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La scuola serve a vivere meglio, non a produrre di più
(Nando Cianci)

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Scuolaslow è una piazza nella quale incontrarsi, discutere, raccontare le riflessioni, le esperienze, le pratiche intrecciate con l'idea di una scuola slow, vale a dire sottratta...

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Siamo alle prese con nuove forme di analfabetismo, sulle cui cause c’è molto da riflettere. La formazione di persone colte, libere, capaci di governare la complessità può essere attuata con criteri aziendalistici? L’educazione è il tempo della semina e richiede pazienza e tempi lunghi.

 Nel campo scolastico le rilevazioni quantitative dei risultati vanno prese con le molle: soggetti ed oggetto dell’istruzione e dell’educazione sono individui unici, irripetibili, portatori di storie personali, oltre che di caratteristiche comuni che ne fanno persone del nostro tempo. Gli standard ai quali li si vuole commisurare rappresentano, perciò, un’astrazione. Comprensibile, poiché la società vuole capire cosa accade in una istituzione di cui si è assunta il carico. Ma dannosa quando essa diviene il fine dell’istruzione e dà luogo ad una sorta di ossessione valutativa. I test schematizzati costituiscono, in tal senso, più che un rischio.

E tuttavia i segnali che emergono dalla relazione Invalsi sullo stato di preparazione dei nostri studenti non possono lasciare indifferenti. Ci dicono, a loro modo, di una situazione che ogni buon insegnante conosce benissimo dalla sua esperienza quotidiana: la scuola ha difficoltà a parlare bene con i giovani. Va perdendo la capacità di farli accostare alla cultura plurimillenaria che l’umanità ha elaborato in tutti gli angoli della Terra. Non sa iniziarli ai linguaggi che tra gli umani si costumano da millenni, non capisce il loro linguaggio. Peggio: pensa di andare incontro ai linguaggi più praticati dai giovani vendendosi anima e corpo all’industria dell’elettronica e del digitale, inondando le aule di nuove tecnologie in modo acritico e staccato dal cammino sin qui condotto dall’uomo. Senza valutarne gli effetti propriamente legati alla formazione, all’educazione, all’istruzione, sull’equilibrio psicofisico.
Dunque: il rapporto dell’Invalsi dice (ma, ripeto, lo sapevamo anche senza di esso) che il 35 per cento dei ragazzi candidati agli esami di diploma legge ma non capisce testi che presentino una media complessità. Sono in situazione di analfabetismo funzionale. Alla pubblicazione delle rilevazioni sono scaturiti, come di consueto, preoccupazione e dibattito sulle cause del fenomeno.
Il banco degli imputati è alquanto affollato: il Sessantotto, i nuovi media, il decadimento del prestigio degli insegnanti, le strutture inadeguate, il ripudio dello studio inteso anche come fatica e conseguente semplificazione ed impoverimento di contenuti, la cecità (immancabile) di politici e di attori vari della vita pubblica, l’affievolimento del livello di preparazione di parte dei docenti. Cause ed effetti vengono spesso mischiati e scambiati fra loro. Per ognuno di questi aspetti, ad ogni modo, si potrebbe certamente aprire un fecondo terreno di riflessione e di dibattito, in ognuno di essi c’è un fondamento da non trascurare.
Ma il dibattito si rivela spesso di durata effimera, assumendo una valenza prevalentemente, se non esclusivamente, giornalistica: si accende ad ogni esplosione del fenomeno (ad ogni pubblicazione di dati) e repentinamente si spegne. Non produce risultati, perché la faccenda è, invece, di lunga lena. Si leggono, tuttavia, qui e là spunti assai interessanti, che attengono ai legami tra linguaggio, politica e democrazia e tra dotazione lessicale ed esercizio della violenza; all’interrogarsi sulla validità del sistema di valutazione adottato dall’Invalsi e sulla sua corrispondenza a quanto si va quotidianamente facendo nelle aule; alle ondate (o spruzzate, dipende dai punti di vista) di “riforme” succedutesi negli ultimi lustri.
