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IL BENESSERE DIGITALEdi Marco Fasoli, il Mulino, Bologna, pp. 150, € 13,00.

Il libro: L’idea di benessere può variare a seconda dei luoghi, delle culture prevalenti nelle società, delle epoche storiche. Può coincidere con il Pil, laddove prevale l’idea che la felicità umana sia inscindibilmente connessa con lo sviluppo economico incessante. O con il Bil (Benessere interno lordo) e le diverse varianti che ne sono state elaborate, se si presta più attenzione al versante sociale. O, ancora, con il Fil (felicità interna lorda), con il quale il piccolo stato del Bhutan prende a criterio la qualità dell'aria, la salute dei cittadini, l'istruzione, la ricchezza dei rapporti sociali.
L’idea di benessere può cambiare, ovviamente, anche da individuo ad individuo (e nello stesso individuo in momenti diversi della vita), sulla base di ciò che ognuno considera fondamentale per sentirsi realizzato e appagato.

Comunque la si veda, una qualunque ricerca del benessere oggi, sul piano sociale e su quello individuale, non può prescindere dalla presenza sempre più massiccia nelle nostre giornate della tecnologia. Sì che l’analisi del concetto di benessere e la ricerca della sua pratica si configurano oggi anche come benessere (o stress) digitale. Anche in questo campo ci si può sentire meglio essendo perennemente connessi o, invece, concedendosi tregue e libere uscite dalla ragnatela digitale. Insomma: un campo vasto su cui riflettere e chiarirsi le idee.
Ci guida in questa nuova dimensione della ricerca del benessere questo libro di Marco Fasoli, da poco uscito per il Mulino. Si tratta, ci avverte opportunamente l’autore, di un campo nel quale è difficile trovare un equilibrio seguendo la regola aurea in altri campi, quella del “né poco né troppo”, perché la sfera digitale emana un flusso continuo che tende a tenerci avvinti senza tregua. Lasciandoci, magari, con la sensazione che la connessione continua ci distolga dalla vita vera o, comunque, da altre occupazioni alle quali avremmo voluto dedicarci. È uno degli aspetti meno piacevoli di una avanzata impetuosa che pur ha arrecato molti vantaggi alle nostre esistenze, come l’autore mette all’occorrenza in luce. Ma che, per l’appunto, ci ha aperto nuovi problemi. Di fronte ai quali ci sentiamo a volte disarmati, come se la nostra volontà non fosse in grado di opporsi a strumenti che ci inducono a nuove modalità di vita, che sembrano diventare padroni della nostra esistenza. 

Nella ricerca della strada per il benessere, Fasoli affronta anche il tema speculare dello stress digitale: lo stare sempre connessi fa piovere su di noi una massa continua di stimoli, per far fronte ai quali interrompiamo continuamente ciò che stiamo facendo, costringendo il cervello a lavorare in modo, diciamo così, anomalo, vale a dire non concentrandosi adeguatamente su un solo compito. Con effetti anche sui nostri circuiti cerebrali. E con la creazione di condizioni di stress.
Ai problemi che emergono dalla sua ricca trattazione, l’autore offre, nel capitolo finale del libro, soluzioni che chiamano in causa le strategie metacognitive, «strategie attenzionali, buone abitudini, vincoli autoimposti e soluzioni tecnologiche di controllo strategico delle situazioni». Si tratta di un capitolo denso di spunti e di indicazioni, che ci mostra come, di fronte alle nuove tecnologie, vada deposto il senso di impotenza e si possa procedere utilizzando risorse e strategie possibili. Che, per essere attuare, richiedono un a educazione ai media che «possa fornire alle nuove generazioni le abilità e le competenze necessarie a sfruttare al meglio il potenziale che il digitale offre loro, riducendo sovraconsumo e stress digitale» e limitando gli effetti indesiderati illustrati nel libro.

  

Il risvolto:Essere continuamente connessi significa comunicare, informarsi, fare acquisti più velocemente, lavorare ovunque, ma anche subire un flusso ininterrotto di notifiche e stimoli, talvolta creati con lo scopo di farci restare incollati il più a lungo possibile allo schermo. Ne derivano spesso situazioni di stress, mentre si sottrae tempo prezioso alla vita privata e alle relazioni; tanto che si può parlare di malessere digitale come vero prezzo occulto da pagare per usufruire di molte app e programmi. È dunque necessario interrogarsi – come fa criticamente questo libro – sulla relazione fra tecnologie e benessere, per comprendere come esse possono favorirlo o ostacolarlo, come dovrebbero essere progettate in futuro e quali capacità di auto-regolazione permettono, oggi, di sfruttare il loro potenziale benefico.

L’incipit: Alcune estati fa mi trovavo in un resort immerso nella natura, nel sud dell’isola d’Elba. Un posto meraviglioso e ancora (relativamente) incontaminato, dove la rete mobile Internet arrivava a singhiozzo e solo per alcuni operatori telefonici. Sfogliando il libro degli ospiti, dove i clienti commentavano il loro soggiorno, un rovente pomeriggio di luglio rimasi colpito da alcune righe, che suonavano pressappoco così: «Qui mi sono disintossicato da smog, frenesia, ma soprattutto dai social network. Grazie per la pessima connessione, non credevo che l’avrei mai scritto. Non vedo l’ora di tornare». Al di là dell’effetto positivo del detox, cioè di un periodo di disconnessione, di cui ormai sentiamo parlare piuttosto spesso dai media, quello che mi colpì fu soprattutto la seconda parte del messaggio. L’astinenza forzata da Internet imposta dalle condizioni ambientali risultava essere positiva e, anzi, perfino auspicata nel futuro, nonostante quella persona non avesse avuto in precedenza alcuna intenzione di interrompere la connessione con il mondo online.
Dopo aver trascorso diversi anni a studiare lavori di scienze cognitive che denunciavano (con un autocompiacimento che è stato spesso criticato) errori sistematici della nostra capacità di interpretare noi stessi e di prendere decisioni razionali, la cosa non avrebbe dovuto stupirmi più di tanto. Tuttavia, trovai interessante il fatto che una situazione di questo tipo, in cui una persona era stata forzata alla disconnessione, l’avesse portata a scoprire un effetto controintuitivo della tecnologia su di sé. La possibilità che una privazione, cioè una limitazione delle possibilità di scelta, potesse avere anche un effetto positivo, benefico, almeno in certi contesti. Si trattava di un caso eccezionale, raro, oppure era possibile individuare altre situazioni in cui il nostro giudizio su come la tecnologia e l’assenza di essa avrebbero dovuto incidere sulla nostra qualità della vita differiva notevolmente dai loro effetti reali? La domanda risultava essere particolarmente intrigante considerando, soprattutto, le proporzioni del fenomeno del web 2.0 e le aspettative che lo circondano.

 

L’autore: Marco Fasoli, assegnista di ricerca nel Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell’Università di Milano - Bicocca, si occupa di filosofia della tecnologia e delle scienze cognitive, neuroetica e competenze digitali. Ha fondato il progetto «Digitale Responsabile» Marco Fasoli, assegnista di ricerca nel Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell’Università di Milano - Bicocca, si occupa di filosofia della tecnologia e delle scienze cognitive, neuroetica e competenze digitali. Ha fondato il progetto «Digitale Responsabile» e fa parte del centro di ricerca «Benessere Digitale» dell’Università di Milano – Bicocca.

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