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DONNA BRIGANTIA«Il nome, Firmato, gli era toccato in sorte alla fine della Grande guerra, a lui come a tanti altri neonati di famiglie contadine analfabete, le quali interpretarono il “Firmato Diaz” del bollettino della vittoria come nome e cognome del generale che aveva condotto le operazioni militari. Il soprannome invece se l’era guadagnato da solo, appena venuto fuori dal ventre materno.» Chi sono Arzabandera, Donna Brigantia, il Lupo e Giuditta? Nomi, soprannomi, ma soprattutto caratteri. C’è chi è buono, chi se ne approfitta, chi ha una caratteristica fisica che, in fondo, è una virtù morale, o un difetto. Tutti abitano in un paesino calabrese, tutti sono usciti – se addirittura non l’hanno fatta – dalla guerra. Le loro vite, segnate – alleggerite o aggravate – dal destino del soprannome, si intrecciano le une con le altre così come le ossa dei loro avi si avvinghiano alle radici dell’edera sotto le mura del camposanto. Queste storie sono una galleria di persone e cose, un affresco del dopoguerra nel Sud Italia, il racconto incantato di un tempo perduto che permane intatto e vivido nel ricordo. Con una scrittura energica e ironica, erotica e colta, Rocco Familiari compone il suo personale Spoon River, dove il paese stesso, oltre ai suoi abitanti, è un personaggio al quale chi legge si affeziona.

Spaccato sociale, album di vite segnate dal tempo, Rocco Familiari torna in libreria con “Donna Brigantia e altre storie” (Marsilio editore, 249 pagine, 16 euro) presentando al lettore una galleria di figure molto vivide e fisiche fra cui Arzabandera, ’U Lupu, Occhibelli, Peppelatro, Cacasuci. Maschere che abitano il mondo calabrese dell’autore ma il rischio, anche concreto, di una narrativa folkloristica viene scongiurato con l’attenzione al linguaggio e ad una prosa vivace, in cui la finzione si mescola e si arricchisce di fatti reali e ricordi di vita vissuta, impreziosite da stoccate di denuncia sociale attualissima. [...]
I suoi personaggi cartacei sono tutti segnati dalla vita, a partire da Donna Brigantia. Perché questa scelta? 
«L’ostessa Donna Brigantia con cui apro la raccolta è una donna forte e la sua trattoria esiste davvero nell’Aspromonte, un punto di riferimento per tutti i viaggiatori. L’episodio che racconto in cui un uomo di legge si intestardisce a pescare in un laghetto, nonostante l’avessero ammonito che lì si trovassero delle grosse trote “riservat e ” ad un boss locale, è realmente accaduto. Ho mescolato le carte, coperto le tracce, ma in quella occasione, l’ostessa con il suo carattere belluino, risolse la situazione ma intimò a quell’u omo stimato, di non farsi mai più vedere. E così avvenne. Fu un momento davvero difficile». 
Tutti i personaggi hanno un soprannome che li contraddistingue e li rende figli della loro terra. Esiste una narrativa del Sud?
«Non credo d’aver fatto del folklore, era un rischio tangibile. Questo genere narrativo pur se ricco di particolari, è trasversale, racconta la nostra terra e non solo. E gli ultimi due racconti, poi, si distanziano ulteriormente per il tono con cui sono scritti, completando questa galleria di personaggi cui tengo molto». [...]
(Dall’intervista di Francesco Musolino all’autore, Gazzetta del Sud, 18 novembre 2019)

L’incipit: Statuaria, leonina, puttana.
Un metro e ottanta di donna, scolpita nella carne come fosse pietra.
Una chioma ricca, scura, che diventava una criniera di serpi quando si adirava, e le capitava spesso e a ragione, dovendo avere a che fare – nel posto dove stava, la parte alta dell’Aspromonte, e per il lavoro che svolgeva, la ristoratrice – con gente di ogni risma, a cui era obbligata a tenere testa, per sé e per il marito, che in confronto a lei, pur essendo di corporatura normale, sembrava quasi un lillipuziano. Per di più aveva un carattere mite, che in quell’epoca, nella quale si tendeva a sbranarsi l’un l’altro per un niente, che a volte era tutto, poteva dirsi un vero lusso.
Puttana non nel senso letterale, di femmina cioè che si concede per soldi, né in quello pitigrillesco di femme qui la donne à n’importe qui, ma di donna libera che, quando uno le piaceva, se lo prendeva senza pensarci due volt, e, se poi non le piaceva più, lo mandava a farsi fottere altrove senza tanti complimenti.
E per un comportamento del genere non è che ci fossero molte definizioni, sempre in quel tempo e in quel luogo.
Aveva fatto tra figli, col marito. Su questo, le donne “libre” come lei non transigevano. I figli dovevano avere un genitore sicuro che si poteva, sì, tradire, ma non fino al punto di fargli crescere, allevare, proteggere, amare finanche, dei bastardi.
Due maschi, più o meno simili al padre, per dimensioni e carattere, e una femmina, in tutto e per tutto la sua copia, bella, con la pelle bianca e liscia e, per quanto era dato di capire già da ragazzina, fiera e ribelle come lei.
Il titolo quasi nobiliare, “donna”, e il conseguente rispetto di cui godeva non solo in tutto l’altipiano, ma anche più giù, fino al mare, se l’era guadagnato con gli anni, per l’autorevolezza dimostrata nel mettere a posto prepotenti di varia natura e risolvere questioni spesso assai intricate e pericolose.

L’autore: Rocco Familiari è scrittore e drammaturgo, fondatore, nel 1976, del Festival Internazionale del Teatro di Taormina, che ha diretto fino al 1980.Per Marsilio ha pubblicato L’odore (2006, Prix du Premier Roman, Premio Padula), Il sole nero (2007, Premio Siderno; da cui è stato tratto l’omonimo film), Il ragazzo che lanciava messaggi nella bottiglia (2011, Premio Joice Lussu), Il nodo di Tyrone (2014). Nel 2010, per la Biblioteca del Novecento di Marsilio ha tradotto Il diavolo in corpo di Raymond Radiguet. Le opere teatrali e i saggi di drammaturgia sono raccolti nel volume Teatro (Gangemi editore, 2008). Nel 2017 è uscita una sua traduzione integrale con commento critico del Woyzeck di Büchner per la collana Studi di Teatro contemporaneo, edita da Pagine.

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