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LIMITEdi Remo Bodei
il Mulino, Bologna, pp. 128, € 12,00
Con sempre maggior frequenza, gruppi autorevoli di scienziati lanciano l’allarme circa lo sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale, che potrebbe persino prendere il sopravvento sull’uomo, mettendone a rischio la stessa sopravvivenza. E’, in fondo, un richiamo agli abitanti del Pianeta a considerare come, se si rinuncia ad ogni possibilità dell’uomo di avere e di porsi dei limiti, si aprono prospettive che possono essere anche molto buie. Certo, se l’uomo non avesse agito nel corso dei secoli, con una continua tensione a superare i limiti postigli dalla sua condizione naturale, staremmo ancora girovagando per la savana, e forse neanche in posizione eretta. Ma il cammino che ci ha portato dalla difficoltà di ergerci e

spingere lo sguardo all’orizzonte fino al peregrinare attraverso il cosmo non è stato indolore ed è apparso sempre segnato da contraddizioni che sono diventate via via più complesse. Sino a giungere a quella attuale, che ci chiede se sia lecito, e possibile, mettere un limite alla ricerca scientifica e all’avanzare della tecnologia. Una domanda che sta al fondo del nuovo libro del filosofo Remo Bodei, Limite (il Mulino, pp. 128, € 12,00).

Tutta la nostra storia è segnata dalla tensione tra la presenza del limite e l’anelito a superarlo, tra la finitezza del nostro corpo e i limiti «mobili e cangianti» della specie, il modificarsi continuo delle culture. Che poi finiscono con il riguardare anche il nostro stesso corpo: si pensi ai cambiamenti e alle possibilità introdotti dalle biotecnologie, tramite le quali è possibile dotarsi di arti artificiali e sviluppare strategie che allungano la vita (con il che si esprime anche una sorta di tentativo di attaccare persino il limite insopprimibile della morte); o alla farmacologia, tramite la quale possiamo agire sull’umore e, conseguentemente, un po’ anche sul carattere.

Questa contraddizione che portiamo da sempre con noi è analizzata da Bodei con una visuale molto ampia, che spazia nei secoli e nella contemporaneità e che investe aspetti vari e complessi del cammino umano. L’autore dà conto, per esempio, del percorso filosofico del concetto di limite, da Aristotele, che faceva coincidere la perfezione con il compiuto, il limitato  (ciò che è «provvisto di margini e contorni»,  a Lucrezio, Giordano Bruno («filosofo quasi per antonomasia dell’oltrepassamento dei limiti», perché ammette «una pluralità di mondi in continuo cambiamento»), a Locke, Kant, Hegel, per giungere alla tarda modernità. Per esempio con Nietzsche, per il quale la vita è un «navigare all’infinito, verso l’avventura, superando qualsiasi limite, noto e ignoto». E fino alle incognite della postmodernità, che sono squadernate davanti a noi.

Ampio spazio viene dato, nel libro, al modificarsi continuo delle culture in rapporto all’idea di cosmo, di natura, di storia. E così procediamo dal mondo greco, dove il voler superare i limiti imposti all’umanità è hybris, cioè superbia, tracotanza, all’epoca moderna, dove andare oltre i confini diviene cosa di cui andar fieri. Ed infatti, a partire almeno dalla scoperta dell’America, iniziano secoli nei quali si verifica una continua esplosione di eventi, invenzioni, acquisizioni concettuali  che spostano incessantemente in avanti i limiti dell’umanità e ne modificano profondamente i modi di vita. Fin quasi a  far diventare il nostro continuo viaggio (che resta, comunque, sempre sospeso tra avventura gratificante e paura dell’ignoto) una sorta di revanscismo dell’uomo verso il cosmo («che lo umilia facendolo sentire un atomo insignificante») e la natura («che può distruggerlo in ogni momento con un’eruzione vulcanica o con un morbo contagioso»). In questo viaggio si attuano anche i cambiamenti del modo di pensare, che investono la sfera più pubblica –quella politica, religiosa, e così via- e quella privata, per esempio la sessualità, l’affettività, in generale le relazioni con gli altri. Campi che, ovviamente procedono sempre intrecciati, giacché l’uno si ripercuote sull’altro e viceversa. E nei quali si manifesta, ancora una volta la contraddizione costitutiva della condizione umana, che cerca il difficile equilibrio tra il proprio io, che tende a mettersi “tolemaicamente” al centro del mondo, e la dimensione pubblica, che lo rende «più aperto alle vicende comuni e più capace di fronteggiare il corso non sempre piacevole degli avvenimenti». Processi lunghi, che Bodei ci mostra sin dai suoi primi vagiti, richiamandoci implicitamente a non rimanere attoniti di fronte ai problemi che ci sovrastano e che a noi sembrano esplodere solo oggi (per esempio la globalità), ma spingendoci a guardarli nel loro essere inscritti in una lunga storia, i cui esiti attuali non debbono coglierci alla sprovvista.

