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Scuolaslow è una piazza nella quale incontrarsi, discutere, raccontare le riflessioni, le esperienze, le pratiche intrecciate con l'idea di una scuola slow, vale a dire sottratta...

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PEDUTO INCANTOdi Salvatore Piermarini, Rubbettino, 2019, pp. 474,€ 24,00.

Sui nostri schermi quotidiani, le immagini si moltiplicano, ma spariscono, perdendo il loro incanto. Con le sue indagini sulla fotografia, Salvatore Piermarini ci costringe a un corpo a corpo con quello che resta di ciò che per quasi due secoli abbiamo chiamato fotografia e che nell’era dell’immagine digitale è diventato tutt’altro. La fotografia come prova del mondo, di una presa sul reale, per quanto effimera, oggettiva, fugace, ha lasciato tracce preziose, che oggi rischiamo di perdere irrimediabilmente. La fine della camera oscura, della chimica che permetteva l’impressione duratura del mondo, presagisce così un futuro smemorato e un presente poco e male documentato. Ma non è solo di una perdita che ci parla Piermarini. Ci ritroviamo, infatti, a riflettere sull’esperienza della visione, l’importanza della visione, l’importanza dell’empatia e della pazienza, della sperimentazione visiva attraverso il racconto di ricerche e spedizioni sul campo e insieme ai maestri, primo fra tutti, Ugo Mulas, spirito guida, ancora oggi attualissimo e insuperato. È una confessione a tutto campo, condotta con gli strumenti, lo sguardo e le storie di un fotografo totale, che da mezzo secolo osserva il mondo inquadrandolo, anche quando non ha la macchina al collo. Nei frammenti di diario, tra le pagine dei taccuini, nelle riflessioni fenomenologiche, si dipana la biografia di uno sguardo. Quasi che Piermarini avesse voluto interpretare alla lettera il desiderio scabroso di Josef Koudelka che leggiamo in esergo al volume: «Voglio vedere tutto, voglio guardare tutto, voglio diventare uno sguardo».

Questo saggio-racconto profondo e ricco, non solo di immagini, diventa via via un viaggio attraverso duecento anni di esercizio dello sguardo alla ricerca della presa sul reale, smentita oggi dall'apparenza democratica e banalizzante dei clic digitali universalmente praticati. "Il perduto incanto" non è un amarcord piattamente nostalgico di camere oscure, e non vuole nemmeno essere una storia della fotografia. È semmai il suo romanzo, uno dei tanti possibili, a partire dall'esperienza di chi, come Piermarini, fotografa da più di mezzo secolo, sempre in bianco e nero e sempre su pellicola, a parte rarissime eccezioni, e in tutte le possibili declinazioni: dal reportage al ritratto, allo stile life estemporaneo che la realtà sempre la realtà - offre agli occhi di chi decide di voler vedere. Questa singolare "autobiografia dello sguardo" tributa il suo omaggio ad alcune lezioni fondamentali - prima di tutte quella di Ugo Mulas - mentre raccoglie e rielabora suggestioni e indicazioni di percorso che arrivano da artisti come Cesare Tacchi e da studiosi come Vito Teti, per citare due amici fraterni dell'autore. Dai paesaggi metropolitani e industriali alla scena dell'arte contemporanea - di cui Piermarini detiene un eccezionale archivio di immagini e ritratti - fino alle feste religiose del meridione italiano, soprattutto dell'amata Calabria, o ai viaggi tra le macerie dell'Aquila e del più recente terremoto del Centro Italia, l'essenza del lavoro di Piermarini si rivela, al fondo, di tipo filosofico. […] Per chi decide di "voler vedere", come Salvatore Piermarini, l'attenzione è una filosofia e un modo di vivere, prima ancora che un ferro del mestiere.
(da Nicoletta Tiliacos, Il Foglio, 20 novembre 2019)

Piermarini (…) ha fotografato le architetture a mano libera come fosse un reportagista, ha fatto ritratti statuari, ha raccolto con precauzione e costruito con emozione. Da “disciplinato e fedele fotografo visionario, quanto basta per essere anche molto indisciplinato”.

