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La scuola serve a vivere meglio, non a produrre di più
(Nando Cianci)

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Scuolaslow è una piazza nella quale incontrarsi, discutere, raccontare le riflessioni, le esperienze, le pratiche intrecciate con l'idea di una scuola slow, vale a dire sottratta...

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                                                     HONORELa rivista francese Silence ha dedicato, qualche mese fa, un numero dedicato a L'éducation lente. Fra gli altri articoli, un'intervista a Carl Honoré, autore  dei libri  ...e vinse la tartaruga e Genitori slow.  Publichiamo l'intervista nella traduzione dal francese di Nando Cianci (che nel suo libro Gioventù scippata aveva già sostenuto analoghe tesi). Per leggerla cliccare qui sotto su "Leggi tutto"

 

Lei ha pubblicato nel 2004, un elogio della lentezza [1] tradotto in più di trenta lingue. Cosa l’ha spinta a scrivere, nel 2008, un seguito dedicato all’educazione dei bambini, già tradotto in una ventina di lingue[2]?

                Durante una riunione genitori-insegnanti, la professoressa di disegno ha elogiato mio figlio: «E’ un artista in erba molto dotato». Quella sera sono andato su Google per cercare lezioni di arte e professori capaci di alimentare il genio di mio figlio. «Papà, non voglio fare corsi particolari; quello che io vorrei è disegnare» mi ha comunicato mio figlio sulla strada per la scuola. «Perché sono sempre i grandi a decidere?». La domanda mi ha provocato l’effetto di una bomba. In quel momento mi sono detto che è molto facile sbandare quando si è genitori, e rovinare la vita dei propri figli. Quel faccia a faccia con mio figlio mi ha spinto a scrivere il Manifesto per un’infanzia felice. Come padre, volevo liberarmi della tensione e dell’ansia causati da questo ruolo.

Perché pensa che noi siamo così “impazienti” di riempire la vita dei nostri figli?

                C’è un mucchio di ragioni. L’avvento della globalizzazione ci rende più ansiosi sulla formazione  dei nostri  bambini, futuri adulti. Il consumismo è cresciuto a dismisura ed ha creato una cultura  di esigenza galoppante: noi vogliamo tutti  denti perfetti, capelli perfetti, un corpo perfetto, vacanze perfette, una casa perfetta   e, per completare la lista,  dei bambini perfetti. Noi vogliamo dare il meglio di tutto ai nostri bambini per offrire loro un’infanzia “perfetta”.
                Anche dal punto di vista demografico le cose sono cambiate. Siccome le famiglie sono poco numerose, noi dedichiamo più tempo e denaro a ciascun bambino. Se i genitori diventano ansiosi, è perché, a capo di una famiglia ridotta, anche la loro esperienza è ridotta.  Essi hanno, in partenza, un’angoscia  intrinseca.
                Le donne e gli uomini diventano genitori sempre più tardi, dopo anni di lavoro. Risultato: noi applichiamo a casa la stessa filosofia dell’ufficio: consultare esperti, investire delle fortune e passarvi delle ore. Noi professionalizziamo il nostro ruolo di genitori.
                In definitiva i genitori attuali hanno perso fiducia.
                In tutte le società, l’infanzia è lo specchio delle forze e delle debolezze degli adulti. Noi siamo iperprogrammati, iperstimolati e iperstressati. Il nostro istinto ci spinge a trasmettere tutto questo ai nostri bambini.

Quali sarebbero le caratteristiche e i fondamenti di una educazione lenta? E quali gli inconvenienti e i vantaggi, secondo lei?

