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MANZIAlberto Manzi una vita tante vite
di 
Giulia Manzi
add editore, Torino, pp. 222, € 15,00

 Il libro:  Per chi è nato dagli anni Cinquanta in giù del secolo scorso, Alberto Manzi è l’immagine della semplicità che riesce a sgretolare le rocce sedimentate di secoli di analfabetismo. Lungo l'arco di otto anni, dal 15 novembre1960 al 10 maggio 1968, nel corso di 484 puntate, alle 18 della sera, un gran numero di italiani, di ogni fascia di età, prendeva penna e quaderno, si recava in uno dei PAT (Punto di ascolto televisivo) disseminati nella penisola, si piazzava davanti alla tv e, insieme ai suoi “compagni di classe”, seguiva la trasmissione Non è mai troppo tardi.  Trasmessa, naturalmente, in bianco e nero. Le lezioni del Maestro Alberto Manzi, che conduceva la trasmissione, non erano disdegnate anche dagli alunni delle scuole elementari e da famiglie che auto-organizzavano dei PAT spontanei, familiari o di quartieri. Alberto Manzi traghettò, con didascalica semplicità, ma anche con un uso sapiente del mezzo televisivo, molti italiani verso la lettura e la scrittura. E per questo, a ragione, viene ricordato nella storia della tv italiana e dell’istruzione.
La sua immagine viene associata, da quelli che ebbero modo di seguirlo, a quella di un maestro calmo, paziente, persino un po’ pacioccone. Al primo impatto provoca perciò un certo spiazzamento l’approccio alla lettura del libro scritto dalla figlia Giulia, Il tempo non basta mai. Nelle prime pagine lo troviamo addirittura in Bolivia per partecipare ad un tentativo di far evadere un capo della  guerriglia. Quello che non ti saresti aspettato. Ma dopo il primo stupore, addentrandosi nella lettura, si scopre che Manzi fu una personalità assai ricca e non riconducibile al cliché più diffuso. Che per più di un ventennio, ogni estate se ne andava per un mese in Sudamerica ad insegnare a leggere e scrivere ai campesinos. Che ha scritto libri, ha combattuto battaglie “pedagogiche” da maestro nella scuola italiana, pagando di persona, come quando venne sospeso dall’insegnamento  e dallo stipendio per essersi rifiuto di compilare le schede di valutazione degli allievi, cogliendone il rischio classificatorio ed il pericolo di “bollare” gli alunni in luogo di seguirne l’evoluzione (fu in quell’occasione che inventò il famoso giudizio unico per tutti i bambini , scrivendo sulla scheda: «Fa quel che può, quel che non può non fa»).
Il libro ci consegna, insomma, un uomo dalla storia più ricca e complessa di quella del solo maestro televisivo, ma che restò comunque sempre coerente con la posizione che si era scelta, accanto ai più deboli.
E ce lo consegna non attraverso una biografia “classica”, bensì attraverso un andare e venire della figlia, con l’aiuto della mamma, tra ricordi, sogni, problemi, tenerezze che hanno costellato la vita di un uomo che ha conservato i suoi occhi da persona buona anche nei momenti più difficoltosi, perché «era come un bambino: si stupiva della vita, la amava. Nonostante avesse fatto molte esperienze, riusciva sempre a vedere il nuovo e il bello in ogni cosa». E perché «riusciva a farti sentire la vita anche nel singolo filo d’erba, o nel ciottolo che trovavi per strada». (n.c.)

  L’incipitNon sono mai stata molto favorevole a distribuire aspetti di mio padre al di fuori dell'ambito privato e familiare; ogni foglietto, ogni foto che viene data al Centro Studi a lui dedicato o alle scuole è, per me, una parte di papà che non mi appartiene più. Da piccola, ho odiato ogni singola cosa riguardante Alberto Manzi al di fuori della sua figura come padre. Non  riuscivo a capire perché tante persone lo volessero portar via da me e da mamma, o perché dovessimo presenziare a inaugurazioni, intitolazioni e cerimonie pubbliche di vario genere che lo riguardavano. Erano forme d’invadenza che non riuscivo a tollerare e verso cui ho provato avversione fino all’età adulta.
Quando mia madre mi ha detto che avrebbe fatto quest'intervista, non avrei mai pensato di leggerne la trascrizione con facilità, né tanto presto  quanto invece è successo. La sua lettura è stata casuale, quasi involontaria. Una volta finita, ho sentito per la prima volta l’esigenza di donare  un pezzo di mio padre a tutti coloro che avessero avuto voglia di  scoprirlo, volevo essere io a farlo.[…[
Questa è la storia di papà, filtrata attraverso gli occhi di mia madre e i miei ricordi di bambina.

L’autrice: Giulia Manzi è nata nel 1988. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Storiche all’Università Europea e al momento studia Editoria e Scrittura alla Sapienza di Roma.

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