattutto dalla fine di maggio in poi. Francesi appassionati di bicicletta o pensionati americani che realizzavano il sogno di girare l’Italia in camper, mentre i figli ormai adulti si domandavano perché mai i loro genitori pretendessero di avere una vita propria, invece di fare da babysitter ai nipoti.
Ma niente svedesi.
Faye non aveva visto un solo svedese da quando aveva preso casa lì, e quel dettaglio era stato uno dei fattori determinanti per la scelta della località. In Svezia era una celebrità. In Italia invece voleva, e doveva, restare anonima.
Aveva comprato un bel casolare antico a una ventina di minuti a piedi dal paese. Appollaiato su una collina, con filari di vite che si inerpicavano sul pendio verso la casa. Faye adorava passeggiare su e giù per i sentieri, andare a comprare pane, formaggio e prosciutto crudo. Era lo stereotipo più classico della vita in un paesino italiano, e se lo godeva fino all’ultima goccia. Così come sua madre, e anche Kerstin e Julienne. Erano diventate un quartetto affiatato, da quando il suo ex marito Jack era finito in prigione, due anni prima.
Kerstin e Ingrid facevano a gara a viziare Julienne, e quando Kerstin era via, come ormai capitava sempre più spesso, era Ingrid a mandarle foto e aggiornamenti quotidiani sulla bambina.
Il caffè era pronto. Faye prese la tazzina e attraversò il soggiorno, diretta verso il retro della casa, dove sciabordii e allegri strilli infantili rivelavano la presenza di una piscina ancora prima di vederla. Faye adorava quel soggiorno. Arredare la casa era stato impegnativo, ma con pazienza e l’aiuto di uno dei migliori architetti d’interni d’Italia era riuscita a d averla esattamente come la voleva. Il casale aveva spesse pareti in pietra che lo proteggevano dal caldo e mantenevano una piacevole frescura anche durante la canicola estiva, ma rendevano l’interno leggermente buio. Avevano rimediato con grandi mobili chiari e un’illuminazione discreta ma funzionale, oltre che con grandi finestre sul retro. Faye adorava il paesaggio quasi impercettibile dal soggiorno alla terrazza.
Uscì all’aperto, accarezzata dalle ampie tende bianche. Mentre beveva il caffè, osservava sua madre e sua figlia, senza che loro se ne accorgessero. Incredibile quanto era diventata grande Julienne. Ormai aveva sei anni e con il sole i capelli biondi le si erano quasi sbiancati. Le spuntavano nuove lentiggini praticamente ogni giorno, ed era bella, sana e felice. Tutto quello che aveva desiderato Faye per lei. Tutto quelloc he una vita senza Jack aveva reso possibile.
«Mamma, mamma! Guarda, nuoto senza braccioli!»
Faye sorrise con espressione stupefatta, per far capire alla figlia quanto apprezzasse i suoi progressi. Julienne era nella parte alta della piscina e nuotava a cagnolino, annaspando parecchio, ma senza i braccioli con la faccia di Bamse, rimasti sul bordo. Sua madre osservava nervosamente la nipotina, pronta a lanciarsi in acqua.
«Tranquilla, mamma. Ce la fa.»
Faye bevve l’ultimo sorso di caffè, rimpiangendo di non essersi preparata un cappuccino.
L’autrice: Camilla Läckberg è tra gli autori più letti al mondo. I dieci libri della serie di Fjällbacka, pubblicati in Italia da Marsilio, hanno venduto 25 milioni di copie in 60 paesi. Läckberg è anche imprenditrice di successo e una delle fondatrici di Invest in Her, una società che investe nell’imprenditoria femminile ed è impegnata in prima linea per l’abbattimento della disparità salariale tra uomini e donne. La serie di Faye, di cui Ali d’argento è il secondo episodio, ha segnato un nuovo capitolo nella sua produzione letteraria e ha presentato ai lettori una protagonista indimenticabile, portavoce di un forte messaggio femminista.
Un'intervista a Nando Cianci sulla scuola del dopo Covid:
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Il mondo greco come un romanzo, di Maria Grazia Ciani, Marsilio, Venezia, 2020, pp. 138, € 15,00.