                In questo contesto “lenta” significa: dove tutto è impostato alla velocità corretta. Per me, l’educazione lenta ha come obiettivo  di riequilibrare la vita familiare. I bambini hanno bisogno di fare degli sforzi, di lottare e di superarsi, ma questo non vuol dire che l’infanzia sia una gara. I genitori lenti offrono loro il tempo e lo spazio necessari perché esplorino il mondo secondo il proprio ritmo. Il padre e la madre controllano l’uso del tempo familiare in modo che ciascuno abbia il tempo di riposarsi, di riflettere e, semplicemente, di stare insieme senza fare nulla. Essi ritengono che non è assolutamente necessario farsi in quattro per offrire ai bambini tutto ciò che c’è di meglio, perché questo li priverebbe di una lezione molto più utile: come fare quello che si può con ciò che si ha.
                L’educazione lenta significa lasciare che i nostri bambini diventino quello che sono, invece di farne quello che noi vorremmo che fossero; lasciare che le cose accadano invece di arrovellarsi  per farle accadere più rapidamente; accettare il fatto che, molto spesso, gli apprendimenti e le esperienze più preziosi non possono essere valutati  né sintetizzati su un C.V.
[3]
                Riguardo alla scuola, l’educazione lenta si basa sull’idea che i bambini apprendono meglio quando prendono la loro istruzione in mano. Quando si permette loro di esplorare il mondo secondo il  proprio ritmo. Quando li si lascia apprendere quello che vogliono quando lo vogliono veramente, e non quando il sistema decide che devono apprenderlo. L’educazione lenta lascia esprimere una certa competizione, senza trasformare gli anni di scuola in una gara dalla quale solo il primo arrivato esce vincitore. Essa lascia ai bambini molto tempo fuori dalla classe perché si riposino, riflettano e digeriscano quel che hanno appreso. L’educazione lenta evita il controllo burocratico centralizzato per  ridare potere alle scuole, ognuna delle quali deciderà cosa è meglio per i bambini.
                L’educazione lenta presenta dei pericoli. Il primo è che la lentezza rischia di non “nutrire” sufficientemente gli alunni più intelligenti e di lasciarli così ai margini del percorso;  il secondo è che la sua struttura e la sua organizzazione potrebbero essere insufficienti per i bambini  provenienti da ambienti svantaggiati. Ma mi sembra che questo sistema, se concepito  correttamente, permetterebbe di evitare queste due insidie e soddisfare tutti i bambini.

A partire dall’inchiesta su questo argomento che lei ha condotto per due anni, quali sono le tre esperienze che lei considera più significative o più esemplari?

                Sono stato molto colpito da The Segret Garden (il “giardino segreto”) a Fife, in Scozia. Si tratta di un asilo all’aria aperta. I bambini vi passano tutto il loro tempo fuori, nel bosco, dove imparano a far fronte a diversi rischi: i fuochi di bivacco, i funghi velenosi, le condizioni climatiche difficili. Essi adorano tutto ciò! Sono capaci di restare seduti tranquillamente e di concentrarsi. Si intendono a meraviglia con i loro compagni. E la loro salute è migliore di quella dei bambini tenuti ben al caldo. Sono meno sensibili ai raffreddori e alle malattie, meno soggetti alle allergie.
                Noi abbiamo molto da imparare dal sistema  educativo finlandese. La sua logica è all’opposto della messa sotto pressione così diffusa altrove. I piccoli finlandesi entrano a scuola a 7 anni. Di tutti i bambini del mondo, sono quelli che hanno meno compiti e meno ore di lezione di tutti i bambini del mondo. Sostengono pochissimi esami . E tuttavia, quando diventano studenti, ottengono regolarmente i migliori risultati ai test internazionali di comparazione delle prestazioni.
                Infine, mi hanno molto impressionato le scuole materne di Reggio Emilia, in Italia. In esse i bambini sono al centro dell’apprendimento, dispongono dello spazio e del tempo per sviluppare la loro curiosità. Risultato: hanno fiducia in se stessi, sono curiosi, felici e in piena salute.

Come, secondo lei, genitori, educatori e operatori professionali dell’infanzia potrebbero applicare nel quotidiano la “slow education”?

                  Facendo marcia indietro per lasciare ai bambini il tempo e lo spazio di cui hanno bisogno per vivere da bambini. Dobbiamo dare loro più fiducia.  Fin dalla nascita sono programmati per apprendere; se lasciassimo loro la libertà di essere curiosi, di riflettere, di  rischiare e, talvolta, di fallire, essi potrebbero sbocciare.

 


[1] …e vinse la tartaruga, Sonzogno, pp. 300, € 16,00 [n.d.t.].

[2] Manifeste pour une enfance heureruse. Nel 2009 è uscito in Italia, per Rizzoli, Genitori slow, pp. 266, € 18,50 [n.d.t.].

[3] Curriculum vitae [n.d.t.].

 

 

 

 

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