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HOMO SUMEssere "umani" nel monto antico, di Maurizio Bettini, Einaudi, Torino, pp. 144, € 12,00.

Il libro: Quelli dei naufraghi, dei profughi e dell’accoglienza non sono problemi inediti, sorti in tempi – i nostri – che conoscono calamità su vasta scala (carestie, guerre, terre ipersfruttate che non danno più di che vivere) e conseguenti migrazioni epocali (7 milioni di persone in fuga dalle proprie terre). Sono fenomeni che, in dimensioni e con modalità differenti, hanno sempre interessato il pianeta. Dando luogo ad approcci diversi, ad accoglienze e respingimenti, ad aperture e rinserramenti a seconda delle condizioni storiche e delle culture dei popoli che ne erano investiti.

Guardare alla lunga storia delle migrazioni, dei naufragi e delle accoglienze può esserci di grande aiuto, per capire, ritrovare lucidità e scegliere i comportamenti, in un’epoca in cui il fenomeno, da tragedia umana che richiede solidarietà, viene spesso trasformata in pretesto per cercare consenso politico. Suscitando ad arte, intorno ad esso, paure che spingono verso atteggiamenti aggressivi e repulsivi, che non si fondano sulla ragione umana e rappresentano un regresso e di civiltà.
Ci è di grande aiuto, nel guardare a quanto di meglio l’umanità ha invece prodotto in relazione all’accoglienza e alla solidarietà, il libro colto e brillante, ma anche immediatamente comunicativo, di Maurizio Bettini, uscito da Einaudi con il titolo Homo sum.
Il lavoro prende le mosse dall’approdo di Enea e dei suoi compagni, scampati alla guerra di Troia, sulle coste di Cartagine, che la regina Didone andava costruendo dopo aver anch’essa sperimentata la condizione di esule in fuga dalla patria. Un’accoglienza, quella della regina verso Enea, che affonda le sue radici, per l’appunto, nella esperienza di chi ha conosciuto lo stesso dramma, ma anche nelle leggi divine e nella pietà umana. Bettini ci conduce in un itinerario affascinante che transita per la classicità greca, per l’epoca romana, per la cristianità, per la cultura plurimillenaria dell’umanità, facendola vivere pienamente nel presente. Non solo e non tanto per i riferimenti espliciti alla contemporaneità, che pur vi sono, in modo assai pregnante (per esempio con il richiamo alla Dichiarazione dei diritti umani del 1948 e alla nostra Costituzione), ma anche e soprattutto perché, mettendoci a contatto con i classici, ci dà l’impressione che essi parlino direttamente alle persone di oggi. È ben vero che parlare agli uomini di tutti tempi è la peculiarità che fa annoverare un’opera tra i classici, ma è altrettanto vero che i classici ci parlano in modo ancor più attuale e profondo se, nella loro lettura, abbiamo una guida preziosa come l’autore di questo libro. Che ci aiuta sin dal titolo ad assumere una prospettiva che toglie ogni possibilità di guardare a chi sopravviene con la spocchia di superiorità di chi guarda il mondo da posizione privilegiata: Homo sum, come è noto, è la battuta di una commedia di Terenzio[1] (Homo sum, humani nihil a me alienum puto), che venne ampiamente ripresa dagli umanisti fiorentini del Quattrocento. E che ci chiama alla responsabilità di essere degni eredi, nella vita quotidiana della nostra epoca, di una elaborazione culturale che non ci consente di ridurci a patria barbara che nega accoglienza e scaccia i profughi dalla riva.

 

Il risvolto: Questo libro inizia con un episodio dell’Eneide: il naufragio dei Troiani sulle coste di Cartagine (nei pressi dell’odierna Tunisi, nel canale di Sicilia) mentre sono diretti in Italia. Enea e i suoi vengono accolti dalla regina Didone in nome dell’umanità e del rispetto verso gli dèi, perché le frontiere si chiudono di fronte agli aggressori, non ai naufraghi. Scrive Bettini: «Ci sono troppi dispersi nel mare che fu di Virgilio, troppi cadaveri che fluttuano a mezz’acqua perché quei versi si possano ancora leggere solo come poesia. Sono diventati cronaca». Il libro propone dunque una triplice esplorazione della cultura antica alla luce di ciò che oggi definiamo “diritti umani”: per scoprire in Grecia e a Roma alcuni incunaboli della Dichiarazione; per misurare gli scarti che su questo terreno ci separano dalla società e dalla cultura antica; infine per mettere in luce alcune specifiche forme culturali in base alle quali Greci e Romani si ponevano problemi equivalenti a ciò che oggi definiamo diritti umani. Ancora una volta, riflettere sul mondo antico ci aiuta ad orientarci nel presente.

