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(Nando Cianci)

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COSA FARO DA GRANDEIl futuro come lo vedono i nostri figli
di Gustavo Pietropolli Charmet
Laterza, Roma-Bari, pp. 164, € 9,50

Il libro: Particolarmente efficace per presentare questo libro ci sembra l’intervista all’autore realizzata da Elena Marchini e pubblicata sul sito della Fondazione Carispezia all’uscita del libro. La riproponiamo qui di seguito.

Professore Charmet, nel libro Cosa farò da grande?,lei  racconta le difficoltà che gli adolescenti trovano nell’affrontare il futuro, tra i vari attori della scena adolescenziale ci sono in primis la famiglia e quindi le istituzioni. Inizierei a chiederle come sono cambiati i genitori negli ultimi anni? Che madri e padri hanno in genere gli adolescenti del 2012?

Il cambiamento più significativo nei genitori di oggi è che ritengono di dovere trasmettere al figlio affetto, sicurezza, sostegno, in definitiva amore, piuttosto che regole e valori. Questo sembra dipendere dal fatto che in passato il bambino veniva rappresentato come influenzato da una natura pulsionale, avida, ingorda, antisociale, per cui si rendeva necessario dare regole e valori per tenere a freno la sua natura istintuale. Oggi la famiglia e la società considerano il bambino un individuo competente, buono, relazionale, creativo, cioè un bambino che ha bisogno di essere valorizzato nella ricerca di se stesso, del proprio talento e della propria indole e di conseguenza meno bisognoso di regole. È sicuramente un cambiamento educativo radicale. Mentre in passato si cercava di farsi obbedire con la paura dei castighi o scatenando sentimenti di colpa, oggi sembra che l’obiettivo sia farsi obbedire per affetto, grazie all’autorevolezza conquistata attraverso una buona relazione. Molti criticano l’abbandono delle regole, perché ritengono che i ragazzi crescano in una situazione priva di conflitti con i genitori, e non si dà loro senso di responsabilità e del dovere. Altri ritengono, invece, che questo cambiamento educativo sia una grande conquista perché i bambini sono molto precoci e più competenti. Il comportamento dei genitori in generale va verso un abbassamento dell’importanza delle regole e un innalzamento dell’importanza delle relazioni.

Nel libro sostiene che la scuola mortifica il futuro degli adolescenti…

È successo che la scuola agli occhi dei ragazzi non garantisce più un ascensore sociale, un passaggio da una categoria sociale ad un’altra più elevata, e non garantisce neanche un’esperienza contro la disoccupazione. I ragazzi si chiedono in che senso la scuola possa essere utile per capire qualcosa di se stessi e del mondo, se non sarà utile al loro futuro. La scuola per gli adolescenti ha un culto verso ciò che è successo in passato, però oggi come oggi i ragazzi sembrano più interessati a capire cosa succede nel presente e cosa sarà nel futuro. La scuola così come è strutturata non soddisfa questa esigenza sia nell’organizzazione del lavoro sia nella relazione con la natura, con il pianeta e con i grandi problemi del futuro.

Lei auspica la nascita di un nuovo umanesimo per dare un futuro agli adolescenti e forse anche ai non adolescenti, può chiarirci questo concetto?

Quando scrivo di nuovo umanesimo penso alle scuole materna ed elementare che mettono l’accento sull’educazione, la creatività, la formazione la crescita e la socializzazione del bambino oltre che ovviamente all’insegnamento delle discipline scolastiche; pongono cioè molta attenzione a una formazione globale. Questa dimensione molto attenta alla crescita della persona, man mano che si va avanti nel corso degli studi viene meno. Già alle medie iniziano ad avere un’importanza fondamentale le discipline: la matematica, l’inglese, l’italiano, la storia. Il nuovo umanesimo dovrebbe porre attenzione alla crescita umana soggettiva delle persona, ai suoi diritti e alle sue caratteristiche peculiari.

Una metafora che mi è molto piaciuta per definire la personalità degli adolescenti è la democrazia dei sé, può spiegare ai nostri lettori in cosa consiste?

Nella mente dell’adolescente, i vari sé – il sé figlio, il sé sessuato, il sé sociale, il sé maschile, il sé femminile – tutta questa copulazione di sé, di parti, di ruoli, di identità ancora molto parziali, non integrate tra di loro, in attesa che avvenga quel processo di integrazione e identificazione, convivono abbastanza pacificamente. I ragazzi a casa sono in un certo modo, nel gruppo in un altro, a scuola in un altro ancora, tutti questi sé sono sentiti dai ragazzi come rispettabili, autentici, non in conflitto tra di loro, esiste cioè una specie di democrazia per cui tutti questi ruoli hanno uguale diritto di parlare. Nell’adolescenza la ricerca del vero sé è molto importante; solo dopo avere fatto tante esperienze di vita si deciderà la propria identità di genere, sessuata e sociale. Da adulti non sarà più così, perché la mente è organizzata verticalmente, comandano certi valori, certe situazioni sono definite per sempre, l’accezione della propria identità è stata scelta a scapito di altre identità e altri sé che sono stati messi in minoranza, salvo poi accorgersi, magari a quarant’anni, che il lavoro svolto non è quello giusto; e in questo caso vengono recuperati dei sé che erano stati azzittiti.

