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DUBAIUn giardino incantato nel deserto, un precipitato di modernità pulsante là dove c'erano rocce e sabbia. Creata pressoché dal nulla da emiri abili e visionari, Dubai ha conosciuto solo il capitalismo e ha dato forma all'utopia consumistica: la felicità fondata sull'abbondanza. Ma senza diritti. Senza libertà politiche e civili. Guardiamola allora «la città più felice del mondo», gli altissimi grattacieli, i quartieri costruiti su isole artificiali, gli smisurati centri commerciali. Dietro la patina dei suoi splendori, troveremo la realtà di uno dei regimi più oppressivi, iniqui ed eco-distruttivi del mondo intero. Qui utopia e distopia si palesano per quello che sono: la stessa cosa. Come accade quando si pretende di lasciare il capitalismo senza i vincoli della politica democratica e dei diritti dell'uomo.

Una recensione: Avvantaggiati da una scrittura in forma di “prosa”, una narrazione semplice e accattivante, alla portata di tutti, Emanuele Felice (docente di Politica economica-Università di Pescara) in Dubai, l’ultima utopia pubblicato per i tipi de “il Mulino”, compie una disamina sulla storia della città sollecitando il lettore attento, lo studioso a suscitare questioni geopolitiche, ma soprattutto economiche. […]
Ricchezza e umanità non percorrono lo stesso binario. È sorprendente che ai cittadini non importi apparentemente granché, in quanto sono felici. La “metropoli”, simbolo dell’alienazione sociale, della spersonalizzazione, luogo di divisione sociale e del lavoro, assurge al paese dell’Eldorado, all’isola più felice del mondo. Agli inizi del Novecento, infatti, Dubai e altre città degli Emirati arabi erano conosciute per la loro produzione di perle, che costituivano la quasi totalità delle esportazioni nei paesi occidentali: perle che venivano raccolte nelle profondità del Golfo Persico dagli schiavi provenienti dall’Africa orientale oppure dagli abitanti degli Emirati. Non si trattava certo di un piacevole tuffo nel mar dei Caraibi. In seguito, si giunse, grazie a un imprenditore giapponese, a coltivare le perle; successivamente si è passati all’estrazione del petrolio, come nuova fonte di reddito. Si son costruiti, prosegue l’Autore di “Dubai, l’ultima utopia”, grattacieli nel deserto, immensi centri commerciali, porti, scali aerei. Dubai è diventata grazie ad alcuni sceicchi degli Emirati anche “la capitale mondiale del turismo”. Crescita esponenziale di una megalopoli dove il turista viene accolto da incantevoli giochi di luce, di fontane, di tutto ciò di cui ha bisogno. Una magnificenza che disorienta anche il più equilibrato che può essere soggetto a vertigini. […]
Ma, dall’utopia alla distopia, e di conseguenza, a divenire anche un “paradiso fiscale”, secondo l’analisi economico-politica di Felice, il passo è stato brevis, brevissimus, comportando negli ultimi anni un cambiamento mondiale atto a sparigliare le cartografie politiche del globo. Un’economia, sino a oggi, attrattiva quella di Dubai che non si fonda solo sull’“oro nero”. [..]
Incalza, infine, Emanuele Felice con alcuni degli interrogativi disseminati nel saggio: “Le democrazie sono meglio delle autocrazie anche in quanto a crescita economica? Anche per quel che riguarda la promessa di benessere materiale? Non è un caso che Pasolini parli di “omologazione all’interno di istituzioni democratiche” e Marcuse persino di “totalitarismo democratico”. In definitiva, la felicità sembra essersi smarrita per le strade impervie delle metropoli e di “Utopia”? Occorrerebbe chiederlo agli ultimi strati epidermici di una pelle e di un corpo che si chiama: società. Tempus fugit. 
Tuttavia, Dubai, l’ultima utopia ci invita a non inseguire troppo il tempo per non rischiare di farci accecare dai falsi miti. In realtà, dovrebbe esser chiaro che non sono soltanto le forme di governo, il capitalismo, il populismo, ecc., ma è il potere economico e politico che trasforma gli uomini in dei, immortali pervasi dal mercificio del tutto, dallo strabordare di uno spirito oggettivo in una conflittualità dell’Io che si placherebbe solo consumando. Emanuele Felice, perciò, con sagacia e competenza offre al lettore un’affascinante narrazione che fa comprendere criticamente una delle più stridenti contraddizioni della nostra contemporaneità.
(Alessandra Peluso, https://www.affaritaliani.it/libri-editori/dubai-l-ultima-utopia-di-emanuele-felice-666654.html)