 Un cammino plurimillenario ed un intreccio assai complessi, dunque, che ci hanno portato ad una condizione nella quale appare  smarrito il senso della misura nel nostro rapporto con la natura e anche con noi stessi e con i nostri desideri.  E che ci rimette, ancora una volta, di fronte alla domanda di fondo sulla liceità e sulla possibilità di porre dei limiti alla scienza, alla tecnologia e a noi stessi. Domanda che coinvolge, nel profondo, anche l’etica, a proposito della quale Bodei constata che c’è un “politeismo dei valori”, un’assenza di regole oggettive o intimamente condivise, che spinge gli individui ad «una paradossale morale provvisoria». Una situazione che, con il tramonto di valori (legati soprattutto alla religione) che davano un senso alla vita, ha aperto un enorme spazio di libertà, ma ci espone anche al rischio di un senso di vuoto che non si é ancora in grado di colmare. Il che «scarica sugli uomini la terribile responsabilità di vivere in un mondo privo di stabili punti di riferimento e tendenzialmente votato al nichilismo», ma non può annullare il dato di fatto che il limite comunque esiste e non si può decretarne la fine in assoluto: basti pensare «che ogni società si condannerebbe all’estinzione se, ad esempio, riconoscesse come moralmente lecito a chiunque adibire i propri terreni a deposito clandestino di rifiuti tossici o uccidere i propri genitori per motivi di interesse». Resta, perciò, agli uomini un dovere: «Proprio perché la morale, al pari del diritto, è una faticosa, fragile e mutevole costruzione umana (non si sono forse visti, in tempi e latitudini differenti, idoli rovesciati, diritti calpestati, religioni scomparse, tavole di valori infrante?) , essa deve incessantemente essere  difesa dalle prevaricazioni, dagli abusi e dal caos».

Come fare? Qui Bodei, dopo un lungo cammino attraverso la filosofia, la storia, le formazioni sociali, le culture che hanno popolato il mondo, ci spiazza, affidandosi ad un’arte che sembra confinare con il buon senso e sulla quale lasciamo al lettore il piacere della scoperta. Una indicazione che giunge al termine di un libro nel quale il racconto dello svolgersi delle vicende umane si intreccia, in un tutt’uno gradevole e chiaro, con le riflessioni sul limite così come l’uomo lo ha vissuto nel corso dei secoli. Riflessioni che aprono all’analisi dei grandi problemi della contemporaneità, visti a partite dallo studio del limite, ma che si estendono al modo di stare al mondo dell’uomo, alle insidie che egli stesso si è creato con il suo rapporto con la natura e con le conquiste della scienza, rispetto alle quali agisce e riflette in modo ancora confuso, non all’altezza dei tempi, e che l’autore carica anche di significati legati alla concreta pratica della vita. Un libro che coniuga la facilità di lettura con la complessità dei problemi che incontra nel suo percorso e che Bodei presenta in termini per nulla banali, ma pienamente comprensibili anche al lettore sprovvisto di bagagli filosoficI.
                                                                   Nando Cianci

 

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