Il libro: «Succede spesso di aprire un saggio o un romanzo moderno e trovare una frase, una citazione, un verso che ci par di conoscere. Ma certo: è Omero, è Platone, è Eschilo… E allora mi fermo a pensare. Perché non ho mai colto quei frammenti sparsi come pietre preziose in testi greci dei generi più vari, distillati di una sapienza allo stato puro, trasparente e diretta?».
Lettrice, traduttrice e interprete della saggezza antica, Maria Grazia Ciani ha interrogato per tutta la vita la lingua greca, custode del mito per eccellenza e della sua potenza filologica, poetica, metaforica. Oggi ne rilegge con altri occhi figure e storie per consegnarci suggestioni e intuizioni che illuminano e inducono a riscoprire quanto ancora hanno da dirci e perché sembrano parlare all’uomo di ogni tempo. Partendo proprio dalla lingua e dalle singole parole si approda allo sterminato universo dell’Iliade e dell’Odissea, alle immagini più potenti delle tragedie e quindi al passaggio da modelli di vita individuale a quelli collettivi della città, fino alle incursioni nella terra dei morti e alla riscoperta di personaggi cancellati o rimossi a favore di altri. Un prezioso deposito di valori e memoria dove spunti immaginifici si alternano a viaggi nel tempo che si leggono, appunto, «come un romanzo».
Le recensioni:
È una raccolta di saggi coordinati fra loro, non una silloge di articoli già scritti. Coniuga ancora una volta, questo libro, la limpidezza e la semplicità con la profondità e la difficoltà. Perché quanto più breve, tanto più difficile è tentare il racconto della civiltà greca, del suo senso, di quel che ha lasciato al mondo. Eppure di quante cose questo libro è ricco, tanto che occorre leggerlo più volte per afferrarlo. L’inizio, ossia l’apertura, è dedicato al tema della porta, ossia delle sette di Tebe e della settima, l’inviolata, ove si uccidono Eteocle e Polinice. E all’azione di Antigone, contro la legge: ma una legge ingiusta. Qui principia la coscienza moderna o, se altri vuole, l’idea del diritto naturale.[…]
Mi ha colpito molto il capitolo sulla nascita della medicina moderna: da esercizio del sacro, con Esculapio, a esercizio della scienza, con Ippocrate – Galeno è giustamente considerato più filosofo che medico. Non dimentichiamo che Asclepio venne ucciso dagli dèi per aver risuscitato Ippolito, il quale si trasferì presso il lago di Nemi, sacro a Diana, la dea alla quale il figlio di Teseo s’era consacrato, venendo venerato col nome di Virbius, ossia “uomo due volte”. Dal Corpus Ippocraticum la Ciani estrae e traduce, pur avanzando tutte le riserve del caso, una cartella clinica, relativa a un giovane di vent’anni che muore in una settimana di un morbo forse contagioso. Non vi sono preghiere, ma osservazioni sulle urine, le feci, la temperatura, il comportamento dell’ammalato. Le porte del mito si aprono anche alla scienza moderna.
Da ultimo – ma di questo la Ciani non parla, e credo per umiltà – c’è la musica. Si accompagnava alla poesia lirica e conviviale, e i cori delle Tragedie erano cantati. Non sapremo mai quali melodie fossero intonate: la notazione musicale moderna nasce solo a partire dall’anno Mille. Ma per i Greci contava molto di più la musica scientia, ossia il calcolo degl’intervalli, le sottili distinzioni sul semitono. La scala musicale fissata da Pitagora è ancor oggi la base della teoria musicale. Tutti i nomi, anche recenti, della teoria musicale posseggono un etimo greco. Ma questo si può dire, presso la cultura europea, a proposito di qualunque scienza.
(Paola Isotta, Libero Quotidiano, 5.6.2020)
Le porte del mito invita il lettore a varcare la soglia metaforica tra tradizione e fantasia, per immergersi in una delle lingue più affascinanti del mondo, ma anche tra le più complesse. La lingua greca è una lingua morta e per questo alcuni passaggi, fondamentali per comprendere l’evoluzione e la crescita del lessico ad esempio, sono intuizioni, ipotesi filologiche che rendono tale lavoro affascinante, sicuramente, ma anche molto vicino al metodo per prove ed errori, per tentativi, non potendo dialogare più con la lingua principale anche perché i testi che restano sono frammenti.
