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RIBELLIONEdi Lamberto Maffei
 il Mulino, pp. 168, € 12,00

Si può essere soli pur avendo centinaia di contatti nella rete telematica, frequentando la quale si può finire con il comunicare nel deserto: «Il cervello tropo connesso è un cervello solo perché rischia di perdere gli stimoli fisiologici dell’ambiente, del sole, della realtà palpitante di vita che lo circonda». A questa mutazione soggettiva nel rapportarsi agli altri e al mondo si aggiunge l’alacre affaccendarsi di quanti, più o meno consapevolmente, lavorano a far lievitare, con lo sviluppo dei mezzi tecnologici, la possibilità di usare la comunicazione per ingannare. Sono  i sapienti sacerdoti della religione del mercato; sono i politici e i burocrati che hanno

forgiato un linguaggio «astruso e difficile, privo di razionalità comunicativa» che negano il diritto del cittadino a conoscere la verità; è, ancora, forse inconsapevole gregaria dei primi due, l’armata scalcagnata di quanti, pur avendo poco o nulla da dire, comunicano molto e in continuazione sul web, creando «rumore, confusione, perché è nel rumore che si può nascondere la banalità del messaggio o anche la sua falsità». Contro questo crogiuolo di interessi e falsità si ribellano «il cervello, il buon senso, la critica, l’onestà».

Parte da questo assunto il nuovo e, come di consueto, brillante pamphlet di Lamberto Mafferi, Elogio della ribellione, che Il Mulino pubblico nella collana Voci. E, da esso, si sviluppa un percorso nel quale neurobiologia, che è il campo professionale dell’autore, ed etica procedono in simbiosi. La prima vede il cervello sotto assedio da parte della velocità della comunicazione della rete, che lo influenza «spostandone il funzionamento sul pensiero rapido a scapito di quello lento che sta alla base della riflessione e della decisione responsabile». Tende, cioè, a ridimensionare il ruolo dell’emisfero sinistro del cervello, che si è specializzato di recente (rispetto ai tempi lunghi dell’evoluzione) nel linguaggio, e a contrastare l’equilibrio fra i due emisferi.  E, siccome, il cervello, specie nei primi anni di vita, va «a scuola dall’ambiente», e la “grande ragnatela” (la rete) è diventata l’ambiente comune che «costituisce l’insieme degli stimoli che ognuno di noi riceve», ecco che si creano –da stimoli comuni- «cambiamenti simili nei circuiti nervosi». Nasce, così, nonostante l’opposizione dei geni che caratterizzano i singoli individui, una sorta di “cervello collettivo”, che forse facilita la comunicazione tra popoli e culture diverse, ma sfavorisce la «dialettica delle idee che è il fondamento essenziale della democrazia e della civile convivenza». Sicché lo stare nella rete ci rende meno liberi, come se appartenessimo «inconsciamente ad una potente associazione dalla quale è difficile uscire». Ecco dove neurobiologia, etica e politica si trovano interconnessi su un comune terreno problematico.

Una analisi, quella di Maffei, che non nasce, come si vede, da una generica avversione generazionale ai nuovi mezzi di comunicazione. Al contrario, gli strumenti tecnologici sono visti come frutti meravigliosi della ricerca e del lavoro del cervello umano. Ma quando essi «si integrano col corpo e ne diventano protesi indistinguibili dai tessuti originari, possono interferire con la biologia e passare da oggetti a soggetti, da schiavi a padroni e cambiare la nostra umanità, le nostre reazioni all’ambiente e le nostre relazioni sociali». Gli strumenti tecnologici, insomma, «si sono seduti con prepotenza insieme ai neuroni della corteccia cerebrale nel consiglio di amministrazione del comportamento umano». Un terreno di riflessione che quanti traggono immenso profitto dal funzionamento attuale della rete tendono ad ammantare di nebbia, mercé anche lo sviluppo del mercato e la trasformazione del denaro in fine, che spingono alla velocità, allo «sviluppo di un pensiero economico che non ha tempo per riflettere sulle conseguenze delle sue azioni causando ingiustizie e disuguaglianze».

