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fabbrica ricordoÈ possibile una vita senza ricordi? Perché abbiamo così paura di dimenticare? Che succede quando alla nostra mente si forma un ricordo? Nonostante l’analogia con la «memoria» del computer porti a pensare il contrario, la memoria ci sfugge completamente.
Forse per questo temiamo l’oblio, perché sappiamo che è l’oblio la verità della memoria. È tra questi due estremi del ricordo e dell’oblio che oscilliamo continuamente: fra un tenace attaccamento ai ricordi e il desiderio inconfessato di liberarci del loro peso. Con l’aiuto della filosofia, delle neuroscienze e dell’etologia, il libro delinea una mappa del campo mnemonico, un campo attraversato dalle due linee di forza del dimenticare e del ricordare, lungo le qauli si costruisce il nostro difficile rapporto con il tempo.

 «[…] Cimatti si scaglia contro due pregiudizi che determinano la comprensione media di ciò che chiamiamo ricordo: in primo luogo che esso sia una cosa e, secondariamente, che un mucchio di simili cose sia stipato in un archivio all’interno del cervello che chiamiamo memoria. Distinguendo tra memoria implicita ed esplicita, vale a dire tra un saper fare inconsapevole e un sapere di saper fare linguisticamente mediato, l’autore strappa il ricordo dalla collocazione abituale, nei recessi della mente individuale, per restituirlo alla sua dimensione pubblica, esterna, comune.
[…] Che il ricordo sia qualcosa da costruire (e non, come si ritiene abitualmente, soltanto da ricostruire) è un primo insegnamento tratto dalla psicoanalisi che Cimatti estende all’intero ambito della memoria. Sul lettino dell’analista, all’interno del setting (e dunque grazie a una specifica mnemotecnica) diviene chiaro che la traccia riceve il suo senso soltanto da una pratica sociale esterna. È il tema della freudiana Nachträglichkeit, del lacaniano après-coup o – più umilmente – del senno di poi che individua retrospettivamente il discorso di un primo ministro come un monito fieramente churchilliano o come una drammatica premonizione su se stesso. Il punto è che quel discorso, da solo, non era né l’uno né l’altro; solamente il secondo tempo proietta all’indietro il proprio antefatto, costituendolo come tale.
Né vero né falso, ma probabile come ogni costruzione, il ricordo costituisce a ritroso la sua stessa traccia affinché – secondo insegnamento tratto dalla psicoanalisi – la memoria ci liberi dalla ripetizione. Gli automatismi, i corsi e ricorsi di un passato mal digerito sono proprio quella memoria implicita, irriflessa, che può essere sconfitta solo tramite la decisione di ricordare.
[…]Costruire il ricordo per non ripetere coattivamente, ci suggerisce il libro di Cimatti. E questo ricordo ci potrà dischiudere quelle virtualità, quei percorsi possibili non sviluppati nel passato che potranno farci prendere strade nuove, al di là della retorica dell’andrà tutto bene.
(Stefano Oliva, in https://operavivamagazine.org/in-memoria-dei-tempi-recenti/)

L’incipit:Da un lato c’è un uomo che non riesce a dimenticare, Solomon Veniaminovič Šereševskij raccontato dal grande neurologo sovietico Aleksandr Lurija nel Viaggio nelle mente di un uomo che non dimenticava nulla; poi c’è un altro uomo, Henry Molaison, che invece non riesce più a formare alcun ricordo, raccontato in un altro classico della psicologia, Prigioniero del presente, della neuroscienziata statunitense Suzanne Corkin. Troppi ricordi da un lato, nessun ricordo dall’altro. In mezzo ci siamo noi e i «ricordi», a cui siamo così tenacemente attaccati, al punto che c’è chi parla addirittura di un «dovere della memoria», anche se si comincia a parlare pure di un «diritto all’oblio». Quello che sembrava essere un problema psicologico è subito, invece, un problema etico.
L’esistenza umana sarebbe impossibile senza ricordi; o meglio, forse una vita smemorata sarebbe possibile, ma sarebbe una vita molto diversa da quella che conduciamo normalmente. Ce lo ricorda (!) anche il fatto banale che dire di qualcuno che è «smemorato» non è certo un complimento. Per non parlare di tutti quegli esseri umani che hanno perso la memoria – spesso in conseguenza di una malattia neurovegetativa – e che tuttavia, almeno in una fase del decorso di questa malattia, possono condurre esistenze che per noi (quelli che ancora si ricordano chi sono) sono disperate, ma forse per loro non lo sono. Non sappiamo che vita sia, una vita del genere, una vita senza ricordi. Ma sicuramente è una vita. Lo spunto per la scrittura di questo libro, in fondo, nasce da questo disagio: perché per molti, forse quasi per tutti, una vita senza ricordi è una vita impensabile? Cosa c’è nell’oblio di così spaventoso? Un libro filosofico sulla memoria non può non interrogarsi su questo problema.

 L'autore: Felice Cimatti è un filosofo italiano. Si è laureato in Filosofia alla Sapienza di Roma coon una tesi sui linguaggi degli animali. È docente di Filosofia del Linguaggio all’Università della Calabria e insegna all’Istituto Freudiano, nella sede di Roma. Ha ricevuto il Premio Musatti 2012 dalla Società Psicoanalitica Italiana. Collaboratore del programma radiofonico «Fahrenheit» di Radio3, lavora anche con RAI Scuola per la trasmissione televisiva «Zettel». Fra le sue pubblicazioni si ricordano Il volto e la parola. Psicologia dell’apparenza (Quodlibet, 2007), Il possibile e il reale. Il sacro dopo la morte di Dio (Codice Edizioni, 2009), Filosofia dell’animalità (Laterza, 2013), Il taglio. Linguaggio e pulsione di morte (Quodlibet, 2015), Cose. Per una filosofia del reale (Bollati Boringhieri, 2018).

 

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