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Frugalità

di Paolo Legrenzi

(il Mulino, Bologna, pp. 144, € 12,00)

 La riduzione dei consumi, alla quale ampie fasce di popolazione nel ricco Occidente sono costrette, non ha scalfito la seduzione che il consumismo esercita sulle coscienze e nelle concrete scelte di vita. Perché, per l’appunto, questa riduzione rappresenta una costrizione e non una scelta. Lo stile di vita che ne consegue non può perciò, a rigor di termini, considerarsi più frugale rispetto a quello dei tempi dell’abbondanza. Non lo può perché la frugalità è tale quando è frutto di una libera scelta, come spiega con abbondanza di argomenti, di interpretazioni di fatti e di richiami letterari, Paolo Legrenzi nel suo nuovo libro, Frugalità (il Mulino, Bologna, pp. 144, € 12,00).

    La frugalità, in questo senso, non può essere accomunata alla povertà, né all’avarizia, in quanto l’una e l’altra sono frutto di costrizioni (da circostanze esterne, la prima; da ossessioni mentali, la seconda). Rappresenta, come già detto, uno stile di vita ed un abito etico, come ben esprime questo aneddoto che ha per protagonista Alessandro Rossi, trisnonno dell’autore, che lo riprende da un altro libro[1]: ‹‹Alessandro, industriale tessile, aveva una nuora, Maria, madre dei suoi nipoti prediletti. Maria gli chiede di acquistare un carrettino per far giocare i nipoti: lei aveva già comprato un pony a Verona. Ecco la risposta di Alessandro:Duolmi, o mia carissima, di non poter aderire alla tua richiesta, non comprerò la charrette, e non approvo l’acquisto del cavallino. Con lo stesso corriere, insieme alla tua letterina, m’è pervenuta la relazione settimanale di Fochesato (direttore del lanificio) il quale mi avverte doversi licenziare due operai recentemente assunti in prova, perché il loro rendimento non corrisponde al salario che per conto loro inciderebbe sul bilancio dell’opificio. Considera, figliola carissima, che prezzo di pony e charrette corrisponde al salario dei due che devonsi licenziare››. Un atteggiamento che non si alimenta di avarizia, ma di buon gusto e di capacità di guardare le cose nel loro insieme, senza farsi accecare dallo scintillio del superfluo. E che Henry David Thoerau, per altri vie, avrebbe sintetizzato con il motto: ‹‹Un uomo è ricco in proporzione al numero di cose di cui può fare a meno››. Il benessere, in sostanza, non coincide con la quantità dei propri averi, bensì con la tranquillità d’animo.

         Uno stile di vita destinato, con tutta evidenza, a subire gli attacchi del consumismo, che prospera con la sottile arte di far sentire come “bisogni” da soddisfare gli innumerevoli oggetti che produce e che, in gran parte, abitano la dimensione del superfluo. A tale proposito, Legrenzi non si abbandona a invettive o rimpianti, ma analizza il percorso attraverso il quale si giunge dalla ‹‹frugalità spontanea e atavica delle civiltà contadine›› all’attuale ‹‹superiorità in borsa delle azioni corrispondenti alle aziende del lusso››.

         Schiacciata dalle ingenti truppe del consumo e del mercato, la frugalità non è stata tuttavia annientata ed ha davanti a sé possibili strade di rinascita. Strade che non marciano all’indietro, verso i pascoli del rimpianto, ma guardano a quel che oggi si potrebbe fare. Per esempio, suggerisce Legrenzi, ‹‹ridurre le risorse destinate ai consumi quotidiani per riorientarle verso finalità permanenti (istruzione, cultura,ambiente), rese possibili da un incremento dei risparmi››. E riequilibrare, così facendo, ‹‹il nostro rapporto con il mondo naturale che ci circonda, oggi sfruttato e monetizzato››.

         Uno dei temi più radicati nel concetto di frugalità è dato proprio dall’opporsi all’idea che tutto al mondo sia commerciabile, tutto abbia un prezzo. Opposizione che non si traduce, però, in una scelta pauperistica, bensì nella capacità di saper ‹‹decidere se accedere ai vasti mercati dei desideri e a quali accedere››, sostituendo, anche, i piaceri derivanti dal consumismo con altri piaceri. Per questa via la frugalità può diventare ‹‹la conseguenza di una scelta consapevole che facciamo per selezionare le cose importanti, illuminarle, farle risaltare, in modo da chiarire a noi stessi gli obiettivi fondamentali della nostra vita››. I quali possono contribuire, oltre che a darci un reale ben-essere, a ‹‹salvare il pianeta dalla spoliazione sistematica delle risorse››. (n. c.)

L’incipit: Da bambino ero ingordo e, per così dire, antifrugale. Quando mangiavo i panini con burro e miele, ero famoso tra fratelli e cugini perché le dosi di miele di cui mi servivo erano talmente abbondanti che dal panino scendevano sulle dita, sulle mani, sulle braccia, fino a colare sui gomiti. Poi, col passare del tempo, molte persone e le vicende della vita mi hanno insegnato ad apprezzare il benessere della frugalità.
   I miei insegnanti di frugalità sono stati troppi perché possa qui ringraziarli tutti. Per lo più sono state le persone con cui ho lavorato, non solo nelle università come studioso ma, soprattutto, nelle varie aziende di cui sono stato consulente.

   Le aziende con cui ho lavorato sono state un’ottima scuola per la frugalità. Ero allora impegnato a costruire l’antifrugalità, l’altra faccia della medaglia. Le aziende ti costringono a vedere le cose dal punto di vista altrui, e cioè dal punto di vista dei clienti finali, nel tentativo continuo di renderli antifrugali, e di convincerli ad acquistare il superfluo. O meglio: il superfluo che gli proponi tu, e non quello della concorrenza. Nello stesso tempo, ti obbligano a nascondere i modi con cui costruisci il fascino dei prodotti e dei servizi che vuoi vendere. In questo modo traspare quel che di solito è opaco e imperscrutabile, grazie al fatto che si partecipa dall’interno alla costruzione dei meccanismi consumistici progettati per travolgere la frugalità. Se li conosci, se sai da vicino come sfruttare la golosità, la seduzione, e le altre cose considerate piacevoli, almeno nella nostra cultura (soldi, tempo libero, bellezza, tecnologie e così via), un po’ alla volta te ne liberi.

L’autore: Paolo Legrenzi è professore emerito di Psicologia all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato vari libri, tra cui Perché gestiamo male i nostri risparmi (il Mulino), e I soldi in testa. Pscicoeconomia della vita quotidiana (Laterza). Scrive per la Repubblica.



[1] M. Sessa, Alessandro Rossi e dintorni, Schio, Menin, 2012, p. 20.

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