L’incipit: Nel primo libro dell’Eneide Virgilio descrive la tempesta che travolge le navi dei Troiani in fuga dalla loro città, distrutta dalla guerra. Scampati miracolosamente alla furia delle onde, alcuni naufraghi approdano sulle coste di Cartagine, nei pressi dell’odierna Tunisi, sul canale di Sicilia. Vi regna Didone, in fuga da Tiro per sfuggire alla tirannia del fratello, e la città da lei fondata, Cartagine appunto, è ancora in costruzione. Iloneo, uno dei naufraghi troiani, rivela alla regina la meta verso cui i fuggiaschi erano diretti prima del disastro: l’Italia. E lo fa in questo modo:


V’è un luogo - con il nome di “Esperia” lo chiamano i Greci –
Terra antica, potente di armi e di campi felici;
l’ebbero gli uomini Enotri; adesso è fama che i posteri
abbian chiamato quel popolo “Italia” dal nome di un capo.
Qui facevamo rotta[2].

 Ricordo bene le lezioni durante le quali (ero ancora all’università) il mio professore, Marino Barchiesi, ci spiegava che questo genere di descrizione corrisponde a una precisa figura poetica, la topothesia: letteralmente “porre il luogo”, quasi che il poeta “disponesse” sotto gli occhi del lettore l’immagine di una determinata terra o regione.
[…]
Inevitabilmente leggendo le parole di Ilioneo il pensiero corre ai nuovi profughi che, come i Troiani dell’Eneide, cercano di varcare il canale di Sicilia per raggiungere (come allora) l’Italia, fuggendo da more e distruzione; e come i Troiani sono vittime di un naufragio. I sono troppi dispersi nel mare che fu di Virgilio, troppi cadaveri che fluttuano a mezz’acqua per ché quei versi si possano leggere solo come poesia. Sono diventati cronaca. Gli orrori del Mediterraneo hanno tolto all’Eneide ogni innocenza letteraria. Adesso che centinaia di disperati tentano quotidianamente di varcare lo stretto braccio di mare che potrebbe finalmente allontanarli dalle terre in cui non si è persone, ma solo corpi da vendere e torturare; adesso che la morte in mare si è ridotta a un protocollo ordinario, la topothesia - l’atto di “porre il luogo”: l’Italia – non è più una figura poetica, ma il sogno, il fantasma di una meta che migliaia di fuggiaschi si “pongono” davanti agli occhi, ben sapendo che non tuti ce la faranno. «C’è un luogo, lo chiamano Italia…».

 


L’autore
: Maurizio Bettini (1947), classicista e scrittore, insegna Filologia classica all'Università di Siena. Tra i suoi libri: Il ritratto dell'amante (1992; 2008); Nascere. Storie di donne, donnole, madri ed eroi (1998 e, in una nuova edizione, 2018), Le orecchie di Hermés (2000), Voci. Antropologia sonora del mondo antico (2008); Affari di Famiglia. La parentela nella cultura e nella letteratura antica (2009), Contro le radici (2011) e Vertere. Un'antropologia della traduzione nella cultura antica (2012). Nella collana «Mythologica», che dirige presso Einaudi, ha pubblicato: Il mito di Elena (con C. Brillante, 2002), Il mito di Narciso (con E. Pellizer, 2003), Il mito di Edipo (con G. Guidorizzi, 2004), Il mito delle Sirene (con L. Spina, 2007), Il mito di Circe (con C. Franco, 2010); Il mito di Enea (con M. Lentano, 2013); Il mito di Arianna (con S. Romani, 2015), Il dio elegante (2015), A che servono i Greci e i Romani? 2017)Il mito di Medea (con G. Pucci, 2017) e, Il Presepio (2018). Per Einaudi dirige la collana «Mythologica».



[1]Heautontimorumenos (Il punitore di se stesso). La frase, pronunciata da Cremete a giustificazione della sua curiosità, ma anche della debolezza umana, estese il suo significato, soprattutto ad opera dell’Umanesimo, all’apertura dell’uomo all’esperienza e al suo peculiare modo di stare nel mondo.

[2] Virgilio, Eneide (Fo), I, 530-34. (Le traduzioni di Alessandro Fo dei versi virgiliani in qualche caso sono modificate per rendere più chiare le riflessioni che prendono spunto dai versi).

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