L’incipit: Che cosa ci riserva il futuro? Si sa, gli uomini scrutano il cielo. È in fondo nella nostra natura di bipedi alzare lo sguardo. E se non vediamo (perché non vediamo), il futuro ce lo immaginiamo. Crediamo in mondi che non esistono, anche questo è un tratto distintivo. E così il cammino della Storia si va costellando di utopie: compongono il cimitero desolato, e affascinante, dei sogni dell’uomo. Terre immaginarie di benessere, armonia, giustizia. In principio questi non-luoghi della felicità dimoravano oltre i confini della vita terrena, nel passato del Mito, o nel futuro che si cela dopo la soglia fatale. Erano il Giardino incantato, un’invenzione dei sumeri che, a quanto pare, doveva trovarsi proprio da qualche parte del Golfo persico. Erano i paradisi delle anime (e dei corpi) promessi dalle grandi religioni monoteiste.

Poi dalla città di Dio si è passati alla città dell’Uomo, e l’utopia è diventata una faccenda terrena. I più alti ideali hanno dato colore all’orizzonte del nostro agire. Solo che più ci si avvicinava alla meta, più quel colore si tingeva di rosso. L’Utopia si tramuta nel Terrore. Del resto, chi voleva costringere i secolari tormenti a traguardi di perfezione e purezza non poteva che finire in quel modo: col capo nella ghigliottina. Dubai non ha conosciuto gli squarci della rivoluzione. Non ha conosciuto nessuna delle grandi utopie che hanno infiammato il cielo per poi affondare, nel secolo che abbiamo alle spalle. Non ne ha conosciuto nemmeno gli antidoti, grazie ai quali un mondo migliore tutto sommato siamo riusciti a tirarlo su: la politica democratica, con i suoi pesi e contrappesi, e i compromessi in nome del male minore; i diritti dell’uomo, anch’essi un prodotto della fervida immaginazione dei Sapiens, ma che almeno aiutano a ridurre un po’ il carico di sofferenze e umiliazioni che ci infliggiamo l’un l’altro (quelle sì, reali). Dubai è arrivata alla modernità in un battito d’ali, guidata da emiri abili e visionari. Straordinariamente capaci e altrettanto ambizioni – e inflessibili, e cinici. Dubai ha conosciuto solo il capitalismo. E ha dato forma, ergendosi grazie a quel sistema che ha mostrato di saper «governare le cose» meglio di qualunque altro, all’ultima utopia comparsa sul palcoscenico della Storia. L’utopia consumistica: la felicità fondata sull’abbondanza. Sì, d’accordo. Ma senza diritti. Senza libertà politiche e civili. Senza nemmeno granché di relazioni umane. Quasi ci fosse davvero «una sola dimensione» dell’uomo, come temeva Marcuse.

 L’autore: Emanuele Felice è professore ordinario di Politica economica nell’Università Gabriele D’Annunzio di Pescara. Con il Mulino ha pubblicato Divari regionali e intervento pubblico. Per una rilettura dello sviluppo in Italia (2007), Perché il Sud è rimasto indietro (nuova ed. 2916), Ascesa e declino. Storia economica d’Italia (nuova ed. 2018), Storia economica della felicità (2017) e Il Sud, l’Italia, l’Europa. Diario civile (2019).

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