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VAMPIROMiti storie immaginazioni, di Vito Teti, Donzelli, 2018, pp. 378, € 34.

Il libro: Si può leggere con piacere un libro che, stando al titolo, dovrebbe immediatamente instillarci angoscia e tremore? Può accadere, ed accade con questo intenso libro dell’antropologo Vito Teti che ci accompagna attraverso secoli e culture suscitando un doppio piacere. Quello, diciamo così, estetico, perché il libro (per quanto di grande erudizione e ineccepibile rigore) è scritto con la fluidità colta di chi frequenta tanto le stanze dei libri quanto i vicoli, le piazze, le case della vita quotidiana, che sta fuori dai libri e nella quale solo autori sapienti sanno farci entrare. L’altro godimento è quello dell’intelletto, perché il testo ci pone argomenti di conoscenza e riflessione da angolazioni insieme seducenti e profonde. E lo fa esplorando argomenti sui quali si tende oggi a mettere la sordina (o ad enfatizzare, il che è lo stesso).

La modernità tenta in tutti i modi di espellere la morte dall’orizzonte della vita, di far scomparire i defunti, di estirpare ogni possibilità di loro contatto e comunicazione con i vivi. Desertifica, così, un giacimento culturale di riti attraverso i quali i morti continuavano a far parte della comunità dei viventi.
Ma la modernità ha fatto anche di più: ha reso morti paesi e territori dell’entroterra, comunità intere. Si è inviluppata nella contraddizione stridente di voler esorcizzare a tutti i costi la morte, ma di praticarla in realtà su scala sociale, condannando all’abbandono e alla scomparsa vite comunitarie.
Ma i morti continuano a bussare alla porta dei vivi, come accade nel racconto di un sogno con il quale Teti apre questo volume. Solo che essi, senza i riti di mediazione presenti in altre culture, ci mostrano un rapporto irrisolto con l’idea della morte e generano paura. Una paura che c’era, da altre prospettive, anche nelle culture tradizionali che, però, avevano elaborato strategie di difesa. Nella modernità una tale paura può assumere manifestazioni varie, tra le quali la trasfigurazione nell’immagine del vampiro. Che ha origini rinvenibili, ci illustra Teti in un viaggio che parte dal Settecento (epoca di grandi mutamenti e di forte messa in discussione di culture consolidatesi nei secoli) ed approda ai giorni nostri, nei quali il paradosso si conferma: «Il contagio vampirico non è dilagato nelle culture e nelle società dove i defunti potevano tornare, in maniera irrelata o controllata, continuando a turbare, disturbare, amare i familiari rimasti, ma al contrario si afferma proprio quando la modernità (come sottolineano Foucault e Baudrillard) si impegna nel progetto di espellere, rinchiudere, esorcizzare l’alterità, la malattia, la follia, la morte». Un viaggio che, scorrendo saldamente sui binari dell’antropologia, attraversa anche i territori della psicanalisi, della letteratura, del cinema e della musica. Con incursioni nei campi della pittura, dei fumetti, della fantascienza.

Un viaggio che ci racconta di una figura che -lo ricorda anche il titolo del libro- procede sempre intrecciata con la melanconia: «Il vampiro è mutevole, cangiante, errante, ambiguo» e, per quanto volessimo precisarne i caratteri, rimarrebbe «inafferrabile. Ma c’è sempre un carattere, un sentimento, un modo di essere di cui il vampiro appare sempre e comunque prigioniero. Dovunque si trasferisca, dovunque si nasconda, egli si presenta sempre con un’insopprimibile melanconia. Il vampiro è una delle costruzioni melanconiche più significative della modernità». Torna, così, uno dei temi da sempre cari alla ricerca di Teti, la melanconia, di cui abbiamo letto pagine illuminanti, ad esempio, in Quel che resta (Donzelli, 2017).

Un sentimento che ha le sue ambiguità, ma che può fornire una carica positiva e di rinnovamento. A condizione che si sappia avere un rapporto autentico (ancorché sofferto e problematico) con il passato, che si sappia far pace con i morti («Non ho paura dei morti, perché mi parlano e ci parlo») e si sappia essere davvero, tutti i giorni, nelle piccole e nelle grandi scelte, per la vita: «Fino a quando non saremo contro la morte e contro la guerra, i vampiri torneranno a ricordarci i nostri silenzi, il nostro delirio di onnipotenza, la nostra paura della morte, la nostra incapacità di vivere»

Il risvolto: «I vampiri, assumendo connotati diversi, ritornano, prima o poi. Anche i libri sui vampiri – così sperano i loro autori – hanno una qualche possibilità di ritornare, di non morire». Così Vito Teti introduce il ritorno di questo libro in una nuova edizione completamente rivisitata, a chiudere idealmente quel «trittico della melanconia» che comprende Il senso dei luoghi e Quel che resta. Ma ogni ritorno è anche una novità, e così è per questo saggio, che si arricchisce di un ampio capitolo e di un ricco apparato iconografico che segue l’immaginario del revenant nelle sue rappresentazioni antiche e declinazioni contemporanee.

