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LA BUONA POLITICAIl libro: Ci si deve rassegnare al cinismo spicciolo del «ciascuno per sé e Dio per tutti»? O, per uscire, dalle secche dell’individualismo esasperato occorre affidarsi alle ali dell’utopia e volare verso ciò che appare irrealizzabile? Né l’una né l’altra strada ci porterebbe lontano. Anzi è proprio dall’alleanza fra queste due visioni, apparentemente così lontane, della politica che nascono le conseguenze poco confortanti che sono sotto gli occhi di tutti. A questa «poco virtuosa alleanza» reagisce nel suo nuovo libro Paolo Pombeni, seguendo un percorso che è anche il personale bilancio di un intellettuale che ha attraversato la lunga transizione, ancora in corso, avviatasi con la rivolta giovanile del ’68, che ha messo a nudo la corrosione dei pilastri del vecchio ordine e il decadimento al quale essi erano destinati.

Il libro ripercorre rapidamente il cammino della giovane repubblica italiana, caratterizzato inizialmente da un crogiolo di entusiasmi, speranze, realismo, scommesse, sogni. E, poi, come reazione al loro crollo, dall’inizio della fuga nell’utopia, della quale l’autore analizza alcuni «momenti topici». A partire, appunto, dal Sessantotto, per giungere al «populismo che alla fine è diventato la cifra interpretativa dominante dell’ultimo quinquennio» e che non spunta improvviso come un fungo, bensì ha le sue radici proprio nella storia del mezzo secolo precedente.
Una situazione che pone la questione fondamentale del senso della politica e di come si possa pervenire ad una “buona politica” capace di coniugare altezza del pensiero e realismo del cammino. A questa pars construens è dedicato la parte preponderante del libro, che, partendo dal concetto weberiano di “comunità di destino”, individua le pietre miliari di un nuovo cammino nella riscoperta del bene comune, nella ricostruzione dell’opinione pubblica e nel ripensare la rappresentanza.
Perché, nonostante in apparenza il populismo esalti il senso di essere “popolo”, le cose stanno in maniera diversa e contraddittoria: «Il sentirsi parte di una comunità politica perché si condivide una certa cultura (dentro cui sta la lingua), o perché si vive in un certo spazio che storicamente è stato vissuto come connesso e identificato in una certa istituzione politica non è più moneta corrente». Al contrario tali comunità risultano spesso unite solo dalla paura delle immigrazioni e dall’ansia di tutelarsi da presunte minacce esterne; ma, al di fuori di ciò, «torna lo sfarinamento delle nostre attuali comunità politiche in una molteplicità di clan e tribù». Con tutte le conseguenti difficoltà nella costruzione dei diritti e delle necessarie reti di solidarietà. È per la costruzione di queste reti che Pombeni mutua da Max Weber il concetto di «comunità di destini», caratterizzante una comunità «che riconosce tutti i suoi membri quali componenti necessarie e interconnesse e dunque da tutelare». Il che postula una idea della politica come arte del possibile. E ispira tutta la restante parte del libro, le cui tappe sono – come già detto – la ricostruzione dell’opinione pubblica (che va gestita «da un buon contesto di istruzione, da una classe intellettuale resa cosciente delle sue responsabilità, da un universo delle comunicazioni consapevole» ed equilibrato), il ripensare la rappresentanza (non si tratta di rappresentare avvocatescamente il “popolo”, ma di costruire un meccanismo virtuoso che dia vitalità a tutte le componenti del “territorio politico”) e la costruzione di una comunità politica che lavori, appunto, per una “comunità di destini”, le cui basi vanno costruite prima di tutto sul terreno culturale.
Le analisi di cui si sostanzia il libro sono articolate, come richiede una situazione complessa, e non nascondono tutti i nodi problematici che la costruzione di una nuova comunità presenta. Ma non si accoda a quella che viene definita la tentazione di molti intellettuali ad organizzare il pessimismo. Né presenta facili e dettagliate ricette per affrontare e superare tutti quei nodi. Indica, invece, un cammino nel quale è lecito sperare e per il quale, soprattutto, occorre lavorare. Se l’umanità ha superato tante dure prove nel passato, può farcela anche oggi. Può farlo dandosi istituzioni finalizzate alla produzione del bene comune, che nascano dall’ «impegno di costruzione di una nuova cultura politica, capace di mettere le persone e i gruppi sociali in grado di dare un significato al mondo in cui è loro capitato di vivere e di conseguenza di operarvi in modo da dare un senso accettabile alla propria esistenza».


Il risvolto: Dove è finita oggi la politica? In un pozzo di discredito, in una palude di utopie e ideologismi a buon mercato. È tempo di rivendicare una funzione alta della politica come arte del possibile, i cui capisaldi sono il riconoscimento della propria collocazione in una «comunità di destini» e l’elaborazione di «un patto che ci lega» (il costituzionalismo democratico). Contro il dilemma attuale che contrappone pubblico e privato urge riscoprire il «bene comune», lavorando in particolare sulla grande questione della democrazia di oggi: l’enigma dell’opinione pubblica.

L’incipit: […] Bisognava ragionare su quali fossero i nodi culturali – cioè di comprensione del nostro complicato contesto – attorno ai quali si rischiava di naufragare, ma che al tempo stesso era necessario rimettere al centro di qualsivoglia operazione di ricostruzione.
Impresa rischiosa, ma anche affascinante. Così mi venne in mente che dormivano non in un cassetto (ormai non si usa più) ma in un file del mio computer alcuni appunti che qualche anno fa mi aveva stimolato la lettura dell’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam.
È passato giusto poco più di mezzo millennio da quando, nel 1509 per l’esattezza, Erasmo scrisse in una settimana, ospite in Inghilterra del suo amico Tommaso Moro, quel libretto destinato a concorrere non poco alla sua fama.
L’elogio della follia è un pamphlet polemico, il raffinato gioco intellettuale di un umanista che guarda con un certo raccapriccio, misto al senso di superiorità che deriva dall’uso del dileggio, la vita culturale, politica, religiosa e sociale del suo tempo. Erasmo era stato feroce nel criticare tutti: i filosofi, disastrosi quando pensano di far politica, i giuristi che sfornano leggi a macchinetta, i teologi che non spiegano nulla, i monaci che blandiscono i ricchi per avere generose elemosine, e su su, fino ai cardinali e al papa. Quanto alla politica, aveva scritto che essa era l’arte di ingannare il popolo, lusingandolo per averne l’appoggio.
[…] Se vogliamo avere una buona politica è necessario invece riuscire a compattarci, per quanto in maniera dialettica, nel volere una politica razionale, senza per questo privarla della passione per l’ideale. Ragione e passione sono i pilastri della buona politica, a patto che sappiamo che non si può scambiare per ragione tutto quello che passa per il cervello e per passione tutte le esaltazioni, per non dire i fanatismi, di chi opera in questo campo: anche se la passione vera rimane essenziale se si vuole, come si sarebbe detto una volta, che la storia vada avanti.

 
L’autore: Paolo Pombeni, professore emerito presso il Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Bologna, con il Mulino ha pubblicato tra l’altro Il primo De Gasperi (2007), La ragione e la passione (2010), Giuseppe Dossetti (2013), La questione costituzionale italiana (2016), Che cosa resta del ’68 (2018).

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