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La scuola serve a vivere meglio, non a produrre di più
(Nando Cianci)

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Scuolaslow è una piazza nella quale incontrarsi, discutere, raccontare le riflessioni, le esperienze, le pratiche intrecciate con l'idea di una scuola slow, vale a dire sottratta...

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Lora di lezionePer un’erotica dell’insegnamento
di Massimo Recalcati
Einaudi, Torino, pp. 162, € 14,00

Il libro: Il tempo nel quale le parole dei padri e degli insegnanti erano rese autorevoli dalla funzione di chi la pronunciava è finito. Non serve rimpiangere quel tempo: perché non tornerà e perché spesso si trattava di parola autoritaria, più che autorevole, poiché era accolta dal silenzio rispettoso ma poteva anche non lasciare traccia nella memoria di chi l’ascoltava. Genitori e insegnanti, oggi, devono conquistarsi l’attenzione sulla base dei contenuti di ciò che dicono. E, soprattutto per chi lavora nella scuola, anche sulla base dello stile, inteso come «il rapporto che l’insegnante sa stabilire con ciò che insegna a partire dalla singolarità della sua esistenza e del suo desiderio di sapere». Un rapporto che può aver luogo solo tra persone concrete e che quindi postula la funzione insostituibile dell’insegnante, che non può essere surrogata da tecnologie più o meno efficienti e non è compatibile con la riduzione della scuola ad una sorta di «azienda che mira a produrre competenze efficienti adeguate al proprio sistema». Come nell'ipotesi della famigerata “scuola delle tre i”, che scaldava anni fa il cuore dell’allora ministro dell’istruzione Moratti.
Parte da questa analisi del tramonto delle autorità e da questa tesi sulla funzione dell’insegnante questo nuovo lavoro di Recalcati. Analisi e tesi che sono svolte all’interno di una descrizione desolante dell’attuale situazione, caratterizzata da una scuola che viene definita “smarrita”, nella quale l’insegnante rischia il naufragio nella solitudine, nell’angoscia, nel rinchiudersi in una prassi fondata sula asfittica trasmissione di nozioni e sull’esercizio finale del giudice che valuta la fedeltà dei ragazzi alle parole del docente e dei testi.
La via da percorrere per essere bravi insegnanti, per uscire da una grigia funzione trasmettitrice che potrebbe essere svolta anche da una macchina è quella di provare in sé e accendere negli alunni l’amore per il sapere, di trasformare il sapere in un oggetto del desiderio, di far «esistere nuovi mondi». Altrimenti a fabbricare oggetti del desiderio, anzi del godimento, in modo illimitato ed ipnotico, resterà solo il mercato.
Per far vivere questi mondi l’insegnante dovrà rinunciare al sussiego del depositario del sapere ed essere capace di stare a scuola con la sua finitezza, esponendosi, insieme agli allievi anche alla possibilità di inciampare nell’imprevisto, «perché sono proprio l’inciampo, lo zoppicamento, il fallimento a rendere possibile la ricerca della verità». E dovrà, perciò, guardarsi dall’«illusione umana di accedere al sapere, alla conoscenza assoluta del bene e del male, a un sapere che pretende di essere padrone della vita». Con il che, ancora, una volta, viene dato il benservito all’idea che un buon apparato tecnologico possa essere più che sufficiente ad “istruire” i ragazzi. Perché l’inciampo, la costruzione del sapere nel confronto con l’imprevedibilità della vita è questione prettamente umana, esula dall’orizzonte delle macchine. Così come tale costruzione non è possibile con una scuola che lega il sapere alla produttività di tipo economicistico e «risucchia le nicchie necessarie del tempo morto, della pausa, della deviazione, dello sbandamento, del fallimento, della crisi, che invece, come sanno bene non solo gli psicoanalisti, costituiscono il cuore di ogni autentico processo di formazione».
Naturalmente il libro di Recanati è molto più ricco di quanto queste poche righe possano e sappiano dire. E si svolge attraverso un percorso che attinge alla memoria personale, ad esperienze di vita vissuta, a riflessioni, ad analisi, alla storia millenaria della cultura umana, almeno a partire da Platone, e mettendo a frutto la formazione e la pratica di psicoanalista dell'autore. Un percorso suggestivo, che ci mostra i grandi del pensiero, che dà conto del dibattito contemporaneo, ma che nel contempo riesce a spiegarci molte cose con la tenerezza di uno squarcio autobiografico: «Ero stato un bambino considerato idiota. Fui bocciato in seconda elementare perché giudicato incapace di apprendere. Quando parlo, cercando di insegnare qualcosa, è sempre a lui che mi rivolgo, al bambino idiota che sono stato.. E’ per lui che riduco, sminuzzo, mastico le cose fino all’osso». O con il racconto, sospeso tra la passione e la commozione, dell’incontro con una professoressa che lo “salverà” e che continuerà a vivere in lui anche dopo che le rispettive strade si separeranno.  La dimostrazione che anche «un’ora di lezione può cambiare la vita». (n.c.)   