Cercando, in fondo, di ripetere un gesto primordiale, intimo, originario dell’uomo con le fotografie, quando cominciò da bambino a pensare che “le mie foto, anche loro, sarebbero entrate di diritto in quelle scatole di latta o di cartone che contenevano i ricordi di famiglia”, e lo ha fatto così come pensava: “decidere di riempire la propria vita di fotografie è una scelta di responsabilità che coinvolge dubbio pensiero, impone ripensamenti e cautele della coscienza”.

Non so se chi mi legge e fa il fotografo si riconoscerà in questo profilo, ripeto, fiero ma anche malinconico del fotografo che forse c’era e non è più.

Credo che tutti si riconosceranno in questo suo ultimo rimpianto proiettivo: “Se mi chiedessero qual è il più grande rammarico direi: solo quello che non ho ancora visto, e quello che non riuscirò mai più a vedere nel tempo in cui non ci sarò”.
(da Michele Smargiassi, http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2019/11/19/salvatore-piermarini-fotografo/, 19 novembre 2019)

Salvatore Piermarini, morto a 70 anni la sera del 29 novembre scorso a Roma, è stato uno dei più grandi fotografi italiani degli ultimi 50 anni, antropologo e reporter, pensatore e artista libero che certamente era molto distante dalla ricerca ossessiva della perfezione – spesso artificiosa – che ormai domina l’era dell’immagine digitale. Una distanza mai rivendicata con l’orgoglio e la retorica della nostalgia posticcia, ma coltivata semmai in mezzo ai dubbi e alle imperfezioni, alle incompiutezze di cui racconta nelle «indagini sulla fotografia» raccolte nel libro Il perduto incanto, pubblicato di recente da Rubbettino, in cui non parla – con parole e immagini – solo della “perdita” che l’effimera proliferazione post-moderna delle immagini rischia di infliggere alla fotografia, ma anche dell’importanza della ricerca, dell’esperienza sul campo, della sperimentazione, dell’empatia con l’umanità che si fotografa, con il circostante. Della pazienza, soprattutto.
(Sergio Pellaia, Corriere della Calabria, 3 dicembre 2019)

 

 L’incipit: Esco dal San Giovanni, l'ospedale, quando l'orario di visita è scaduto da un pezzo; è già luglio e il tramonto è ancora lungo, una luce del sole nitidissima che scopre tutti i difetti e i pregi di Roma. Sbuco dalla porta carraia su via dell’Amba Aradam, giro a sinistra, il giornalaio sta chiudendo, sono le venti e quaranta e dieci passi più avanti il fioraio pakistano ha già sprangato il chiosco. Tiro fuori il pacchetto e mi accendo la sigaretta proibita: il nostro amico sta morendo, è agli sgoccioli come si dice; risalendo verso piazzale San Giovanni non trovo altro conforto che aspirare grandi boccate, tutta una tirata, e guardare sorpreso questa zona monumentale di Roma – il perenne crocevia di automobili ingorgate – in un momento di pausa, quasi vuota di auto, con i semafori a turno che lasciano scorrere un traffico ormai singhiozzante. Da lontano sirene spianate annunciano ambulanze in arrivo. Spira un vento di ponente che fa svolazzare la giacca, si direbbe un maestrale che ha perso la sua forza dal mare ma rimane brezza senza scemare nel Ponentino che forse non tornerà mai in città. I gabbiani invece sono arrivati, in massa, la fanno da padroni e tra qualche tempo estingueranno topi e piccioni. Quello che non sono riusciti a fare gatti e derattizzazioni lo completano questi eleganti e prepotenti spazzini.

 

L’autore: Salvatore Piermarini (Ascoli Piceno, 1949 – Roma 2019) comincia a fotografare e a dedicarsi al reportage nel 1966. Fotografa da sempre su pellicola in bianco e nero, rare volte a colori. Nel 1981 è segnalato tra le "nuove tendenze" da Time-Life Photography Year che pubblica un suo ciclio di fotografie. Ha realizzato centinaia di reportage sui luoghi della metropoli, sul lavoro dell'uomo, sul mondo dell'arte e della cultura, sul ritratto, la fotografa di viaggio, architettura e paesaggio. Autore di numerosi libri, mostre personali e collettive, ha collaborato con prestigiose istituzioni culturali italiane e straniere.

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