Che cosa abbiamo perso in questo passaggio? Di quale bellezza la morte del greco ci ha privato?
L’autrice ci porta a seguire le illuminanti tracce che il greco ha lasciato e che si possono ritrovare in tanti altri scritti. Le riflessioni che l’autrice induce sono un invito a guardare oltre, alla scoperta di una lingua che si fa comunicazione di un modo di vedere che ha ancora tanto da dire.[…]
Parlare del greco è parlare dei poemi per antonomasia, Iliade e Odissea, intrisi essi stessi di mito, di mistero, di fascino: chi era Omero? È mai esistito veramente? L’autrice ripercorre alcune scene dei poemi, invitandoci a riflettere, tramite esse su alcune parole e su alcuni concetti fondamentali per la lingua e la tradizione greca: la bellezza, ad esempio, l’attenzione al corpo, la sacralità, il rito, lo spettacolo, la guerra. E vita e morte, inevitabilmente, unite nella poesia, nella parola, nella celebrazione del canto.
Vita e morte richiamano il tema della memoria, del ricordo dell’eroe, ad esempio, molto presente nell’Odissea: pensiamo all’incontro tra Odisseo e Achille nel regno dei morti, all’importanza della vita per i Greci e all’odio per la morte e per la vecchiaia, all’importanza della fama, del proprio nome come lascito e testamento della propria esistenza. E Odisseo chiama a sé il tema del viaggio, e porta l’attenzione sulla sua figura, che ha avuto interpretazioni diverse proprio a causa di quelle caratteristiche che gli vengono attribuite sin dalla nascita, astuzia e furbizia. Eroe o anti-eroe? Cinico calcolatore, mercante, o saggio? Tante le versioni di Odisseo che sono venute dopo il poema omerico, con l’enigmatica conclusione e profezia di Tiresia sulle sorti del re di Itaca.[…]
Tra leggenda e mito, tra tragedia, poesia, trattati medici e poemi corposi, l’autrice ci regala suggestioni attraverso e per mezzo della lingua greca, fonte inesauribile di meraviglia e di bellezza.(https://vivianasbooks.it/2020/06/07/le-porte-del-mito/)
L’autrice, che per lo stesso editore ha tradotto l’Iliade e l’Odissea, sa comunicare al lettore la sua passione culturale per il mondo antico, senza schiacciarlo con l’erudizione ma, dall’alto della sua competenza, fa condividere lo specchio in cui si riflettono i miti fondativi dell’Occidente. Brevi capitoli, nomi noti che rimandano a pieghe inesplorate della memoria e della psiche occidentali, luoghi e accadimenti che, nella nuova luce, sentiamo vicini, anzi, dentro di noi. A farne le spese è il personaggio di Ulisse che Ciani plasma con oggettiva veridicità, condividendo la descrizione di Filostrato: «Era abilissimo nel parlare, ma era un dissimulatore, amava l’invidia e lodava la malignità, era sempre triste e sovrappensiero, in guerra appariva più coraggioso di quanto non fosse in realtà, e non era esperto neppure nel tirare l’asta». Ciani riporta la storia misteriosa di Palamede, di cui Omero non parla ma che mitografi e poeti successivi hanno riportato. Ulisse, riferisce Apollodoro, non era intenzionato a partecipare alla guerra di Troia, e per non essere arruolato si finse pazzo: fu Palamede a dimostrare che quella pazzia era simulata, e così Ulisse fu costretto a partire. Sul campo, volle vendicarsi accusando Palamede, fornendo prove false ma irrefutabili, di essere connivente con i Troiani, talché il rivale che lo vinceva nelle gare di astuzia e sapienza fu lapidato dai commilitoni. Del resto, anche Dante colloca Ulisse nel girone infernale dei consiglieri fraudolenti, ma non nasconde una certa ammirazione per il coraggio di Ulisse di lasciare Itaca, dopo un breve soggiorno con la pazientissima Penelope, rimettendosi in mare per esplorare