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A Fuerteventura e Lanzarote, le perle delle Canarie, tra vegetazione tropicale, deserti e depositi vulcanici. Dove persino una visione apocalittica genera piacere. Quando un’isola non è fatta di terra, ma di emozioni.


di RITA BARTOLUCCI

 

                                                                               

La natura nelle sue molteplici e libere forme, serene o inquietanti che siano, è la realtà che maggiormente mi attrae e coinvolge, più di quanto riescano a fare le umane cose, per quanto belle e preziose esse possano essere. Questo modo, molto personale, di rapportarmi con l’esterno mi ha condotto a operare scelte di vita a vario livello, comprese quelle che fanno capo al viaggiare. Pertanto gli ambienti che ancora, pur se in parte, si offrono in veste genuina hanno tutto il mio plauso. Non cerco “paradisi perduti”, né mi illudo che possano esistere, in un mondo così fatto globale e uniforme da economie consumistiche. Mi piace almeno sperare in luoghi che nascondano angoli dove poter percepire l’anima del mondo, in dialogo con la propria.
E di angoli, non intesi in senso strettamente geometrico, ve ne sono ancora tanti. Basta far loro una tara, sfrondarli di tutto il superfluo che li nega nell’originaria bellezza, ed eccoli pronti a parlare al cuore di ognuno e ascoltarne le voci in un dialogo intenso e profondo. Li ho incontrati nel corso di viaggi felici, quali quelli che mi accingo a narrare, sullo sfondo delle isole Canarie.

Si tratta di un possedimento spagnolo di sette isole localizzato nell’oceano Atlantico, davanti alle coste dell’Africa circa all’altezza del Marocco, indicato con il nome di Canarie. Il curioso appellativo dell’arcipelago non va attribuito alla presenza dei graziosi uccellini, se mai il contrario. Molto probabilmente rimanda al termine latino canis, dato da Plinio il Vecchio, per la gran quantità di questi animali di grossa corporatura, constatata nel corso di spedizioni armate dall’Impero romano. Al di là dell’origine – non sempre certa – del nome, le terre che ne fanno parte sono sicuramente eccezionali per la natura vulcanica e per l’ambiente tropicale che le caratterizza. Trovandosi in acque oceaniche, sono spesso avvolte – per via del calore e dell’umidità – da una fitta trama di nubi che quasi ne impedisce la vista dall’alto. Sembra quasi che l’aereo atterri alla “cieca”. Una volta al suolo, la coltre immediatamente si dissolve e il paesaggio appare in tutta la sua potenza.
Alcune di esse sono da tempo divenute oggetto di intenso turismo, che non le ha snaturate, ma vi ha lasciato impresso i caratteri di una chiassosa e movimentata vita mondana. Tenerife e Gran Canaria rientrano in questo novero, mentre altre hanno mantenuto più a lungo una certa riservatezza. Ma in epoca di turismo di gran massa anche, e soprattutto, i paradisi più appartati hanno perso l’originaria identità e sono andati via via disponendosi ad assecondare le richieste provenienti da un mercato di viaggi ancor più esigente.

