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IO IL POPOLOCome il populismo trasforma la democrazia, di Nadia Urbinati, il Mulino, Bologna, 2020, pp. 344, € 24,00.

Il libro: Nel fuoco della polemica politica, l’idea di populismo vien spesso associata ad una degenerazione scalcinata e un po’ buzzurra della vita democratica. L’opposto, cioè, di una pratica della democrazia esercitata in modo consapevole ed informato da cittadini portatori di ideali e istanze la cui realizzazione affidano a persone che si vorrebbero competenti e responsabili. Questa visione spregiativa del populismo è alimentata anche dalla persuasione che fra le sue peculiari manifestazioni vadano annoverati l’arrogante incompetenza, l’aggressione di chi la pensa diversamente, l’odio profuso a piene mani, la denigrazione dello studio e una quantità di altre espressioni che certificano il declino di senso civico e che proliferano sui social e sui media in genere.

È un modo un po’ semplicistico di vedere le cose, sia perché la vita democratica basata su rispetto, ideali, civile confronto, rappresentanza reale corrisponde più a quel che si vorrebbe che a quello che si ha. Sia, soprattutto, perché il populismo ha una storia e delle ragioni che vanno analizzate. Ed anche perché il populismo può anche nascere da una domanda di maggiore democrazia. Sicché, da molti supposto come degenerazione della vita democratica, esso può invece configurarsi come reazione ad una reale degenerazione: quella di rappresentanti che interpretano le istituzioni a fini personali e si costituiscono in “casta”, sì che molti poi finiscono con il confondere le istituzioni con le persone che le occupano, associando le prime ai comportamenti inadeguati o colpevoli delle seconde. E abbandonandosi all’antipolitica.
C’è ampio materiale, come si vede, per alimentare una confusione che finisce con il perdere di vista la necessità di una ricerca e di un dibattito che si occupino in maniera seria del populismo e di altri fenomeni che sembrano dilagare nella nostra epoca. Giunge così assai opportuno questo libro, appena edito da il Mulino, di Nadia Urbinati, docente alla Columbia University di New York, da sempre attenta studiosa del cammino teorico e storico dell’idea di democrazia. Alla base della diffusione del populismo vi sono ragioni sociali, culturali ed economiche, che l’autrice esamina considerando che esso è, comunque, «un’espressione di agire democratico perché la creazione del discorso populista avviene nello spazio pubblico, con il consenso volontario dei protagonisti e del pubblico». E, al contempo, richiamando ad un terreno di analisi che ricerchi anche gli aspetti teorici nel crogiuolo della storia: «Vediamo le cose più chiaramente quando cessiamo di dibattere su cosa il populismo è – un’ideologia “debole” o una mentalità o una strategia o uno stile – e cominciamo invece ad analizzare cosa il populismo fa: in particolare, quando indaghiamo come trasforma o riconfigura le procedure e le istituzioni della democrazia rappresentativa».
Si sviluppa, da qui, un itinerario che attraversa il sorgere e le contraddizioni del populismo, la critica democratica, la reazione antipolitica all’establishment, la figura del leader e i connotati del suo rapporto con il “popolo” (e della creazione che ogni leader fa del “suo” popolo), l’impatto della rete sulla vita democratica e il connesso declinare dei corpi intermedi (come i partiti e i tradizionali mezzi di comunicazione), la connessione tra il populismo e gli squilibri sociali crescenti, le forme di democrazia diretta praticate e praticabili. 
Un itinerario che giunge alla conclusione, ampiamente spiegata, che «il populismo non può risolvere i problemi contro i quali i movimenti populistici reagiscono», ma che è portatore di istanze che debbono essere ascoltate e seriamente affrontate: «i democratici dovrebbero intervenire nel merito delle argomentazioni costituzionali e politiche del populismo, invece di demonizzarle, e rivedere alcune fondamentali regole del gioco in modo da restituire potere decisionale ai cittadini e permettere loro di esercitare un controllo più stringente sui loro rappresentanti». Non giova, dunque, alla democrazia, il ribattere al populismo sul terreno della polemica fine a se stessa, l’accettare di fatto anche il linguaggio invettivo e non ragionato con cui quella polemica spesso si manifesta, ridurre il confronto al terreno delle schermaglie tattiche. Occorre una nuova cura delle istituzioni, comprese quelle intermedie, a cominciare dai partiti. Che non devono essere strumenti di potere di ristrette élite.

Il risvolto: Che tipo di democrazia è la democrazia populista? Da non confondersi con i regimi dittatoriali e autoritari, il populismo – nella prospettiva dell’autrice – va considerato una variante del governo rappresentativo, basata sul rapporto diretto tra un leader e il «suo popolo», rivendicato come «vero» contro l’establishment. Il rischio democratico non risiede allora nella domanda di espansione della democrazia, o nell’enfasi posta sul richiamo al popolo, ma nella selettività con cui il leader individua il suo popolo, facendone un’arma di parte da brandire contro l’altro. Il popolo dei populisti di fatto rifugge dall’inclusività e dalla generalità del popolo sovrano. Un contributo illuminante alla comprensione di un atteggiamento e di una prassi politica segnati da un crescente successo.

L’incipit: Il populismo non è un fenomeno nuovo. Ha fatto la sua comparsa nell’Ottocento, procedendo di pari passo con il processo di democratizzazione; e da allora le sembianze che ha preso hanno rispecchiato le forme dei governi rappresentativi che ha contestato. Ciò che oggi vi è di nuovo è l’intensità e la pervasività delle sue manifestazioni: movimenti populisti hanno fatto la loro comparsa in quasi tutte le democrazie, dal Venezuela all’Ungheria, dagli Stati Uniti all’Italia. Ogni serio tentativo di comprensione della politica contemporanea deve quindi fare i conti con questo fenomeno. Tuttavia la nostra capacità di analisi è condizionata dal fatto che, fino a poco tempo fa, il populismo è stato indagato secondo due prospettive molto specifiche: o è stato concepito come una sottospecie di fascismo; o è stato studiato come un regime che si presumeva circoscritto alle periferie del mondo occidentale, e in particolare agli stati dell’America Latina. Questi ultimi sono stati considerati la culla del populismo; dalle loro analisi sono emerse come da un crogiuolo le generalizzazioni che usiamo oggi per illustrare gli stili del populismo, i processi che lo mettono in moto, le sue condizioni di successo o di fallimento, fino a giungere alle innovazioni istituzionali di cui è capace.
Nuovo è anche l’interesse diffuso per il populismo tra studiosi, osservatori e cittadini.

L’autrice: Nadia Urbinati è professore ordinario di Teoria politica alla Columbia University di New York. Collabora a diversi quotidiani nazionali; tra i suoi libri ricordiamo Democrazia in diretta. Le nuove sfide alla rappresentanza (Feltrinelli, 2013), Democrazia sfigurata. Il popolo tra verità e opinione (Egea, 2014) e Utopia Europa (Castelvecchi, 2019).

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