l’emisfero australe, inseguendo «virtude e canoscenza» per la gioia degli illuministi di sempre. Anche la storia di Nausicaa, secondo altre fonti, va oltre il racconto omerico. La fanciulla, abbandonato Ulisse ma di lui sempre innamorata, giunge avventurosamente a Itaca e da Penelope apprende che egli è ben altro da quello che appare: «È un vizioso, un truffatore, un bugiardo, è davvero un uomo “dai mille volti” che lei, Penelope, ha amato da lontano ma ha scoperto al suo ritorno. E lo ha cacciato da Itaca né sa più dove sia». Questo è solo un assaggio della rilettura che Ciani offre dei miti antichi. Ma almeno occorre far cenno alla storia di Orfeo ed Euridice. Orfeo, musico e poeta, ama Euridice e osa discendere nel regno dei morti per implorare agli dei inferi la restituzione dell’amata, prematuramente morta per il morso di una vipera. La grazia viene concessa ma con il vincolo che Orfeo non debba voltarsi per vedere che Euridice lo stia davvero seguendo. Purtroppo si volta, ed Euridice rimane nell’Ade. Maria Grazia Ciani non si ferma all’interpretazioni ovidiana del mito: seguendo le intuizioni di Rilke, di Claudio Magris, e anche del “Poema a fumetti” di Dino Buzzati, suggerisce che Euridice sia appagata dal silenzio e dalla pace che ha trovato nell’Ade, e inconsciamente non voglia seguire Orfeo che non rinuncia alla vita. La vera vita, anche l’amore, è nell’oltrevita: e il mito sembra così colorarsi di un sottinteso cristiano.(Cesare Cavalleri, Avvenire.it, mercoledì 10 giugno 2020)
L’incipit: La porta, la soglia: è un passaggio fatale: Significa vittoria o segna la sconfitta. Nelle antiche città murate la porta è insieme apertura e chiusura sul mondo: un mondo che è sempre “altro”, forse nemico o forse no, comunque sconosciuto. La porta è un luogo fragile, aggredibile, un punto che diventa il perno di ogni guerra di assedio.
Le porte Scee sono il simbolo della guerra di Troia. Di là i Troiani escono in battaglia, rientrano in fuga, là si incontrano Ettore e Andromaca in un attimo sospeso nel tempo, là resta inchiodato Ettore in attesa di Achille, di là passa il suo cadavere riscattato da Priamo. Infine, scardinate in parte dai Troiani stessi, lasciano entrare il cavalo ideato da Odisseo, il principio della fine.
Tebe, secondo tradizione, ha sette porte: mitiche quanto le sue mura innalzate a suon di musica. Ma nelle mura costituiscono pericolosi “varchi”, luoghi cruciali in cui si gioca la sorte della città. Punti deboli ma anche punti di forza che permettono di concentrare l’assedio in sette decisivi duelli.
Un velo di mistero circonda le sette porte di Tebe. Difficile l’identificazione topografica, alcuni nomi sono forse inventati da Eschilo, rimane sicuro l’iter direzionale, da Oriente (le porte Pretidi) a Occidente (la settima porta). Nella tragedia dei Sette, il coro, stravolto dal terrore, rammenta, quasi ricalca la disastrosa fine di Troia.
Troia, Tebe. E, al di là sopra di tutto, aleggia l’immagine di Atene, l’assoluta, la grande avversaria che fa di Tebe e di ogni altro luogo la sua controfigura in negativo, disdegnando di esporsi sulla scena davanti al “suo” popolo eletto. Gli eventi son si svolgono mai ad Atene, eppure Atene è dovunque perché Atene è la Grecia
L’autrice: Maria Grazia Ciani ha insegnato storia della tradizione classica all’Università di Padova. Presso la casa editrice Marsilio ha fondato e diretto fino al 2006 la collana di classici greci e latini «Il convivio» (nell'ambito della quale ha tradotto l'Iliade e l'Odissea) e fino al 2014 la collana «Variazioni sul mito», per la quale ha curato i volumi dedicati a Medea, Antigone, Fedra e Orfeo.