Fuerteventura fa parte di questa categoria. Ѐ la più vicina alla costa africana – da cui dista solo cento chilometri – e per tanti caratteri le somiglia. Il suo aspetto geologico, il più vecchio rispetto a quello delle altre isole, evidenzia lo stretto legame con tale continente, di cui era parte integrante prima che eventi naturali ne segnassero lo stacco.
Per darne un’idea molto sommaria, viene presentata come “un pezzo di deserto nell’oceano” e, in effetti, l’espressione è abbastanza calzante. Nella zona Nord-Est dell’isola è infatti visibile un’ampia area completamente sabbiosa, di morbide dune bianche che ricreano, in dimensioni ridotte, l’ambiente del Sahara. Controversa ne è l’origine. C’è chi sostiene che la loro formazione sia da attribuirsi ai forti venti che, spirando dal deserto, trasportano grandi quantità di sabbia che lasciano cadere in tale luogo. E chi, invece, afferma che la sabbia sia di natura organica, formata da conchiglie e scheletri di animali marini. Nel dubbio, meglio lasciarsi andare al paesaggio, davvero sublime. Il contrasto, tra il candore della rena e il blu cobalto del mare, è talmente netto e potente che non lascia indifferenti neanche i più insensibili.
Non potevo certo lasciarmi sfuggire una gemma così rara, che mi si proponeva in forme tanto varie e allettanti. Le stesse coste non sono mai di uguale profilo. Se ne trovano di piatte e sabbiose ma anche di ispide e scoscese, per via dei trascorsi fenomeni vulcanici, e, a seconda del versante cui sono esposte, danno luogo ad ambienti diversissimi. La spiaggia de Sotavento a Sud-Est – luminosa, ben soleggiata, riparata e protetta dai venti, come indica il nome – è strabiliante per l’immagine scenografica che riesce a dare di sé.
Qui tutto è mare, e tutto è spiaggia.
Non si sa bene dove cominci l’uno e finisca l’altra, per effetto delle maree che, innalzandosi o abbassandosi, fanno affiorare o scomparire, da acque bianco-turchesi, banchi dorati di sabbia. L’effetto complessivo che se ne ricava è quello di abbagliante e fremente miraggio. Al contrario, le coste di Barlovento, nella parte occidentale, battute da forti venti, hanno un aspetto selvaggio. Onde alte le percuotono e spesso impediscono la balneazione. Circondate da desertiche rupi, appaiono solitarie, incutono un certo timore che amplifica il loro suggestivo fascino. Raggiungerle, attraverso una stretta via sterrata e scoscesa, richiede impegno e coraggio.Mi sono limitata a guardarle dall’alto, celata dietro un provvidenziale spuntone roccioso, che consentiva al respiro di riprendere un ritmo più regolare, reso difficile dallo sferzare del vento.
Mai dimenticherò quella visione apocalittica, né il piacere provato nel viverla da vicino, da un posto relativamente sicuro.
Un faro solitario, nella zona Sud-Occidentale dell’isola, è l’ultimo quadro con cui si chiude il percorso costiero. S’alza da un ruvido pianoro lavico nella estrema propaggine della penisola di Jandia, un tempo isola anch’essa, saldatasi poi al territorio di Fuerteventura per depositi sabbiosi.
Posto a fronte dell’immensità marina e alle spalle di un paesaggio brullo e lunare, il faro è una forte presenza che rassicura la difficile vita dei pescatori del piccolo bianco paese, da esso poco discosto.
L’interno dell’isola non è trascurabile.
Il paesaggio, contrassegnato da antichi coni vulcanici, si presenta nei toni grigio-rossastri per il materiale eruttivo emesso nel lontano passato. Il terreno, opportunamente curato, diviene fertile e dà luogo a coltivazioni di pregio, come la vite e la frutta esotica. In generale però il suo aspetto non è verdeggiante, ma piuttosto brullo, segnato da cespugli spinosi verso cui si dirigono voraci greggi di capre. Belle palme da dattero ingentiliscono l’ambiente e ricordano la vicinanza con l’Africa. Ma la tipicità del territorio riposa nei tanti mulini a vento, visibili ovunque.
Le grandi pale, come vele sul mare, vorticano sotto la spinta di soffi impetuosi e Don Chisciotte sembra lì pronto a combatterli con la sua lunga lancia, in groppa al prode destriero Ronzinante.  
Nel seducente entroterra sono disseminati diversi paesi; spicca tra essi la cittadina di Betancuria, un tempo capitale dell’isola. La sua architettura rimanda al passato coloniale di Fuerteventura, allorquando gli Spagnoli la conquistarono ed ebbero il sopravvento sulle indigene popolazioni Guanci. Le chiese, gli antichi palazzi, le semplici case sono tutti di colore bianco con inserti decorativi scuri, cosicché il nucleo abitativo rimanda, in forme semplificate, a modelli costruttivi spagnoli. Ma è il Messico a essere qui vivo e presente, visto che, anche all’altro capo del mondo, i Conquistadores, capeggiati da Hernán Cortès, agirono alla stessa maniera: sconfissero l’impero Azteco e vi imposero il dominio dei reali di Spagna. Per cui, non sembrerebbe affatto strano vedere aggirarsi per via uomini in poncho e sombrero e donne con bimbi, dalle guance paffute e grandi occhi neri, stretti al dorso entro sciarpe dai vivi colori.