La figura del vampiro offre elementi di riflessione per approfondire il passaggio del mondo occidentale alla modernità. Se, nelle società tradizionali, il vampiro folklorico non può essere separato dalla paura del ritorno, perturbante e pericoloso, dei defunti, proprio l’Occidente colto e illuminato settecentesco è l’ambito in cui è possibile cogliere l’origine del complesso fenomeno storico del «ritorno» dei vampiri. Nel momento in cui melanconia e rovine si apprestano a raccontare i contrasti del lento affermarsi del moderno – che esorcizza alterità, malattia, follia, morte –, il vampiro rinasce nella letteratura come metafora di figure ambivalenti, ponendo così le basi per «contagiare» gli aspetti culturali caratterizzanti la tradizione occidentale contemporanea, dalla psicoanalisi al cinema, ai fumetti e a internet.

L’inedito capitolo finale riannoda il filo di una riflessione sul sentimento dei luoghi, addentrandosi nell’esplorazione delle recenti metafore, positive e negative, del vampiro all’inizio del nuovo millennio. Il vampiro che abita le rovine postmoderne – dal Muro di Berlino a Baghdad, dalle Torri Gemelle alle macerie dei terremoti – e incarna paure legate all’angoscia della fine del mondo ci ricorda la necessità di ristabilire un dialogo con i defunti, senza espellerli come vampiri distruttivi, ma riconoscendoli come parte integrante della comunità dei viventi. In questo senso, il libro afferma una filosofia «contro la morte», cogliendo spunti là dove la metafora del vampiro sembra aprire a un diverso rapporto con l’altro e a un riconoscimento della diversità.

 

L’ incipit: Circa venticinque anni fa, in una notte di primavera del 1993 in cui mi accingevo a spedire Marco Bascetta di Manifestolibri il testo della prima edizione di questo libro, feci un sogno che all’epoca non mi sentii di raccontare. Qualcuno bussava alla porta della mia casa in paese. Nell’oscurità aprivo, non senza una certa apprensione, e mi trovavo di fronte un esile vampiro, dall’aria triste e dimessa, magro e consunto in volto. Avvertivo un forte senso di disagio, una grande pena; non però il terrore e la paura che, da bambino, mi spingevano a nascondere la testa sotto alle coperte dopo aver letto storie di apparizioni e fantasmi, di visioni e vampiri. Nel sogno, come si usa dalle mie parti con chi si presenta alla nostra porta, chiedevo al personaggio sulla soglia come va, cosa c’è. Singhiozzando sommessamente e con la voce sopraffatto dal pianto, il piccolo vampiro mi rivelava allora il motivo della sua visita, e della sua sofferenza: avevo scritto che i vampiri non esistono, che sono frutto della nostra immaginazione e della fantasia, delle nostre paure e inquietudini. Turbato e commosso, infine congedavo il mio amico vampiro. Con qualche titubanza, l’indomani avrei spedito la prima versione del testo che ora avete nelle mani, e che sarebbe uscito nel 1994.
Altre soglie, altre apparizioni. Mentre riporto questo episodio, mi colpisce l’analogia con la conclusione del racconto autobiografico Il paese che mi pare, pubblicato ne Le strade di casa (1983) – un volume di immagini, riflessioni e visioni, scritto a quattro mani con Salvatore Piermarini: «È notte, Sento bussare alla porta. Domando chi è. Apro la porta. Sono io». Mi viene da domandarmi se, allora, il messaggio di cui era latore il vampiro non fosse in fin dei conti che, in qualche modo, «restiamo» sempre nei luoghi dove siamo nati e cresciuti.

 

 

L’autore: Vito Teti è professore ordinario di Antropologia culturale dell’Unical, dove ha fondato e dirige il Centro di iniziative e ricerche «Antropologie e Letterature del Mediterraneo». Tra le sue pubblicazioni: Il senso dei luoghi (Donzelli, 2004; III ed. 2014); Storia del peperoncino (Donzelli, 2007); La razza maledetta (Manifestolibri, 2011); Maledetto Sud (Einaudi, 2013); Pietre di pane (Quodlibet, 2014); Terra inquieta. Per un’antropologia dell’erranza meridionale (Rubbettino, 2015); Fine pasto. Il cibo che verrà (Einaudi, 2015); Quel che resta. L’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni (Donzelli, 2017).

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