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La scuola serve a vivere meglio, non a produrre di più
(Nando Cianci)

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Scuolaslow è una piazza nella quale incontrarsi, discutere, raccontare le riflessioni, le esperienze, le pratiche intrecciate con l'idea di una scuola slow, vale a dire sottratta...

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La scuola non serve a niente1di Andrea Bajani
Laterza, Roma-Bari, pp. 138, € 5,90

Il libro: Coniare una parola nuova, come si conia una moneta. Solo che, per quest’ultima, le procedure e le competenze non appartengono ai singoli individui. Le parole, invece, possono essere coniate da chiunque, senza autorizzazioni e senza procedure legali. E possono prendere vita, durare a lungo o scomparire senza che nessun apparato statale o sovranazionale lo decida. Possono essere universalmente adottate; ma anche aver valore solo in un preciso e limitato contesto. A questa opera di conio, Andrea Bajani ha introdotto gruppi di ragazzi –tra i quindici e i diciotto anni- per convocare “pezzi di mondo” e battezzarli. Ne sono finora scaturite parole che disegnano il ritratto dell’Italia come essi la vedono. Per esempio Svivere, Monetica, Disonestar, Demolitica, che indicano, rispettivamente, una vita che scorre passivamente, il denaro come unico valore condiviso, il far carriera tramite l’illegalità, la politica del distruggere. Insomma atti di accusa molto corposi verso il mondo che le generazioni adulte fanno trovare ai giovani. E un giorno, durante uno di quegli incontri di gruppo, una ragazza ha proposto –per indicare lo stato d’animo di chi si chiede se ha ancora senso andare a scuola- un altro neologismo: Rinuncianesimo, spiegandolo così: «I miei genitori mi hanno detto che andare a scuola, poi scegliere l’università che mi piace, non mi cambierà la vita. Sono s’accordo: troverò lavoro? No». E poi: «Se siamo sinceri lo sappiamo tutti (…), solo che qualcuno si vergogna a dirlo: la scuola non serve a niente».

Parte da qui il libro di Andrea Bajani, dalla domanda se la scuola debba servire a qualcosa e si addentra tra le difficoltà di tutti quelli che nella scuola vivono, a volte come separati in casa, a volte più o meno disperatamente protesi a scorgere le ansie che stanno dietro spalle reciprocamente girate.
L’autore non si limita, naturalmente ad osservare le spalle girate e a constatare il diffondersi del  rinuncianesimo dentro e fuori la scuola. E rovescia il valore dell’affermazione diffusa secondo la scuola non serve a niente: la scuola non deve servire a qualcosa, ma essere  il luogo che tragga il suo senso dallo stare insieme e dall’essere un terreno da coltivare (secondo l’etimo della parola cultura) per consentire a tutti e ad ognuno di costruire il proprio sapere, la propria interiorità e la  capacità di stare insieme.

Il saggio di Bajani è accompagnato da due dossier finali -sui “numeri della scuola” e sulla “cronologia delle riforme- e da una serie di articoli, già editi, di altri autori che hanno affriìontato i problemi sui quali il saggio è incentrato.


Per  ulteriormente illustrare il senso di questo libro, riportiamo un’intervista rilasciata dall’autore ad Antonello Guerrera in occasione dell’uscita del libro.

Insomma, Bajani, perché oggi «la scuola non serve a niente»?

"È un paradosso: oramai è diventato un mantra della nostra società per qualsiasi cosa, dall’economia al lavoro. Invece, bisogna uscire da questa logica utilitaristica: la scuola non deve soltanto “servire”, alla stregua di una chiave inglese. Bisogna tornare a quello che c’è dentro la scuola". 

E cosa c’è dentro?

"C’è la cultura. E la cultura contiene il verbo “coltivare”: le nozioni, certo, ma anche la convivenza, oltre a una lettura del mondo. Non a caso, la scuola è il nostro primo — e forse ultimo — luogo di aggregazione, comunità, condivisione. E

quindi è indispensabile in un’epoca di profonde solitudini come la nostra".

E invece si allarga il fenomeno del «rinuncianesimo», come lo chiama nel libro una giovane partecipante a un suo seminario. E cioè una scuola di rinunciatari passivi.

"È una parola tremenda e bellissima, a metà tra ideologia e religione. Risuona quasi come un atto di fede, ma purtroppo è una mesta chiave per capire che cosa sta succedendo alla scuola italiana: da un lato, gli studenti tendono sempre più a “disarmarsi”, a rinunciare ad aggredire la vita quotidiana. Dall’altro, considerano gli insegnanti degli impiegati statali e fannulloni. I quali, bisogna dirlo, a volte si attaccano conservativamente al vecchio mondo. E così perdono autorità".
Perdita di autorità legata anche alla “scomparsa dei padri” nella società odierna, come ha scritto Massimo Recalcati che lei cita nel libro.

