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La scuola serve a vivere meglio, non a produrre di più
(Nando Cianci)

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Scuolaslow è una piazza nella quale incontrarsi, discutere, raccontare le riflessioni, le esperienze, le pratiche intrecciate con l'idea di una scuola slow, vale a dire sottratta...

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RivistaRiportiamo, qui di seguito, stralci della recensione di Paolo De Carolis al libro Viandanti e naviganti. Educare alla lentezza al tempo di Internet, di Nando Cianci. L'intera recensione è apparsa sulla Rivista Abruzzese, che qui si ringrazia.

 COPERTINA COPIA LAVORONANDO CIANCI, Viandanti e Naviganti. Educare alla lentezza al tempo di Internet, Tricase 2015, Ed. Youcanprint, pp. 120.

Questo libro di Nando Cianci è un punto fermo sul valore antropologico del tempo. Un lavoro imperdibile per chi si muove nei meandri delle attività umane, a cominciare dalla comunicazione e senza trascurare la formazione. Qui, volendo far ricorso alla metafora, il tempo indossa i panni, ben portati, del carnefice che trascina tutti sul patibolo, nessuno escluso negandogli un futuro anche cronologico. Per dirla con Dion Boucicault: Gli uomini parlano di ammazzare il tempo, mentre il tempo li ammazza in silenzio. Ed è a lui, quindi, che bisogna opporsi, negarsi. Come? Celebrando la lentezza. «In realtà», si dice chiaramente nel testo, «vivere con lentezza significa accelerare quando occorre, rallentare o fermarsi quando si può...». E «in definitiva: il fatto che

l'aggettivo"lento" abbia assunto sempre di più una connotazione negativa dipende anche dall'equivoco che intorno ad esso hanno tessuto l'inefficienza, l'infingardaggine, lo snobismo, il sospetto di fondamentalismo. Ma, volendo allargare lo sguardo al di fuori della palude del pregiudizio, si può scorgere, probabilmente, un motivo più profondo di questa impopolarità: la lentezza non è in sintonia con le coordinate culturali che hanno assunto il predominio con l'affermarsi progressivo della società dei consumi». Sì, la vicenda ruota proprio intorno all'eterno conflitto, all'incessante lotta tra la frenesia e la lentezza, al ciclico ed inarrestabile fluire di " questo reo tempo" di foscoliana memoria che riporta alle radici stesse di questa indagine filosofica. […] Ecco, allora l'elogio della lentezza che Nando Cianci ha saputo declinare con la sua abituale acribia portandola fino alla formulazione di una vera e propria teoria, supportata da valide argomentazioni. Una nuova tendenza che passa sotto il nome di "pensiero lento". «Rallentare diviene, allora, una necessità», si legge in quarta di copertina, «per la sopravvivenza. Del pianeta e di tutti i suoi abitanti. Per tornare ad assaporare la vita. Per offrire alle nuove generazioni la prospettiva di un cammino umano. Per usare bene le nuove tecnologie, che non sono un accidente diabolico intervenuto a scompaginare il cammino dell'uomo, nel quale la tecnica è stata sempre presente». Una condizione in cui, ovviamente, trova pieno coinvolgimento anche il mondo della scuola. Qui l'effetto è ancora più amplificato. Si tratta, infatti, di superare un retaggio, tanto pernicioso quanto ingiustificato, del tutto responsabile di un pregiudizio, difficile da scalzare, come quello che vuole inconciliabili il mondo delle anime umanistiche con quello digitale. «Tali cambiamenti,», chiarisce Cianci, «al tempo stesso vorticosi ed epocali, contribuiscono a spiegare la difficoltà nella quale necessariamente si dibattono gli insegnanti odierni, che stanno nella terra di mezzo tra la loro formazione prevalentemente legata alla cultura scritto-alfabetica e il dover formare generazioni native digitali. Accade anche che tali difficoltà suscitino in alcuni docenti il sogno della restaurazione di un mondo nel quale il rapporto educativo non era “ disturbato” dai mezzi elettronici. Ma, una volta assodato che una tale restaurazione non può realizzarsi, non si danno che due strade. La prima conduce a ripiegarsi nell'invettiva contro i tempi che degenerano, secondo l'antico vezzo, in auge già ai tempi di Cicerone, di considerare i tempi della propria giovinezza come migliori e quelli attuali come corrotti: o tempora, o mores!...». «La seconda opzione», aggiunge con chiarezza l'autore, «consiste nel rimettere il buon selvaggio nel posto che gli compete, quello del mito, e accettare una semplice, banalissima e pur difficile idea: si insegna, si instaura il rapporto educativo con questi ragazzi, con i ragazzi di oggi. Vale a dire con i nativi digitali. Il che non vuol dire che gli insegnanti immigrati digitali (…) debbano rinunciare a proporre la parola, il pensiero, il dialogo, cioè gli strumenti migliori della loro formazione. Vuol dire solo che tali proposte vanno calibrate sulle presenti generazioni e non su alunni “ ideali” che si desidererebbero, ma che non esistono; vanno esplicitate e praticate sapendo bene con chi si ha a che fare. E significa anche riservare ad internet, e in genere alle nuove forme di comunicazione,» spiega Cianci, «l'atteggiamento che sempre ha aiutato l'umanità nei periodi di grande cambiamento: quello della ricerca e della conoscenza. Non insegnanti irriducibili antagonisti di internet, dunque, né cavalieri serventi o damigelle del pc. Ma insegnanti», chiosa il saggista, «fedeli al loro status culturale che è indissolubilmente legato alla conoscenza. E, nell'ambito al quale ci stiamo riferendo, conoscere vuol dire capire i pericoli di internet, ma anche scoprirne le potenzialità». Formatori, dunque, che sappiano cogliere le diverse velocità che presuppongono i processi formativi e che ne siano responsabili piloti e non prevenuti detrattori. Un pensiero condivisibile che trova, non a caso anche nella saggezza popolare, il fondamento speculativo : "Chi va piano va sano e va lontano", o no?  (Paolo De Carolis)

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La parabola della parola "vecchiaia": da evocatrice di saggezza e rispetto a termine da nascondere e negare- La vuota retorica "del nuovo"

Grande studio (ambizione) degli uomini mentre sono immaturi, è di  parere uomini fatti, e quando sono uomini fatti, di parere immaturi.   
 
(G. Leopardi, Zibaldone, 16. Settem. 1832).

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