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CURA DEL FREDDOdi Matteo Cerri, Einaudi, Torino, 2019, pp. 176, € 13,00.

Da sempre il freddo è stato un implacabile nemico dell'uomo. Ma il freddo non è capace solo di uccidere. Se domato, ha il potere di proteggerci. E forse di fermare il tempo. La storia appassionante di come siamo riusciti a vincere la battaglia contro uno dei nostri avversari naturali più pericolosi.

Quando nasce, il neonato si trova proiettato in un incubo: in un ambiente freddo anziché caldo, deve subito attivare il metabolismo e bruciare energia per non soccombere. Per l'uomo quindi la vita è calore. Questa verità è così forte e significativa che ne associamo anche gli opposti: la morte è fredda. Per gran parte della sua esistenza, l'uomo ha combattuto contro il freddo, forse l'avversario piú subdolo che la natura gli abbia opposto e che nei secoli lo ha falcidiato sui campi di battaglia, durante le esplorazioni o nel tentativo di conquistare le montagne. Eppure alcune persone sono state in grado di sopravvivere in condizioni di freddo estremo, avvicinandosi al confine che separa la vita dalla morte fin quasi a toccarlo, prima di riuscire a tornare indietro. Cosa c'è alla base di questa impressionante capacità di sopravvivenza? Non lo sappiamo ancora, ma da circa due secoli abbiamo imparato che il freddo, se domato e controllato, può trasformarsi in una cura, non diversamente da un farmaco che salva la vita o uccide in funzione del suo dosaggio. Oggi però ci stiamo spingendo oltre. Perché le recenti scoperte scientifiche relative all'ibernazione hanno aperto possibilità straordinarie, spalancando le porte all'esplorazione del sistema solare e alla speranza, sempre più concreta, di mettere uno scudo fra noi e la morte.

L’intervista all’autore:
In che modo il freddo, se controllato, può trasformarsi in una cura?
Il freddo ci uccide spegnendo i nostri tessuti, ma è proprio questo potere che possiamo cercare di usare a fini medici. Così, per esempio, i pazienti che subiscono un arresto cardiaco, vengono oggi routinariamente raffreddati in terapia intensiva. In questo modo si riduce la richiesta di risorse da parte di tessuti nobili come il cervello, proteggendoli dai danni causati dalla mancanza di ossigeno.
Di diverso tipo è il vantaggio che il freddo può conferire nella cosiddetta crioterapia. In questo caso, è l’effetto anti-infiammatorio del freddo che cerchiamo di usare. Funziona sicuramente bene per gli sportivi che si preparano ad una prestazione agonistica, ma quanto e come i suoi effetti siano positivi nell’uso comune resta ancora da determinare con precisione.

Quali straordinarie possibilità hanno aperto le più recenti scoperte scientifiche relative all’ibernazione?

Possiamo pensare all’ibernazione come ad una situazione di stand-by. Molti mammiferi sono in grado di entrare in ibernazione od in torpore, che è il termine tecnico che diamo alla parola letargo. In questa condizione, il corpo consuma davvero pochissimo e quindi può sopravvivere in assenza di risorse per molto tempo. Sviluppare una tecnologia che consenta l’ibernazione umana ci consentirebbe di sfruttare tutto il potere del freddo. In questo stato infatti il freddo è la conseguenza dello spegnimento del metabolismo corporeo, e non la causa. Questo rende il raffreddamento molto più sicuro, oltre che permetterci di raggiungere temperature molto più basse.
Ultimamente poi, sia l’Agenzia Spaziale Europea (ESA), che la NASA, vedono nell’ibernazione un mezzo che potrebbe rivelarsi essenziale all’esplorazione umana del sistema solare. Se un equipaggio fosse infatti ibernato, avrebbe bisogno di molto meno cibo; non presenterebbe all’arrivo la caratteristica debolezza muscolare che colpisce gli astronauti dopo una prolungata permanenza in microgravità; sarebbe protetto dal rischio di insorgere di episodi psicotici, causati dalla prolungata mancanza di privacy durante un lungo viaggio interplanetario; e, infine, sarebbe protetto dalle radiazioni cosmiche grazie alla protezione che le cellule ibernate sviluppano contro i danni delle radiazioni stesse. Quest’ultimo fattore, il danno da radiazioni, è il problema principale, al momento non risolto, dell’esplorazione umana dello spazio. L’ibernazione quindi sembra quasi fatta apposto a permetterci di lasciare il nostro pianeta ed ampliare il nostro universo conosciuto. 
(da https://www.letture.org/la-cura-del-freddo-come-uno-spietato-killer-naturale-puo-diventare-una-risorsa-per-il-futuro-matteo-cerri/)

L’incipit: L’evoluzione della vita sulla terra è stata costretta a compiersi sullo sfondo di un ambente ostile, pervaso dal freddo. Pensiamo all’universo intorno a noi. È vero che esistono sorgenti di calore potentissime, come le stelle, ma non sono altro che isolate fontanelle il cui calore si riversa in un vuoto cosmico troppo profondo per essere colmato. Inoltre noi uomini siamo molto sensibili al freddo, anche se nel tempo abbiamo perso alcune delle difese naturali che gli altri primati hanno conservato e di conseguenza la nostra cute glabra è stata esposta direttamente alle intemperie degli elementi. L’unica parte del nostro corpo che ancora conservi una pelliccia è la testa, che non serve come protezione dal freddo, bensì dal sole.  Quando abbiamo lasciato la foresta separandoci dai nostri parenti più prossimi, gli scimpanzé, ci siamo diretti verso la savana. In un clima caldo e senza più l’ombra degli alberi, disperdere calore divenne una priorità che rese inutile la pelliccia. Ma, poiché avevamo acquisito la postura eretta, la testa fu completamente esposta al sole e a sua difesa, come un ombrello naturale, rimasero soltanto i capelli. Da quel momento in poi, l’uomo si è trovato a essere un debole avversario del freddo e ha dovuto ripiegare sulla tecnologia, dal fuoco ai vestiti, per combatterlo.
Contemporaneamente, però, il freddo è stato fin da subito considerato fondamentale per il suo potere di conservare. E se il cibo poteva essere preservato grazie alle basse temperature. Forse avrebbe potuto esserlo anche l’uomo. Esisteva dunque una possibilità per la vita di sconfiggere la morte?

 

L’autore: Matteo Cerri, medico, dottore di ricerca in neurofisiologia, ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie dell’Università di Bologna, membro del Topical Team Hibernation dell’Agenzia Spaziale Europea, associato all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, nel direttivo nazionale della Società italiana di neuroetica, autore di numerose pubblicazioni internazionali, ex ufficiale dell’esercito, conduce il podcast di divulgazione scientifica “Elevatore di Pensiero”, e insegna fisiologia ai medici e agli ingegneri biomedici.
Ha scritto per diverse riviste come Le Scienze, Mind, Sapere e Wired. Per Zanichelli ha pubblicato nel 2018 
A mente fredda. L’ibernazione: dal mondo animale all’esplorazione spaziale.

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