"È vero. Come il “Padre padrone”, non esiste più il “maestro Manzi”. Oggi, l’unica cosa che può fare un padre, spiega Recalcati, è testimoniare la propria paternità. E l’unica cosa che può fare un insegnante, di fronte al discredito collettivo, è dare testimonianza di sé, plasmando l’istruzione con entusiasmo e metodi concreti, alternativi alla tradizione. Come diceva Hannah Arendt, del resto: “L’insegnante è il testimone del mondo”. Ma qui c’è un ulteriore passaggio fondamentale".
Quale?
"L’insegnante è parte integrante dello Stato. E lo Stato deve aiutarlo a restituirgli quell’autorità: dall’immaginario collettivo ai compensi, fino all’agibilità degli edifici. Un insegnante deve avere le spalle coperte. Da solo non ce la può fare".
Invece, l’istruzione pare spesso trascurata dallo Stato italiano.

"Assolutamente. È inquietante che le riforme degli ultimi anni siano state tutte dettate da esigenze economiche e dai numeri più che da un nuovo approccio pedagogico o di insegnamento".

Riforme che tra l’altro non hanno allineato l’Italia all’Europa. Un valido paragone nel libro è quello della Germania, dove la lezione è ultrapartecipativa, il professore “supera il fossato” e responsabilizza gli studenti.
"Esatto. In Germania, dove vivo, non c’è, almeno in apparenza, un rapporto di superiorità, perché il docente permette all’alunno di prendere in mano l’oggetto (ossia l’argomento) e di smontarlo e rimontarlo a piacimento. Così si sviluppano dialettica e senso critico. Negli studenti, ma anche negli insegnanti. Da noi, invece, si è sviluppata una passività sempre più marcata".

Per questo lei scrive che la scuola deve ripartire dalle “parole”. Perché?

"Perché solo le parole possono salvarci. I ragazzi dei miei seminari li lascio sbizzarrire con neologismi perché diano un nome alle cose, che così escono dal buio e diventano conoscibili. È una delle grandi sfide: insegnare agli studenti come farsi certe domande e scegliere, per dare una forma al mondo. Soprattutto nel magma di Internet, dove hanno a disposizione tutta l’informazione possibile. Che però, senza il filtro della scuola, è merce senza valore”.

L’incipit: Di un ragazzo di quindici anni che non vuole più andare a scuola vedi soltanto le spalle. Ha smesso di guardarti in faccia, ha rinunciato a dirti o a chiederti le cose con gli occhi. E si porta via anche le orecchie, dato che ha rinunciato a farci entrare dentro qualcosa. Soprattutto ha rinunciato al pensiero che con gli occhi un insegnante possa dargli una cosa che già non sapeva, o che con le orecchie abbia voglia di starlo a sentire. Ma le spalle di un ragazzo o di una ragazza di quindici anni che non vuole più andare a scuola sono una porta che non chiede nemmeno più di bussare. Le vedono i professori all’uscita dall’aula, e le vedono i genitori –quando hanno tempo di farlo- perché quelle spalle girate sono spalle girate per tutti. A volte chi sta dietro la cattedra prova a parlare, altre volte finisce per rinunciare anche lui e per voltare la schiena abbassando la faccia.
Questo libro racconta la scuola di oggi e molte spalle girate, in quello che sembra un assurdo duello –schiena contro schiena- in cui si rinuncia persino a mirare. Di una scuola piegata sotto l’ideologia del «non serve a niente», di quella carie che è l’erosiva delegittimazione della classe insegnate, della fine di quel patto educativo con cui famiglie, insegnanti e paese cercavano tutti insieme di vedere i figli un po’ più felici di come lo erano loro. E delle picconate date ogni giorno alla scuola da interventi frutti di esigenze economiche e non di progetti pedagogici, che mirano a tamponare un’emergenza contabile prima ancora che a fronteggiare e bonificare un’emergenza sociale. Lo racconta con lo sguardo di uno scrittore, di uno che sta tra quelle schiene girate. Di una persona che da anni entra nelle scuole con i libri, per smontare e rimontare il mondo insieme ai ragazzi, servendosi di quella cassetta degli attrezzi che è l’alfabeto e di quella macchina di stupore che è la letterature.
Ma questo libro racconta anche di tutti quei tentativi che ogni giorno si fanno perché la scuola abbia a che fare con un paese migliore. […] Di chi ha il coraggio di dire , e di pretendere politicamente, che la scuola non
serva a qualcosa, ma sia piuttosto una terra da coltivare, di cui è urgente e necessario aver cura.  

L’autore: Andrea Bajani è nato nel 1975. Tra i suoi romanzi, pubblicati da Einaudi, Cordiali saluti (2005), Se consideri le colpe (2007, Premio Super Mondello, Premio Recanati, Premio Brancati, Premio Lo straniero), Ogni promessa (2010, Premio Bagutta). Il suo ultimo libro è La vita non è in ordine alfabetico (2014). Da anni si occupa di scuola: a questo argomento ha dedicato nel 2008 il reportage narrativo Domani niente scuola e dal 2011 cura la sezione giovani del Salone del libro di Torino. Interviene su numerosi quotidiani e riviste. I suoi libri sono tradotti in molte lingue.

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