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SENTIMENTO LINGUAdi Luca Serianni, Conversazione con Giuseppe Antonelli, il Mulino, Bologna, 2019, pp. 152, € 14,00.

 

La lingua che parliamo dice molto di noi e del modo in cui stiamo nel mondo. È uno strumento di formazione non solo individuale e collettiva, ma anche, in senso ampio, civile. In questa conversazione con Giuseppe Antonelli, Luca Serianni torna su alcuni nuclei centrali della sua attività di grammatico e di storico della lingua: la norma e l’uso, l’insegnamento scolastico e universitario, l’italiano della poesia e del melodramma. È un libro dal tono affabile, ricco di aneddoti, che offre nuovi e originali spunti di riflessione. Davvero quella dei ragazzi di oggi è la «generazione venti parole»? È ancora utile studiare le lingue classiche? Usare il dialetto è un bene o un male? La grammatica si va impoverendo? E quanto conterà, per la lingua del futuro, la rivoluzione digitale? Un dialogo appassionato sull’italiano, la sua storia e il suo presente: la sua importanza per la vita della nostra comunità e delle nostre istituzioni.

Con una scrittura di grande intensità e smagliante eleganza Serianni, seguendo il percorso così ben tracciato da Antonelli, conduce il lettore in un viaggio alla maniera degli antichi, perché oggi si parte e si arriva, tutto semplificato e velocizzato, mentre un tempo ci si avvicinava in modo lento e progressivo alla meta.
[…] Con il secondo capitolo L’ora di italiano si entra nel vivo di quella sensibilità didattica che è tratto caratteristico di Serianni. Le riflessioni sulla necessità di una scuola che sia comunità educante, inclusiva, formativa si alternano a suggerimenti concreti. L’esercizio della memoria, la necessità di potenziare lessico e semantica, l’utilità del riassunto, l’importanza dello studio dei classici, la lettura di Dante concentrata nell’ultimo anno delle superiori sono alcune delle proposte che nascono dal tentativo di stringere sogni e progetti in un nodo di reciproca necessità, nella consapevolezza che la scuola impone delle rinunce perché si basa su scelte e su gerarchie di valori.
Tanti altri temi vengono toccati nel libro: la norma e la lingua d’uso, i dialetti, la poesia, la lingua dei librettisti ottocenteschi, le testimonianze dei viaggiatori stranieri impegnati nel grand tour, la lingua della scienza, della filosofia, del diritto. Cuore di tutti i discorsi è sempre la parola, una parola dinamica che celebra la creatività e l’immaginazione degli uomini, che è incontro e dialogo e come tale è vita. La grande confidenza di Serianni con la nostra lingua coincide con un grande rispetto perché le parole sono sempre altrove; sta a noi trovarle, comprenderle, interpretarle, anche se non si lasciano mai possedere interamente. Le parole cambiano come cambiano i tempi «qualche volta in peggio, qualche volta però in meglio».
[…] Nel suo parlare così finemente argomentato non c’è mai un punto di vista imperativo, perché la forza persuasiva della sua voce nasce dal nitore del ragionamento, come la sua idea di futuro nasce dalla capacità di dialogare allo stesso modo con il passato e con il presente. È nel segno della condivisione che Serianni immagina l’italiano di domani: una padronanza linguistica diffusa, frutto di «un incremento del livello culturale medio»; una lingua garantita a tutti i «nuovi italiani» e infine un’espansione all’estero perché se l’italiano non può competere con le lingue veicolari può esercitare una straordinaria attrattiva con il suo prezioso patrimonio letterario.
[…] Così Il sentimento della lingua è un libro dedicato all’italiano, ma non solo: è una lezione di impegno civile e di umanità. Un libro da leggere, e da rileggere.
(Francesca Romana de’ Angelis, OSSERVATORE ROMANO, 2 novembre 2019)


L’incipit: «Tu ami la lingua del tuo paese, non è vero? L’amiamo tutti», scriveva Edmondo De Amicis nel suo L’idioma gentile. Questo sentimento continua ancora oggi ad accomunare i parlanti: un legame affettivo, prima che normativo. È quel «sentimento della lingua» che veniva considerato da Ferdinand de Saussure la chiave del rapporto tra lingua individuale e regole della lingua come strumento sociale. Quella «salutare sensibilità – o ipersensibilità – nei confronti della lingua nazionale» che Luca Serianni riconduce al concetto di lealtà o fedeltà linguistica.

Perché la lingua che usiamo dice molto di noi e del modo in cui stiamo nel mondo. È un luogo di formazione individuale e collettiva. Il punto di partenza per un percorso che non riguarda solo la sfera intellettuale e culturale, ma anche una dimensione che andrebbe definita a pieno titolo «civile». La lingua non è uno strumento neutro; rivela la nostra visione delle cose, il nostro stile di vita; plasma la realtà che ci circonda, modificando valori e significati. Parlare e scrivere in maniera corretta e adeguata significa poter esprimere a pieno la propria personalità e instaurare rapporti migliori con gli altri.
(dalla Prefazione di Giuseppe Antonelli)

 

Gli autori:
Luca Serianni è professore emerito di Storia della lingua italiana nella Sapienza - Università di Roma. Fra i libri pubblicati con il Mulino ricordiamo: «Italiani scritti» (2012), «Storia dell’italiano nell’Ottocento» (2013), «Parola» (2015) e «Per l’italiano di ieri e di oggi» (2017). 
Giuseppe Antonelli è professore ordinario di Storia della lingua italiana nell’Università di Pavia. Il suo ultimo libro è «Il museo della lingua italiana» (Mondadori, 2018). Con il Mulino ha pubblicato «Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato» (2010) e «L’italiano nella società della comunicazione 2.0» (2016).

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