Lanzarote, tra tutte le isole, è quella veramente speciale per il suo “scottante” problema: il vulcanesimo. Il fenomeno è di casa nelle terre dell’Arcipelago, ma in alcune è ormai spento o da tempo sopito, mentre qui è vivo e, letteralmente, “bruciante”. Me ne sono resa subito conto non appena il traghetto – che fa spola tra Fuerteventura e Lanzarote nell’arco di trenta minuti – è entrato nel porto del Carmen, dove già erano visibili enormi ammassi di lava nera.
Più che una terra, l’isola è un’emozione.
Aspra di monti brulli e desertici, con coni vulcanici che affiorano ovunque e crateri spalancati come bocche fameliche, allerta gli estranei perché le usino il dovuto rispetto. Nel 1730 è stata oggetto di una potente eruzione, generatasi nel vulcano Timanfaya e proseguita per sei lunghi anni, nel corso della quale sono andati distrutti interi paesi e grandissima parte del territorio è rimasta sommersa da cenere, lava e lapilli.
Il paesaggio è lunare e si estende su un’area di circa 50 chilometri, percorribili – solo in parte attraverso uno stretto sentiero cintato – con mezzi opportunamente disposti e dotati di guide, che illustrano il percorso e consentono la discesa solo in rari punti, dato che la temperatura del suolo è ancora altissima. Dei mezzi di locomozione fanno parte anche i dromedari. Ho scartato questa soluzione. Avendo già altrove avuto modo di “assaggiare” le gioie di passeggiate a dorso del simpatico animale, ho optato per un meno esotico, ma tranquillo bus.
Giunta, con altri visitatori, a uno spiazzo – da cui s’innalza una scultura del famoso artista e architetto Cèsar Manrique, raffigurante il diavolo e alquanto in tema con il luogo – finalmente mi è stato possibile uscire all’aperto e verificare di persona il fuoco incalzante poco al di sotto dei tanti smaniosi piedi turistici. A titolo dimostrativo, gli addetti al luogo gettavano acqua entro fori praticati nel suolo, immediatamente riemessa in forma di geyser. Strabiliante è stato anche vedere la cottura di carne, disposta su una griglia direttamente a contatto col calore proveniente dalla terra.
Di fronte a cotanta meraviglia, non nego di essermi lasciata andare a una sfrenata curiosità. Dimentica dell’età e dei comportamenti ad essa consoni, mi sono gettata nella mischia brandendo, a mo’ di arma, la macchina fotografica per cercare di portare con me quante più immagini possibili.
Ma l’isola, pur se non grande, non è tutta fuoco e fiamme.
Ha zone abitate e anche predisposte ad accogliere un turismo sempre più consistente. A questo suo sviluppo ha contribuito in modo sostanziale l’artista sopra menzionato, Cèsar Manrique: nativo di qui e di mondiale notorietà. Questi si è prodigato in mille modi perché l’isola mantenesse la sua naturale fisionomia, fornendo un esempio di costruzione – non invasiva dell’ambiente – con la sua stessa residenza, ora fondazione a lui intitolata.
Si tratta di una struttura di particolare fascino, che fa tutt’uno con il paesaggio.
Incassata nella lava, vive di essa e della sua bellezza. Ingloba persino esemplari della ricca vegetazione esotica, fatta di tanti tipi di piante grasse, che generose crescono sul territorio.
Oltre a diversi centri urbani, l’isola presenta modeste aree riservate a coltivazioni, consistenti per lo più in vigneti. Sono curati in modalità del tutto speciali, per proteggere le piante dal vento e dal calore, che divengono un essenziale elemento d’arredo del territorio. I contadini, con arte e sapienza, innalzano muretti a secco di materiale lavico a forma semicircolare, che accolgono basse viti di malvasia da cui ricavano un vino ambrato e dolcissimo.

Lasciare luoghi di così gran splendore, dove vita e morte pulsano all’unisono, mette rammarico
Non è per niente facile trovare altrove quella felice congiunzione di Eros e Thanatos, che qui spontaneamente è data, e su cui riposa il senso armonioso dell’esistere. Anche se, personalmente e in contraddizione con ciò che ragione vorrebbe, preferisco appuntare l’attenzione su Eros, che mi pare una divinità più simpatica rispetto a quella del “figlio della notte”. Purtroppo la mia pulsione di vita, in barba all’età o forse proprio per via di essa, è mal dosata e fa pendere sconsideratamente la bilancia verso il principio del piacere. Comunque stiano le cose, ho tantissimi motivi per tornare!

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