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storia senzadi Walter Barberis, Einaudi, Torino, 2019, pp. 96, € 12.

Si può guardare avanti senza voltarsi indietro? Nel caso della Shoah? Metterci una pietra sopra? Dimenticare, riconciliarsi, perdonare? No.

La Shoah, lo sterminio degli ebrei d'Europa da parte del nazismo, è una vicenda la cui efferatezza non ha precedenti. Ma per rendere conto di questa tragedia, quanto è importante il ruolo dei testimoni e quanto quello della storiografia? È il tema di questo intenso libro di Walter Barberis. Esso inizia con una frase di Primo Levi: «La memoria è uno strumento meraviglioso, ma fallace», che subito individua l'universo concettuale del libro. Di fronte alla scomparsa, giorno dopo giorno, dei testimoni oculari, di fronte al pericolo di una caduta nell'oblio, si rende necessario un nuovo vaglio delle testimonianze acquisite e dei loro limiti. Ma soprattutto, un ricorso deciso alla storia, disciplina chiave per la trasmissione del sapere e per una solida comprensione di ciò che è stato. Il testo rende conto dei diversi aspetti della ricezione della Shoah, da un iniziale disinteresse e incredulità nei confronti dei sopravvissuti, a una successiva "ipertrofia" della memoria - l'«era del testimone» - fino a non isolati e clamorosi casi di impostura.

Le recensioni: [...] Barberis riprende una frase di Primo Levi: «La memoria umana è uno strumento meraviglioso e fallace». Ma non va oltre la dimensione individuale. E attenzione a non abusarne, si può rimanerne impigliati. «L’abuso della memoria — scrive Barberis — non è meno dannoso di un cattivo uso della storia». Il libro elenca anche numerosi falsi, come L’uccello dipinto del 1965 di Jerzy Kosinski. Storie inventate come quella uscita dalla fantasia di Enric Marco, che ha ingannato a lungo un intero Paese, la Spagna, ed è stato descritto magistralmente da Javier Cercas ne L’impostore.
Per lungo tempo, subito dopo la guerra, dimenticare e rimuovere apparvero due scelte di necessità, persino di buon senso. Anche da parte dei sopravvissuti, che un po’ si vergognarono. L’orgoglio della parola, il dovere della testimonianza verrà più tardi, dopo il processo Eichmann, con l’esposizione del dolore delle vittime. A Norimberga no: era prevalsa una trattazione più fredda e cartacea nell’individuazione delle responsabilità del regime nazista. A dieci anni dalla Shoah, il regista Alain Resnais rimontò le immagini mostrate a Norimberga in un documentario dal titolo Notte e Nebbia. Il primo sul genocidio degli ebrei. La censura francese ne proibì la diffusione. Per le scene dei corpi straziati? No, perché si poteva scorgere un militare francese spingere anch’egli, come i tedeschi, i connazionali ebrei sui treni diretti ai campi di concentramento e di sterminio. Stessa sorte ebbe, ma eravamo già nel 1969, un altro regista francese, Marcel Ophüls, con il documentario Le Chagrin et la Pitié. De Gaulle disse che il Paese non aveva bisogno di verità, ma di speranza e coesione. Le responsabilità francesi nella deportazione degli ebrei verranno riconosciute dall’appena scomparso Jacques Chirac a proposito del rastrellamento del Vélodrome d’Hiver, soltanto nel 1995. Ma anche altri Paesi compreso il nostro, caddero nella tentazione di dimenticare, rimuovere, lavare le coscienze dalle tante complicità nazionali. Il Nobel Elie Wiesel, ricordato da Barberis, sosteneva che i sopravvissuti hanno da dire più di tutti gli storici messi insieme. «Perché solo coloro che vi passarono sanno che cosa fu; gli altri non lo sapranno mai». Vero. L’importante, però, è che non se lo dimentichino, che ne assimilino la lezione storica. E soprattutto che non invertano ragioni e torti. Accade spesso quando la memoria si attenua, si spegne o muta semplicemente sostanza. Come diceva Levi, è fallace.
(Ferruccio De Bortoli, Corriere della Sera, 6 ottobre 2019)       

 Storia senza perdono può essere visto come un libro che si occupa di ciò che oggi ci basta di sapere della Shoah. Non solo di quanto, ma soprattutto di come. Più in generale del rapporto tra storia e testimonianza. Qui sta sicuramente il nucleo generativo di questo libro, ma non è qui che sta il nerbo della riflessione che Barberis ci consegna in queste pagine. Se concentrassimo l’attenzione su questo tema, in gran parte fermeremmo la nostra attenzione intorno a un tema importante, indubbiamente, ma laterale.
Storia senza perdono è molto di più. Riguarda la riflessione sul ruolo della storia nel processo del sapere. Ovvero, se noi oggi riconosciamo alla disciplina storica, alle procedure proprie della disciplina (che non è – né esclusivamente, né prevalentemente – narrazione del passato) una funzione formativa. Dunque la storia, il sapere storico, e forse più che la competenza, ovvero la dotazione di strumenti per proporre risposte, la sensibilità storica, ovvero la capacità di farsi delle domande. Ovvero se pensiamo che la storia abbia un ruolo da giocare nella coscienza pubblica o meno. Walter Barberis ritiene che non solo lo abbia, ma che questa sia la vera sfida di questo nostro tempo. Concordo. [...]
(David Bidussa, https://www.doppiozero.com/materiali/walter-barberis-storia-senza-perdono, 8 ottobre 2019)

 

L’incipit: «La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace». In questa affermazione di Primo Levi, pulita e precisa come sempre, sono gli aggettivi che fanno riflettere. Perché sottolineano tutta la aleatorietà dei nostri sforzi per ricordare avvenimenti e tempi trascorsi; e perché sottraggono a ogni meccanismo fisico o psichico la possibilità di una esattezza, cioè di una verità che è difficile da scoprire e da comunicare.
Levi, divenuto con gli anni testimone eccellente, oltre ogni supposizione originaria, sapeva bene che qualsiasi ricerca pretende di giungere alla verità, in una tensione costante quanto vana. Anche i matematici più rigorosi, anche i metrologi, devono aggiornare i loro calcoli, rettificare una rotta, verificare una misura. Figurarsi le persone che vogliono ricordare una esperienza vissuta in un laboratorio irripetibile. E così carico di conseguenze traumatiche.
E, tutta via, la memoria è indispensabile, anche nella sua fragilità: è materia di prova, non esclusiva, neppure decisiva, ma necessaria. Nel caso della Shoah imprescindibile e terribile, fondamentalmente utile e al tempo stessa instabile.Fare storia, in questo caso, cioè capire cosa sia successo e come e perché, è stato ed è talmente difficile che persino i modi con cui è stata riattivata la memoria hanno avuto una loro storia, dei momenti diversi e successivi, con i loro relativi perché».

L’autore:Walter Barberis insegna Storia moderna e Metodologia della ricerca storica presso l'Università di Torino. Ha pubblicato numerosi studi sulla formazione delle classi dirigenti in età moderna e, in particolare, Le armi del Principe. La tradizione militare sabauda (Einaudi, 1988 e 2003). Ha curato la Storia d'Europa Einaudi, Il libro del Cortegiano di Baldesar Castiglione (Einaudi, 1998), l'Annale della Storia d'Italia 18. Guerra e pace (Einaudi, 2002), I Savoia (Einaudi, 2007) e La Compagnia di San Paolo (2013). Ha pubblicato inoltre il saggio Il bisogno di patria (Einaudi, 2004 e 2010) e Storia senza perdono (Einaudi 2019).

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