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978880620211GRAI Traditori
di Giancarlo De Cataldo (Einaudi, Torino, pp. 575, € 21,00).
Leggete qui sotto la recensione di Nando Cianci 

«Ma cosa ne sapete voi, in fondo, della nostra terra?». Inizia con la scudisciata di queste parole, che lo richiamano alla realtà, il processo di passaggio di Lorenzo da rivoluzionario animato da incrollabili ideali patriottici  a spia di professione, incaricato dagli austriaci, e poi da altri padroni, di infiltrarsi nello stretto entourage di Mazzini, per sorvegliarne e svelarne le mosse alle potenze che lo ricercano e lo temono. Le parole sono del giudice borbonico che  lo interroga dopo il fallimento di una spedizione che, nel 1844, voleva suscitare un moto insurrezionale in Calabria. Avrà salva la vita, ma vedrà uccisa la purezza degli ideali e, con essa, la gioventù.  E sarà condannato ad una vita losca, di tradimenti, che non disdegna la pratica dell’assassinio, che gli farà perdere la stima di se stesso.  Ogni tanto uno slancio ideale che tenta di riaffiorare, un tremito d’amore che la fuliggine accumulatasi nel suo animo non gli consentirà di vivere in gioia e pienezza. Sempre, come una sorda colonna sonora, udirà la propria anima, che egli stesso ha irreparabilmente ferita, intonargli il disprezzo per la sua esistenza e sospingerlo anche a fare violenza al suo stesso corpo. Anche se, in fondo, il sogno della “purezza” giovanile, per quanto schiacciato da un’esistenza cinica e perversa, ha trovato un cantuccio interiore dal quale non ha mai sloggiato definitivamente.  E ogni tanto torna a galla a procurargli febbrili tormenti, fino all’incontro finale con Mazzini morente e al proposito finale nel quale vita e morte si confondono e Lorenzo si abbandona all’esaltazione di proseguire l’opera del Maestro: che aveva tante volte tradito: «Sono stato investito del compito. Dedicherò a esso ciò che resta della mia vita».         
                       La vicenda di Lorenzo di Vallelaura, barone veneziano che abbandona,  il suo status per tentare l’avventura rivoluzionaria e si dipana tra le abiezioni del tradimento e un finale sogno di redenzione, è una delle tante che si intrecciano nel’ultima fatica di Giancarlo De Cataldo, I traditori (Einaudi, Torino, pp. 575, €  21,00). Accostato da più parti al genere del feuilleton,  il romanzo di  De Cataldo ne presenta certamente i caratteri da “romanzo popolare”  e l’intreccio caratteristico di quella
Comédie Humaine, rappresentata da Honoré de Balzac, forse il più grande degli scrittori che questo genere poté annoverare.  Ma del genere feuilleton De Cataldo non sposa il caratteristico schema che vede il mondo diviso in dominatori e vittime, eroi positivi ed eroi negativi. I personaggi del romanzo non sono tratteggiati nella linearità didascalica dei buoni e dei cattivi. Un traditore non è un essere abietto punto e basta. E’ capace di pulsioni che tentano di richiamarlo ad una più umana condizione. I “grandi “ uomini non sono grandi in tutto. Presentano le loro debolezze, le loro presunzioni, le loro ire, le loro prepotenze. Accanto alle grandezze e alle debolezze dei loro disegni. E le donne sono mai schematizzate nella loro passione amorosa o nella fedeltà o infedeltà al ruolo che l’epoca le assegnava. Personaggi, quelli femminili, come quello di Lady Violet, di una grande ricchezza, capaci di vivere la loro femminilità e i propri amori insieme a grandi passioni  ideali; senza che né gli amori né le passioni civili impediscano di cogliere anche il lato oscuro della vita e di vivere, tra rancori e nuove speranze, anche la stagione della delusione. O inquietanti, come quello della Striga, singolare intreccio di veggenza sensitiva e amore per la scienza dei numeri, che in un romanzetto d’appendice sarebbe stata condannata al ruolo di popolana ambigua e socialmente emarginata e che nel romanzo di De Cataldo porta invece con sé l’intreccio tra passione, amore, superstizione e scienza che  forse appartiene alla vita stessa.
                Tanti altri personaggi si muovono in questa storia: patrioti, agenti segreti, traditori, mafiosi, condottieri, uomini politici e d’azione. Grandi e piccoli protagonisti del nostro Risorgimento, le cui vicende, più che fare da sfondo, sono sempre carnalmente intrecciate con le vite dei singoli.
                Ne risulta, così, un Risorgimento nel quale c’è già tutta la miseria e tutta la nobiltà della storia d’Italia dei centocinquant’anni di vita unitaria. Tanto che quello dell’autore sembra un occhio che penetra nella vicenda storica senza mai dimenticare  il presente nel quale vive.  
                Un Risorgimento, in definitiva, presentato nella complessità delle trame politiche e dei sentimenti umani che animarono gli avvenimenti storici e le vite individuali. Bandita la retorica, i connotati epici restano sullo sfondo, ma gli uomini –tanto quelli immortalati sui libri di storie, quanto gli sconosciuti che agivano con loro- sono presentati nella loro complessità esistenziale. Speranze e delusioni, slanci eroici e tradimenti, amori e traumi si intrecciano continuamente. Rappresentati con una lingua che a volte si avvicina a quella della cronaca, che non nasconde la sgradevolezza di certe situazioni e di certi avvenimenti. Ma che sa, all’occorrenza, penetrare con sobrietà nell’animo umano  e, anche, rappresentarne con crudezza gli sconquassi. Con un uso, infine, sapiente ed appropriato di espressioni dialettali che danno, di tanto in tanto, ulteriore sapore alle espressioni di alcuni personaggi.
                Tutti ingredienti che ci immergono in un periodo storico sul quale è più che mai opportuno riflettere di questi tempi e che ci consegnano un’opera di ricca e gradevole lettura.
                                                                                                 Nando Cianci
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