È da questo intreccio che nasce una condizione che allontana l’uomo da un benessere che Maffei intende su un duplice versante. Quello culturale ed ambientale, che consente di vivere in un ambiente ecologicamente decente e di usufruire «delle conoscenze necessarie alla vita non solo materiale ma anche spirituale». E quello più interiore e neurobiologico, che mira a raggiungere: «l’equilibrio di funzione tra le diverse aree cerebrali, dove il pensiero razionale, l’emozione, la fantasia e il movimento lavorano in armonia senza che un fattore domini sull’altro». Un compito primario, nella ricerca di questo equilibrio, viene affidato alla cultura, che potrebbe «essere di grande aiuto nell’indirizzare i desideri e spostarli dal consumo al piacere dell’esercizio mentale, alla riflessione, all’osservazione della natura». Tanto che Maffei propone, con un «pizzico di ironia provocatoria» di sostituire il PIL con il PILC, una sorta di Pil culturale di cui nelle pagine del libro ci fornisce ampia illustrazione. Solo che la cultura va liberata dalle sue attuali “malattie”, che vengono da lontano e che sembrano impedirle di contrastare i “tranquillanti fisiologici” di chi vive le proprie azioni socialmente colpevoli come legittimi e naturali, di moderare l’aggressività umana, di sfuggire alla schiavitù del mercato, cui si è prostrata, di vedere come la “società liquida”, continuamente cangiante  in molti suoi aspetti, si presenti invece graniticamente solida nel perpetrare le disuguaglianze.

Un quadro, come si vede, dalle tinte piuttosto fosche. Ma che può essere contrastato da una ribellione, di cui Maffei vede i precursori in Galileo e in Gesù, che «consista nell’uso tenace delle facoltà del suo cervello» da parte dell’uomo senza disconoscere l’apporto della scienza e, soprattutto, dell’arte, in quanto esprimono un rifiuto dell’esistente. Un cammino immaginato, anche sulla scorta della lettura di Ricoeur,  come una esplorazione di se stessi condotta guardandosi nello specchio dell’altro, un cammino nel quale «il colloquio con il prossimo con il desiderio di sapere e di condividerne il pensiero diventa così la base per unire i propositi, per formare un cervello collettivo che si muova in rivolta».  Con uno scompaginamento dei comportamenti codificati dal consumismo che tende a far di noi degli “schiavi felici”: per la rivolta «ci vuole senso del dono, voglia di dare e non di prendere», la convinzione, propria di Don Milani, che dal quadro attuale si può solo «sortirne tutti insieme». Questo cammino esige di fare «ricorso alla plasticità del cervello, che ha la proprietà di cambiare, sotto opportuni stimoli, funzione e struttura e quindi idee e comportamenti». Per mirare a formare cittadini critici, compito per il quale «lo stimolo adeguato è indubbiamente l’educazione all’uso del proprio cervello, che può realizzarsi prima di tutto nella scuola». E che ci consente di conoscere i meccanismi biologici di base che abbiamo in comune con gli altri ed anche i vincoli che essi pongono alla nostra «libertà di comportamento in quanto ci informa che le modalità di risposta del mio prossimo sono sostenute da meccanismi nervosi e biochimici simili ai nostri».

Il che, accanto alla delineazione di quelli nuovi, riapre, a ben vedere, altri plurisecolari problemi come il rapporto tra libertà e necessità, libero arbitrio e determinismo, declinabili su molteplici versanti, da quello filosofico a quello relativo all’educazione. Ulteriore apertura che rappresenta un merito, e non un limite, del lavoro di Maffei. Al termine del quale il cerchio si chiude con salda coerenza: neurobiologia, etica e politica –che ci hanno accompagnato per tutto il corso libro- procedono in sintonia anche nella delineazione delle vie per la ribellione. E nel delineare il piacere che dalla ribellione può scaturire: «La ricerca, la poesia come la preghiera, la gioia nel vedere il mare e le nuvole, il bello sono frutto di circuiti cerebrali sviluppati dall’evoluzione e comuni a tutti gli uomini se non silenziati da invidie, desideri di ricchezza e potere».

Nando Cianci

 

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