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Pedalare fa star beneLA BICI FELICE
di AA.VV.
ediciclo editore, Portogruaro, pp. 112, € 13,00

Sentimenti che affondano le radici nell’infanzia, passioni scoperte in età matura, viaggi di formazione alla ricerca di se stessi; persino ascesi spirituale che si accompagna all’ascesa delle salite: il frusciare leggero delle due ruote azionate a pedali porta con sé emozioni e suggestioni che, a guardare la bicicletta come solo mezzo meccanico, non direste mai. Eppure lungo la sua storia ultrasecolare questo attrezzo si è evoluto in modo costante dalla pesantezza alla levità. Quella fisica, se guardata esteriormente: dagli 80 chili

della ottocentesca Grand-Bi (il velocipede con la ruota anteriore enorme e la posteriore molto piccola) ai pochi chili di oggi, che consentono di alzarla con due dita. E quella simbolica ed emotiva: dalle immagini epiche e pionieristiche che trasmettono sudore e fatica alla dimensione odierna che, accanto alla fatica, mette il pedalare come un modo per assaporare la normalità , per maturare un atteggiamento di levità verso la vita, per «attraversare le giornate a passo leggero, lasciando tracce quasi impercettibili», per «assaporare la libertà».  La ricerca, insomma, di un equilibrio psichico e fisico, che assume una grande varietà di modi e di forme espressive scaturienti dalla soggettività di chi sulla bici monta per fare esperienze che vanno molto al di là del semplice spostarsi da un posto all’altro.

Una ricca varietà che emerge dalle penne di vari autori riuniti da ediciclo editore nel libro la bici felice, che reca l’esplicativo sottotitolo di Pedalare fa star bene. Penne, va detto subito, anch’esse leggere, per quanto a volte rallentate da qualche sprazzo di retorica, forse inevitabile data l’ “epicità” dei temi trattati. Ma che, ad ogni modo, danno luogo ad una lettura scorrevole e gradevole. E che ci consegnano un insieme di esistenze raccontate da figure diverse di pedalatori: medici, fotografi, insegnanti, artisti, professionisti della bici. Narratori che estraniamo, per lo più,  la bicicletta dalla sfera della competizione e la immergono nella dimensione delle emozioni. Scorrono così, sulle due ruote, storie di sofferenze raccontate con pudore e dolcezza, di felicità cercata anche attraverso la bici (soprattutto con il pedalare insieme) e che scaturisce anche dall’attraversare dure prove esistenziali, di lutti e di dolori elaborati con l’instaurazione di rapporti di solidarietà nati nel pedalare insieme.  Legami all’interno dei gruppi di pedalatori, ma anche tra questi e le comunità e i territori di cui fanno parte e ai quali donano attività scaturite da idee maturate inerpicandosi sui tornanti alpini.

Le due ruote, nei racconti del libro, si muovono per lo più nel Veneto, con qualche incursione nel Trentino, ma irradiano i propri raggi anche in diverse angoli del mondo, dei quali ci fanno scoprire a volte problemi e culture. E ci danno prova della fantasia che tramite la bici si può sprigionare per risolvere problemi, come nel racconto in cui, nel Nepal, la bici –che da quelle parti è uno status symbol– viene riconvertita in una sorta di bussino scolastico a due ruote per convincere genitori resi riluttanti dalla povertà a mandare i figli a scuola, a tentare la via del riscatto partendo dall’alfabetizzazione.
In alcune lande della terra, e praticata su certi percorsi e distanze, quello della bici può diventare anche uno sport estremo e questa dimensione sembra travalicare quella dell’equilibrio e della levità. Alla quale viene ricondotta, però, con una considerazione spiazzante: sotto un certo punto di vista «potrebbe essere considera estrema una vita passata sul divano».
I racconti, quando spaziano in panorami maestosi, recano qualcosa di epico, così come quando vanno alla ricerca di pagine di storia della competizione ciclistica, nelle quali però, accanto alla rievocazione di trionfi diventati “mitici”, vive, in modo ancor più coinvolgente, una sorta di epica degli ultimi, ai quali una visione limpida del ciclismo tributa onori “umani” non inferiori a quelli riservati ai campioni.
Dai quattro angoli del pianeta e dalle incursioni nelle gare epiche si torna sempre, ad ogni modo, alla quotidianità, alla levità, alla dimensione nella quale pedalare «si sintonizza sul ritmo del cuore». Una dimensione che consente –oltre che di cercare equilibrio ad un numero enorme di persone che vanno in bici al di fuori di ogni intento agonistico– anche ad una ragazza non vedente di uscire dal dolore di una sorta di segregazione sociale e trovare un modo di relazionarsi con il mondo. O ad un signore ultranovantenne di farsi ancora i suoi 30 chilometri di bici due o tre volte la settimana, sottraendosi alle leggi dell’invecchiamento.
Il tono epico e la ricerca delle dimensioni interiori e collettive del pedalare non impediscono di percepire anche gli aspetti meno gradevoli del paesaggio e la scarsa considerazione che i poteri pubblici hanno generalmente verso la mobilità sui pedali. Sì da far desiderare che arrivi anche da noi un po’ di vento dell’Olanda, il paese considerato dai più come il sogno dei ciclisti.
Infine: i tanti significati individuali di cui si sostanzia l’andare in bici, scorrono, nel libro, insieme a pezzi di storia sociale, politica, militare, culturale.  Può persino capitare di imbatterci, nel vagare a due ruote nel nord–est, in Teofilo Folengo, il poeta “maccheronico” del ‘500, o in vestigia che ci rendono edotti sui metodi di tassazione che la Serenissima applicava ai suoi possedimenti in terraferma. O che ci parlano del dramma della “Grande guerra”. E di venir trasportati  –tanto nelle suggestioni imbastite dai narratori, quanto nel racconto di iniziative concretamente attuate dai pedalatori lungo i loro tragitti– nei territori della poesia, del cinema, del teatro, della danza, della musica. Perché, come dice un ciclista-musicista nel racconto Arte in sella, in bici si può sentire «l’aria, il sole, i profumi, la pioggia», ed avere  «un immenso spartito sempre aperto di fronte a sé». E si può ascoltare, anche senza essere musicisti, il canto della natura.

                                                                                                                Nando Cianci  

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