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LETTERATURA LENTAdi  Anna Lisa Buzzola
Scripta,  Verona, pp. 142, € 10,00

Il libro: La scrittura è generalmente un processo che richiede tempo, revisioni continue dello scritto, pazienza nella distillazione di parole e concetti. Paradossalmente è un processo lungo anche quando mette capo ad un testo breve e sintetico. Ed è un lavoro lento anche quando dà frutti che possono essere consumati rapidamente. Difficile, perciò, trovare un criterio per definire uno scrittore “lento”. Così come è arduo definire chi possa rientrare nella definizione di lettore “lento”, essendo la lettura legata a molti fattori soggettivi, oltre che alle concrete condizioni nelle quali si svolge.
Da questa duplice difficoltà prende le mosse Anna Lisa Buzzola per cercare i parametri che possono qualificare un libro come “lento”.  Per dedurne che la ricerca deve allora spostarsi sul testo e per avviare un lavoro che ne ha scandagliati molti, analizzandone forme, contenuti, stili, intrecci, lessico. Un viaggio che prende le mosse da Italo Calvino e attraversa testi narrativi di Javier Marías, Ian McEwan, Umberto Eco, Gesualdo Bufalino, Erri De Luca, José Saramago, per poi addentrarsi nelle riflessioni che sulla lentezza hanno fatto altri scrittori, fra i quali naturalmente Milan Kundera.
Alla fine del percorso vediamo che esistono dunque scrittori e lettori lenti, ma non definibili in astratto, come abbiamo già detto, bensì uniti dal testo in una forma di collaborazione che, se per tutti i libri è essenziale, nel caso della lentezza diviene anche complicità. E diviene incontro su testi accomunati «da un indugiare che cerca di dilatare il tempo affinché possa contenere tutto quello che serve, e non il contrario cioè contrarre gli eventi in modo che entrino nei tempi prestabiliti». E in questo incontro, che rende viva la letteratura, i libri “lenti” mostrano il loro profondo valore: «Servono per riprendere il fiato, per ritrovare tempi più umani, per riflettere, ma anche per curiosare allegri, senza farci travolgere sempre da tutto; servono per non semplificare ma invece approfondire e apprezzare la complessità del reale. E perché, se non abbiamo più il tempo di vivere, possiamo almeno cercare di salvare un tempo per sognare».

L’incipit: L’idea di questo saggio era nata, molto tempo fa, da una rilettura delle Lezioni americane (1985) di Italo Calvino, avvenuta per caso contemporaneamente a quella di un romanzo recente di successo che mi aveva particolarmente colpita per la sua lentezza. Da questo incontro un po’ stridente erano sorte le prime domande.
Nelle
Lezioni americane infatti Calvino raccomandava la rapidità fra i valori da portare nel prossimo millennio, cioè ormai quello in cui stiamo vivendo ora. Il romanzo che avevo letto era invece Domani nella battaglia pensa a me, pubblicato in Spagna nel 1994, del celebre scrittore Javier Mar
ías. Un romanzo lentissimo, come peraltro il suo precedente (1992). E come se non bastasse, il loro autore aveva dichiarato pubblicamente di amare la lentezza[1].
Da questa contrapposizione è nata la domanda: esiste una letteratura lenta oggi? Sembrerebbe proprio di sì, nonostante tutto. E quindi la domanda successiva diventava necessariamente: Perché? A quale bisogno risponde? La questione diventa importante perché sembra portarci alla domanda delle domande: qual è il senso, il valore, il ruolo della letteratura oggi?
Ma non precipitiamo le cose e procediamo con ordine: innanzitutto individueremo alcuni testi attuali, successivi a quel 1985 in cui Calvino scriveva le sue “lezioni”, che possiamo definire lenti. Ma lo faremo solo dopo aver stabilito una serie di parametri per valutare oggettivamente la lentezza di un testo dal punto di vista narrativo e contenutistico, quindi passeremo alla loro analisi. Ci occuperemo di ibri di successo, che abbiano avuto quindi un buon riscontro di pubblico: un dato purtroppo oggi ineludibile per la reale rispondenza di un “prodotto” al suo “mercato”, ma significativo anche per noi, per stabilire se la lentezza in letteratura sia destinata a una ridottissima minoranza di lettori  o sia apprezzata anche da un pubblico più vasto. Cercheremo anche di capire quando la scelta della lentezza sia intenzionale e quando invece solo frutto spontaneo della personalità e del temperamento dell’autore.
Dal punto di vista  del lettore, pur ricordando che la possibilità di una lettura lenta è solo un suggerimento proveniente dal teso e non una costrizione, vedremo che la libera scelta di adottare un approccio più attento, riflessivo e quindi lento produrrà sicuramente, oltre a una migliore comprensione del testo, anche un aumento del piacere della lettura. A meno che non stiamo parlando di un lettore che cerca nei libri solo un modo per prendere sonno o per ingannare il tempo nelle sale d’attesa dei medici.

L’autrice: Anna Lisa Buzzola è dottoranda in Letteratura e Filologia presso l’Università di Verona. Nell’ambito delle Letterature Comparate sta lavorando a un progetto sui personaggi che tacciono in varie letterature occidentali fra Ottocento e Novecento.


[1] Cfr. Javier Marías, Voglio essere lento. Conversazione con Elide Pittarello, Firenze, Passigli, 2010. 

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