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TRENO DEI BAMBINIdi Viola Ardone, Einaudi, Torino, 2019, pp. 248, € 17,50.

A volte dobbiamo rinunciare a tutto, persino all'amore di una madre, per scoprire il nostro destino. Nessun romanzo lo aveva mai raccontato con tanto ostinato candore.

È il 1946 quando Amerigo lascia il suo rione di Napoli e sale su un treno. Assieme a migliaia di altri bambini meridionali attraverserà l'intera penisola e trascorrerà alcuni mesi in una famiglia del Nord; un'iniziativa del Partito comunista per strappare i piccoli alla miseria dopo l'ultimo conflitto. Con lo stupore dei suoi sette anni e il piglio furbo di un bambino dei vicoli, Amerigo ci mostra un'Italia che si rialza dalla guerra come se la vedessimo per la prima volta. E ci affida la storia commovente di una separazione. Quel dolore originario cui non ci si può sottrarre, perché non c'è altro modo per crescere.

Le recensioni:

È un’insegnante di liceo la napoletana Viola Ardone: la sua sensibilità nel raccontare questa storia dura, avvincente e delicata, testimonia la sua capacità di empatia con il mondo dei ragazzi, bambini, adolescenti e finalmente adulti.
Si può far rientrare Il treno dei bambini (Einaudi, 2019) nel novero dei romanzi di formazione? Forse, ma c’è molto di più nella vicenda vera raccontata da un’abile narratrice, che ebbe per protagonisti i miserabili ragazzini dei rioni più degradati di Napoli all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale. […]
(Elisabetta Bolondi, https://www.sololibri.net/Il-treno-dei-bambini-Ardone.html 4 ottobre 2019)

 

Amerigo cammina per le vie di Napoli dietro la madre Antonietta, donna di poche parole («le chiacchiere non sono arte sua»), spiando le scarpe della gente. È il suo gioco preferito: scarpa sana, punto vinto, scarpa rotta, punto perso. Le sue, di scarpe, lo fanno camminare un po' storto, perché sono di seconda mano, e mai del numero giusto. Il padre non ce l'ha, è partito per l'America a cercar fortuna, ma in compenso nel vicolo ha molti amici. Tutti lo conoscono e lo chiamano Nobèl, perché parla tanto e sa un sacco di cose, dato che ascolta le storie di chiunque. Un giorno, però, Amerigo deve lasciare il vicolo e soprattutto la madre. È il 1946 e, come migliaia di altri bambini del Sud, sale su uno dei treni che attraversano l'intera penisola per andare a trascorrere un anno in una famiglia del Nord. Il Partito Comunista ha creato una rete di solidarietà per strappare i piccoli alla miseria delle zone più devastate dall'ultima guerra. Prima smarrito e nostalgico, poi sempre più curioso, a Modena Amerigo si affeziona alla nuova famiglia e, attraverso il «papà del Nord», scopre pure un talento per la musica. Sarà proprio questo, al suo ritorno a Napoli, a segnare il distacco doloroso da Antonietta, che non riesce più a capirlo. Fino a quando, cinquant'anni dopo, lui non tenta di ricomporre quella lacerazione, anche se è ormai troppo tardi.
(
https://www.qlibri.it/narrativa-italiana/romanzi/il-treno-dei-bambini/)

[…] Quello di Viola Ardore è un libro di grande intensità, un libro che arriva senza difficoltà e che si fa divorare in poco più di una giornata perché il lettore è semplicemente conquistato dal narrato e da questo protagonista così genuino, semplice e veritiero. Tra le tante qualità dell’autrice vi è quella di sapersi perfettamente immedesimare nella voce di un bimbo di otto anni che pian piano cresce sino a diventare un uomo di mezza età. Ella è capace di variare il registro narrativo senza sbavature e in perfetta armonia con il quanto già proposto. Lo scritto è altresì uno spaccato storico poiché illustra al lettore degli anni duemila di un tempo apparentemente lontano eppure così vicino. Nello scorrimento di questo egli è chiamato ad interrogarsi, a porsi delle domande, a cercare delle risposte. E il tutto con la massima della naturalezza. Assistiamo anche alla naturale crescita del personaggio principale che, diviso fra due mondi, intraprende un viaggio a ritroso nel tempo per ritrovarsi, per capire davvero chi è, chi era e chi sarà. […]
(http://www.librilamiavita.it/recensione-il-treno-dei-bambini-di-viola-ardone/ 11 ottbre 2019)

L’incipit: Mia mamma avanti e io appresso. Per dentro ai vicoli dei Quartieri spagnoli mia mamma cammina veloce: ogni passo suo, due miei. Guardo le scarpe della gente. Scarpa sana: un punto; scarpa bucata: perdo un punto. Senza scarpe: zero punti. Scarpe nuove: stella premio. Io scarpe mie non ne ho avute mai, porto quelle degli altri e mi fanno sempre male. Mia mamma dice che cammino storto. Non è colpa mia. Sono le scarpe degli altri. Hanno la forma dei piedi che le hanno usate prima di me. Hanno pigliato le abitudini loro, hanno fatto altre strade, altri giochi. Quando arrivano a me, che n sanno di come cammino io e di dove voglio andare? Si devono abituare mano a mano, ma intanto il piede cresce, le scarpe si fanno piccole e stiamo punto e a capo.

Mia mamma avanti e io appresso. Dove stiamo andando non lo so, dice che è per il mio bene. Invece ci sta la fregatura sotto, come per i pidocchi. È per il tuo bene, e mi ritrovai con il mellone. Per fortuna che pure all’amico mio Tommasino gli fecero il mellone, per il suo bene. I compagni nostri del vicolo ci sfottevano, ci dicevano che parevamo due cape di morte uscite da dentro al Cimitero delle Fontanelle. Tommasino in principio non era amico mio. Una volta l’avevo visto che si fotteva una mela al banco di Capajanca, il verdummaro che tiene il carretto a piazza Mercato, e allora ho pensato che non potevamo essere amici, perché mia mamma Antonietta mi ha spiegato che noi siamo poveri, sì, ma ladri no. Altrimenti diventiamo pezzenti. Pero Tommasino mi ha visto e ha rubato una mela pure per me. Poiché la mela io non l’avevo rubata ma l’avevo avuto regalata, me la mangiai, infatti stavo con la fame agli occhi. Da quel momento siamo diventati amici. Amici di mele.

L’autrice: Viola Ardone (Napoli 1974) insegna latino e italiano al liceo.

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