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ELOGIO DELLA PAROLAdi Lamberto Maffei, il Mulino, Bologna, pp. 156, € 13,00

 

La parola ci rende umani: a dirlo non è solo la filosofia ma anche la scienza. Per questo un neurobiologo ne ha scritto l'elogio. Con avvertenza: attenti al digitale

Cominciamo dalla fine: che cosa sarebbe l'uomo senza parole? Se lo chiede Lamberto Maffei, neurobiologo di fama e già presidente dell'Accademia dei Lincei, al termine del suo Elogio della parola, saggio in appassionata difesa del legame inscindibile tra linguaggio e pensiero, allacciati l'uno all'altro fin dal momento in cui grazie alla loro alleanza è scoccata l'ora della civiltà. Excusatio non petita? Per niente, perché il mondo contemporaneo sta erodendo giorno dopo giorno, in nome delle connessioni orizzontali, il modo con cui le nostre connessioni cerebrali funzionano, si organizzano e così organizzano la nostra capacità di leggere il reale. L'approccio di Maffei a un tema già ampiamente discusso – l'impatto della rivoluzione digitale sull'umano – è originale e a tratti temerario: connettere (nomen omen) la neurobiologia alla storia della cultura, passando per la filosofia e l'arte del Novecento e spiegando così quanto e come le nuove tecnologie e i discorsi da esse derivanti siano in contrasto con l'assunto iniziale del libro. Perché se il pensiero è la parola bisogna allora interrogarsi sul funzionamento del nostro emisfero cerebrale sinistro e sui tempi e i modi della evoluzione biologica e culturale. E quindi chiedersi se il nostro linguaggio non stia involvendo piuttosto che progredire in direzione di quella maggiore emancipazione che appunto per ragioni evolutive lo ha sempre collegato alla "possibilità del pensiero". In ultima istanza, alla possibilità umana di essere. Così nel saggio di Maffei le argomentazioni scientifiche si alternano alle citazioni di Calvino o Foucault, Magritte e Benjamin, cercando di indicarci la strada di una rinnovata lentezza come condizione indispensabile per consentire al nostro cervello di svolgere la sua funzione linguistica e dunque interpretativa (e trasformativa) del mondo.

Ne esce un libro godibile, semplice ma non semplificato, a tratti radicale nella sua critica al paradigma tecnologico dominante e alla globalizzazione. Un invito a non traslare il "vedere" in "guardare" e a impedire che il comunicare collettivo si muti in una entropia senza governo. Soprattutto, un appello per una "scuola della parola" che si contrapponga al baco cognitivo prodotto dalla sintassi digitale in nome di ciò che abbiamo di più importante: il linguaggio che conduce al pensiero. E viceversa.
(Marco Bracconi, la Repubblica/Robinson, 2/9/2018)



Il risvolto: Che cosa ci rende diversi dagli altri animali, anche da quelli più vicini a noi come i primati? Pur condividendo con essi la socialità e la capacità di comunicare, noi umani ci differenziamo per un linguaggio particolare, quello della parola. Oggi, le straordinarie possibilità di comunicazione aperte dall’era digitale inducono una fuga dalla parola e dalla conversazione; questo è evidente sia nei giovani chiusi in una stanza sotto una pioggia di messaggi sia negli anziani emarginati dalle nuove tecnologie, che si trovano ad affrontare tutti una paradossale solitudine. È tempo di tornare all’unicità dell’uomo e a quella «stringa di parole che la ragione infila nella collana della storia».

 

L’incipit: C’era una vota un sultano che, come si narra nelle Mille e una notte, andò su tutte le furie perché la moglie, donna desiderosa di esperienze non riferibili, approfittando della sua assenza, l’aveva tradito insieme alle sue amiche, derivandone grande piacere. Egli, anche per la vergogna di eventuali protuberanze frontali, concepì odio per lei e meditò una punizione adeguata, tanto che la fece prontamente decapitare. Il sultano cominciò ad odiare tutte le altre donne e, seguendo criteri di giustizia molto personali, ordinò che ogni notte le fosse portata una vergine per congiungersi con lei e deflorarla e poi farla decapitare al mattino seguente.

La storia proseguì per molti anni con soddisfazione del sultano ma non delle sue notturne concubine finché Shahrazad, fanciulla di rara bellezza e intelligenza, si offrì come vittima con un piano coraggioso per interrompere la strage delle vergini.

Giacque col re ma poi, con uno stratagemma cominciò a raccontargli una storia che interruppe allo spuntar dell’alba, prima della prevista decapitazione.

La storia era così interessante e avvincente che il re rimandò al giorno dopo l’esecuzione per ascoltarne la fine. E così per anni… finché nacque il vero amore, e con questo le nozze. […]

Shahrazad non vince con le armi del fascino del corpo o con la dolcezza dell’amplesso, ma con la parola, con il racconto, con storie, favole che la necessità le fa inventare abilmente ogni notte.

In un mondo, allora ancor più di ora, dominato dagli uomini, la parola vince l’ingiustizia, il sopruso del dittatore, ricorrendo non al gioco animale dei sensi, ma a quello della ragione, e la donna ne esce vittoriosa.

 

L’autore: Lamberto Maffei, già presidente dell’Accademia nazionale dei Lincei, è professore emerito di Neurobiologia alla Scuola Normale di Pisa. Con il Mulino ha pubblicato tra l’altro La libertà di essere diversi (2011), Elogio della lentezza (2014) e Elogio della ribellione (2016).

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