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LO STRANIERI CHE VIENERipensare l'spitalità, di Michel Agier, Raffaello Cortina, Milano, 2020, pp. 168, € 15,00.

La condizione di straniero è destinata a diffondersi. Ma la mobilità che ci piace celebrare si scontra con le frontiere che gli Stati nazione erigono contro i “migranti”, trattati più come nemici che come ospiti. Spinti a compensare l’ostilità dei loro governi, molti cittadini si sono trovati costretti a fare qualcosa: accogliere, sfamare o trasportare viaggiatori in difficoltà. Hanno così ridestato un’antica tradizione antropologica che sembrava sopita: l’ospitalità. Questo modo di entrare in politica aprendo la porta di casa rivela però i suoi limiti. Ogni sistemazione è una goccia d’acqua nell’oceano del peregrinare globale e la benevolenza alla base di questi gesti non può fungere da salvacondotto permanente. Michel Agier ci invita a ripensare l’ospitalità attraverso la lente dell’antropologia, della filosofia e della storia. Se da un lato ne sottolinea le ambiguità, dall’altro ne rivela la capacità di scompaginare l’immaginario nazionale, perché lo straniero che arriva ci obbliga a vedere in modo diverso il posto che occupa ciascuno di noi nel mondo.

La recensione: […] È tempo, scrive Michel Agier in Lo straniero (in uscita da Cortina), di rifondare a livello sociale e strutturale l’ospitalità. Nella nostra società si oscilla tra un diffuso fastidio e l’aperta ostilità vero gli stranieri confinati in una dimensione di perenne «alterità» da una parte, e dall’altra il richiamo a un’accoglienza eticamente fondata ovvero a una insostenibile «ospitalità incondizionata», come la definivano Jacques Derrida e Anne Dufourmantelle. Come ospitare allora? Ancora una volta è solo uno sguardo all’ampio spettro delle società umane, contemporanee o antiche, a fornirci modelli e forme della convivenza umana. Agier guarda, per esempio, all’Africa occidentale: da tempo immemorabile, gli Hausa hanno praticato commerci a lunga distanza, connettendo e legando tra loro gruppi sociali disparati, e persino fondando quartieri multietnici (zongo) in numerose città. I mercati, in gran parte dell’Africa, erano luoghi «neutri», buoni all’incontro con gli stranieri, luoghi in cui giocare all’aperto le dinamiche dell’ospitalità. Ma Agier guarda ugualmente alle tante esperienze dia accoglienza ai confini realizzate in Europa nonostante e contro la pressione di molti settori dell’opinione pubblica. […]
(Adriano Favole, La Lettura del Corriere della Sera, 12-01-2020).


L’intervista: Le cronache e gli esodi di questi ultimi anni impongono un’accurata riflessione sulle politiche e le pratiche di accoglienza dei paesi occidentali. Ma ancor di più sulla capacità di vedere, nell’altro, non un alien, assoluto e disumanizzato, ma la donna o l’uomo concreto che viene e bussa alla nostra porta. Michel Agier, antropologo e ricercatore francese, è autore del libro Lo straniero che viene, edito dalla Raffaello Cortina.