L’incipit:Non respira, non conta più nulla, arranca, è povera, marginalizzata, i suoi edifici crollano, i suoi insegnanti sono umiliati, frustrati, scherniti, i suoi alunni non studiano, sono distratti o violenti, difesi dalle loro famiglie, capricciosi e scurrili, la sua nobile tradizione è decaduta senza scampo. E' delusa, afflitta, depressa, non riconosciuta, colpevolizzata, ignorata, violentata dai nostri governanti che hanno cinicamente tagliato le sue risorse e non credono più nell'importanza della cultura e della formazione che essa deve difendere e trasmettere. È già morta? È ancora viva? Sopravvive? Serve ancora a qualcosa oppure è destinata a essere un residuo di un tempo ormai esaurito? È questo il ritratto smarrito della nostra Scuola.
Abbiamo conosciuto un tempo dove bastava che un insegnante entrasse in classe per far calare il silenzio. Era lo stesso tempo dove era sufficiente che un padre alzasse il tono della voce per incutere nei suoi figli un rispetto misto a timore. La parola dell’insegnante come quella del
pater familias appariva dotata di peso simbolico e di autorità a prescindere dai contenuti che sapeva trasmettere. Era la potenza della tradizione che la garantiva. La parola di un insegnante e di un padre acquistava uno spessore simbolico non tanto a partire dai suoi enunciati ma dal punto di enunciazione dal quale essi scaturivano. Il ruolo simbolico prevaleva su chi realmente lo incarnava più o meno difettosamente. Questo non impediva che le teste degli allievi cadessero sui banchi e che i loro sguardi vagassero annoiati nel vuoto, o che i figli lasciassero immediatamente uscire dalle loro orecchie le parole senza appello dei padri.
Ebbene questo tempo è finito, defunto, irreversibilmente alle nostre spalle. Non bisogna rimpiangerlo, non bisogna avere nostalgia della voce severa del maestro, né dello sguardo feroce del padre.
Se il nostro tempo è il tempo della dissoluzione della potenza della tradizione, se è il tempo dove il padre è evaporato, nessun insegnante può più vivere di rendita. Quando un insegnante entra in classe (o quando un padre prende la parola in famiglia), deve ogni volta guadagnare il silenzio che onora la sua parola […] facendo appello alla sola forza dei suoi atti.

L’autoreMassimo Recalcati  è membro analista dell'Associazione lacaniana italiana di psicoanalisi e direttore scientifico dell'Irpa (Istituto di ricerca di psicoanalisi applicata). Nel 2003 ha fondato Jonas Onlus, centro di clinica psicoanalitica per i nuovi sintomi, oggi presente in diciotto città italiane. Insegna all'Università di Pavia.
Collabora con il quotidiano la Repubblica. Tra le numerose pubblicazioni, ricordiamo: L'uomo senza inconscio ( 2010, Raffaello Cortina), Cosa resta del padre? (20111, Raffaello Cortina), Jacques Lacan. Desiderio, godimento e soggettivazione (2012, Raffaello Cortina), Il complesso di Telemaco (2013, Feltrinelli), Non è più come prima 2014, (Raffaello Cortina).

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