Si sente spesso dire di un prolungato soggiorno nell’adolescenza anche da parte di individui ormai adulti. Secondo lei siamo sempre più destinati a vivere in una società dove si entra nel mondo degli adulti da vecchi?

Qualcosa di vero c’è in queste metafore, nel senso che anche gli adulti, mi sembra, sono tentati di “adolescensizzarsi”. Vedo spesso genitori di adolescenti che provano nostalgia e hanno voglia di condividere con i figli un’adolescenza che non hanno potuto vivere pienamente. I ragazzi pensano che la loro età sia la migliore, mentre gli adulti vedono nella gioventù l’età dell’oro. Mi sembra che i ragazzi tendano a restare giovani il più possibile e di invecchiare, cioè diventare grandi, il più tardi possibile. Penso però che l’adolescenza in quanto tale finisca molto prima rispetto agli anni passati. Quando si esce dal liceo non si è più adolescenti ma si è ancora molto giovani, è questa fase che fa seguito all’adolescenza e precede il mondo adulto ad essersi molto allungata, e può arrivare sino ai 34-35 anni. In questo caso non è l’adolescenza ad essersi allungata, ma si è estesa la fase del giovane-adulto.

In conclusione, esiste una ricetta che possa aiutare i genitori a dare fiducia ai propri figli sul futuro?

Sarebbe bello che i genitori non fossero pessimisti, i genitori dovrebbero aiutare i propri figli a capire che toccherà a loro inventare un nuova modello di sviluppo. La crisi che stiamo attraversando segna la fine di un’epoca, e i giovani devono essere in grado di trovare un modello di sviluppo meno consumistico, più sobrio, più attento alla persona, e forse anche più felice. Quel nuovo umanesimo a cui accennavo prima.


L’incipit: In quaranta anni di lavoro psicoterapeutico con adolescenti in crisi e nei colloqui con i loro genitori mi è apparso sempre più evidente che a preoccuparli è anche il futuro, e non solo quel che è loro accaduto nel passato. Non è l'infanzia ma la crescita a farli soffrire. I ragazzi temono di non essere in grado di uscire dall'adolescenza e i genitori hanno paura di non sapere come e cosa fare per aiutarli a smettere di vivere in un eterno presente.
La capacità di sperare che esista un tempo futuro in cui potrà realizzarsi il suo progetto e sarà possibile sviluppare maggiore creatività e amore rappresenta per l'adolescente il requisito per riuscire ad essere sereno e laborioso, impegnato nell'allenarsi ad imparare mestieri e sport, e nel frattempo godere dell'amicizia, dell'amore, dell'avventura, del viaggio, del rischio. Sarebbe bello, naturalmente, se potesse godere anche della scuola e della famiglia, ma è proprio con loro che l'adolescente vuole chiudere la partita per costruire nuovi rapporti sociali ed altri modi di stare in relazione con la propria mente e il proprio corpo, divenuto ormai adulto.
Mentre scrivo queste pagine, cercando di illustrare quale sia la chiave di alcuni comportamenti giovanili, a Londra ed in altre città inglesi gruppi di giovani stanno mettendo a ferro e fuoco il loro quartiere o migrano verso il centro lasciando dietro di sé vandalismi, devastazioni e saccheggi. Ovunque incendi e vetri in frantumi, cittadini sgomenti e operatori televisivi, mentre la polizia cerca di capire il perché si trovi ad affrontare giovani incappucciati che conoscono bene la strategia e la pratica della guerriglia di strada, combattuta senza armi da fuoco e coltelli, solo con sassi, incendi e il lancio di tutto quanto si trovi a portata di mano e che può servire al combattimento, telefoni cellulari inclusi, per tenersi in contatto e coordinarsi.
Qualcuno mi ha chiesto perché succeda tutto questo; ebbene penso che una delle motivazioni sia la seguente: a questi giovani sta morendo il futuro, e allora o protestano o tentano di rianimarlo e di tenerlo in vita.

L’autore: Gustavo Pietropolli Charmet, specializzato in psichiatria, psicoterapeuta di formazione psicoanalitica, è stato primario di servizi psichiatrici, direttore della Scuola di Specializzazione in psicologia del Ciclo di Vita e docente di Psicologia dinamica presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca. Socio dell'Istituto Minotauro e presidente del CAF-ONLUS, insegna presso la scuola A.R.P.Ad – Minotauro di Psicoterapia Psicoanalitica dell'Adolescenza. Ha pubblicato, tra gli altri, i seguenti libri. Per Franco Angeli: Ragazzi sregolati (2001), Crisis center (2003), Manuale di psicologia dell'adolescenza: compiti e conflitti (con Alfio Maggiolini, 2004);  per Mondadori:  Non è colpa delle mamme (2006); Per Raffaello Cortina: Uccidersi (con Antonio Piotti, 2009);  per Aliberti: Giovani vs adulti (2012); per Laterza: Fragile e spavaldo. Ritratto dell’adolscente di oggi (2012).

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