Si può e si deve spaziare a tutto campo. Trattandosi di una valutazione, però, occorre anche chiedersi a quale logica essa risponda. Con l’alba del nuovo millennio si è diffuso un nuovo verbo valutativo: rilevare non il sapere ma il saper fare. E, a monte, impostare la didattica non più sulla conoscenza in quanto tale ma sule competenze. Sembra una trovata di grande modernità, ma, al fondo, è la manifestazione di una scuola ideologica, basata cioè su una ideologia. Nel mentre si predica a tutto spiano la fine delle ideologie. Cerco di spiegarmi.
Parallelamente a queste “nuove” idee di valutazione e di didattica, si è andata attuando una lenta trasformazione dello studente in cliente. Si è cominciato con il Piano dell’offerta formativa (Pof) e si è poi proseguito con altre strampalate sigle al fondo delle quali c’è un concetto chiaro: la scuola presenta offerte (il che non toglie che non poche scuole siano riusciti a farne strumenti dignitosi ed utili). Cioè sta sul mercato e ne accetta l’ideologia: “libero” gioco di domanda ed offerta. Di qui, ad esempio, le indecorose operazioni di marketing che, tra novembre e febbraio, vedono molti istituti scatenarsi per presentare le proprie “offerte” e far lievitare le iscrizioni, con la conseguente necessità di presentarsi come scuole in cui le difficoltà di studio sono abbassate e le occasioni ricreative enfatizzate. Come meravigliarsi, poi, che il livello di istruzione si abbassi? E che ne scaturisca l’adozione di termini e concetti mutuati dalle imprese e dall’economia: efficacia, efficienza, competizione…? Ma quali “competenze”, quale saper fare si può misurare con test e schemetti dopo aver studiato, ad esempio, Il Prometeo incatenato di Eschilo? E come si fa a gustarlo, se la lettura è annebbiata dall’idea che essa vale in quanto preparazione a saper mettere le crocette al posto giusto quando i quiz ce ne chiederanno conto? Si perde così, per restare all’esempio, l’essenziale: una finestra che si spalanca sul rapporto tra uomo e tecnica, tra uomo e religione, tra sacralità e prassi etica. (Di passaggio, a beneficio di quanti vogliono abolire nella scuola le lingue della classicità: cosa c’è di più attuale di opere come questa, che anticipano di millenni le grandi domande con le quali siamo alle prese oggi?). Cosa c’è da misurare? Sono semi che produrranno dentro, nei decenni, la capacità di guardare alla complessità del mondo con occhio lucido, animo dialettico e cuore grato. Magari il frutto si avrà quando lo studente di oggi avrà cinquant’anni. Quale competenza si vuol misurare in un diciassettenne al quale si va fornendo un bagaglio che sarà buono nei decenni e assai poco per la prima stazioncina di sosta che incontra? La scuola dovrebbe sempre ricordare che «saper fare non è lo stesso che sapere cosa si fa e saper parlare non è il medesimo che sapere di cosa si parla»[1]. E che: «L’educazione è il tempo della semina, non del raccolto. E il seminatore deve avere pazienza, perché i raccolti che arrivano troppo presto sono effimeri. Sono come i giardini di Adone che Platone ricorda nel suo Fedro, vale a dire bacinelle, canestri o semplici conchiglie in cui d’estate si piantavano dei semi che, per la calura, nascevano e crescevano in otto giorni, ma poi appassivano repentinamente senza dare frutti»[2].
Allora, forse, al fondo di tutta la faccenda c’è questo: la scuola sta fallendo perché si pretende di gestirla con logiche aziendalistiche e mercantili. Cioè in modo del tutto opposto a quello che le è richiesto dalla complessità del momento storico: formare soprattutto persone capaci di governare i grandi cambiamenti in corso nel mondo e nell’umanità. Persone libere, creative, solidali, colte, che abbiano piena coscienza del cammino dell’uomo nei secoli e della cultura plurimillenaria che l’umanità ha elaborato. Per poter proseguire quel cammino. Nulla a che vedere con l’ideologia del mercato, che ha bisogno di clienti, non di cittadini.
In altre parole: se si vuole gestire l’associazione dei donatori di sangue con criteri ispirati alle attività di Dracula, non ci si può poi lamentare se il sangue nelle vene cominci a scarseggiare. E se la linfa della cultura vada scomparendo dalle aule scolastiche.

                                                                                                            Nando Cianci



[1] Carlo Sini, Il gioco del silenzio, Mondadori, Milano, 2006, p. 17.

[2]Nando Cianci, Viandanti e naviganti. Educare alla lentezza al tempo di internet, Youcanprint, 2017, pp. 45-46.

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