– Nell’introduzione del suo libro, lei cita il filosofo Jean-Luc Nancy a proposito del corpo straniero, per sostenere che occorre considerare l’accoglienza dello straniero come un fatto politico legato a una scelta. Qual è l’importanza di questa scelta?
-Il problema di chi vede arrivare uno straniero si poggia sulla domanda: occorre farne un ospite e come? È importante riconoscere che, in questo primo momento, due impulsi coabitano, quello dell’ospitalità e quello della ostilità. Il filosofo Jacques Derrida ha parlato, in proposito di “ospi-ostilità”. Questi due impulsi o sentimenti hanno in comune di designare una persona come straniero. Per questo motivo ho consacrato l’ultimo capitolo del libro ad una definizione molto relativa dello straniero, si può essere tutti stranieri a seconda del contesto, del luogo, del momento. Per tornare alla domanda di partenza, il gesto dell’ospitalità – aprire la porta, allargare le braccia, iniziare una conversazione – è una scelta tanto politica che antropologica: si propone una relazione piuttosto che una chiusura, si apre una frontiera.
[…]
– Perché oggi ci sono problemi ad accogliere gli stranieri, i migranti, nella nostra Europa e, in generale, in Occidente?
– Io penso che ci sia una spiegazione politica ed una culturale, e questo non sono dello stesso ordine. Iniziamo da quella politica. Quando si parla di “accoglienza”, si fa allusione (e questo accade generalmente in Europa) alle politiche pubbliche relative agli stranieri in generale: i diritti, il diritto del lavoro, d’asilo, i meccanismi d’integrazione, e le relative istituzioni. Questi meccanismi di accoglienza statali, oggi dipendendo molto dagli orientamenti politici e ideologici degli stati-nazione. La maggior parte di questi, tende a stigmatizzare gli stranieri, a farne un problema, principalmente sul piano economico e culturale. A designare, le frontiere nazionali, come mezzo di protezione contro gli stranieri associati all’immagine del nemico. Si sa, molti ricercatori, in particolare economisti e demografi, dimostrano che più che un problema, i migranti sono una soluzione, in primo luogo per l’impiego (domestici, sanitari, edilizia). Invece, numerosi responsabili politici cercano di fondare la loro legittimazione con una chiusura su se stessi, che essi associano all’idea di sovranità.
La mobilità è così messa in causa per numerosi paesi del Sud, mentre è favorita per altri, le ineguaglianze sociali si aggiungono alle ineguaglianze delle origini.
Veniamo ora alla spiegazione culturale. Le nostre forme di organizzazione sociale, in Europa, si sono profondamente trasformate. Le famiglie si sono ridotte fino alla taglia di famiglia elementare, nucleare, anche di un solo individuo o di una diade genitore-figlio, nel caso delle famiglie separate, ricomposte, monoparentali.
A questo individualismo crescente sul piano sociologico, si aggiungono la riduzione della dimensione delle abitazioni nelle città (si vive sempre più in città) e l’individualizzazione dei progetti economici e, in generale, delle modalità di impegno nella società stessa. Tutto questo non crea uno spazio per lo straniero. Per questo motivo quando si è iniziato a parlare di solidarietà a livello personale, a partire dal 2010, in occasione della cosiddetta “crisi migratoria”, vi è stato un divario tra queste proposte, insieme intime e politiche, e lo stato della nostra vita in comune. Non abbiamo, oggi, più i mezzi per rispondere a questa domanda essenziale: come fare dello straniero un ospite?
– Lei scrive che occorre ripensare l’ospitalità ma come fare e dove iniziare?
– […] Occorre ripensare l’ospitalità anche per ridarle l’aspetto cosmopolita che, un altro filosofo Emmanuel Kant, aveva messo in evidenza nel XVIII secolo. L’ospitalità deve essere universale, scriveva, per mettere in piedi unmondo in primo luogo cosmopolita, nel quale lo straniero non sia in nessuna parte trattato da nemico. In questo caso, l’universalità dell’ospitalità, corrisponde alla sua dimensione planetaria. Noi viviamo tutti in uno stesso pianeta in cui nessuno ha più di un altro il diritto di essere. Questa eguaglianza planetaria di diritto, è politica. D’altronde, Kant sottolineava che l’ospitalità non è una questione di filantropia ma diritto. Dobbiamo, infine, interrogarci su di un’altra comunità, la cosiddetta “comunità internazionale”, che per il momento resta un’utopia, ma, lo credo fortemente, un’utopia necessaria.
(Alberto Basoalto, http://www.exagere.it/, febbraio 2020)

L’incipit: Poiché lo straniero che viene, che arriva ora, è per definizione un outsider – che arriva, letteralmente, da fuori – egli rischia sempre di essere considerato dall’ambiente in cui giunge, nel momento in cui viene visto, per quanto lontana e imprecisa sia la sua figura, come un intruso, anche se lui non si percepisce come tale. L’ospitalità è una risposta a questa indeterminatezza, al dubbio e all’incertezza che essa genera. È il momento in cui un semplice gesto può rendere lo straniero un ospite, che però non smetterà mai del tutto di essere uno straniero, e dunque di portare in sé la traccia dell’intruso. Nelle forme e nelle ripercussioni di questa pratica di ospitalità (che resta ancora da definire nei dettagli della sua attuazione, dei suoi effetti e delle sue limitazioni) si delinea progressivamente la concezione che ciascuno si fa dello straniero, dei differenti regimi e gradi della sua estraneità e quindi della relazione che con lui si può stringere, durante e oltre il gesto iniziale dell’ospitalità. Per quanto limitato nel tempo e nello spazio, questo spazio-tempo dell’ospitalità è prezioso per stabilire la relazione che lo prolungherà.

L’autore: Michel Agier è antropologo, ricercatore all’Istituto di ricerca per lo sviluppo (IRD) e direttore di studi all’École des hautes études en sciences sociales (EHESS). Ha coordinato il progetto Babels (Agenzia nazionale della ricerca, 2016-2018).

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