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La scuola serve a vivere meglio, non a produrre di più
(Nando Cianci)

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Scuolaslow è una piazza nella quale incontrarsi, discutere, raccontare le riflessioni, le esperienze, le pratiche intrecciate con l'idea di una scuola slow, vale a dire sottratta...

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dionigiPensieri per il nostro tempo, di Ivano Dionigi, Raffaello Cortina, Milano, 2020, pp. 112,  12,00.

Il libro: In questi tempi di incertezza e solitudine, ci sentiamo smarriti e cerchiamo di capire quel che sta accadendo intorno a noi. Cos’hanno da dirci Virgilio e Lucrezio, Seneca e Agostino, che affrontano questioni e interrogativi dibattuti già duemila anni fa ad Atene e Roma? Ci sono voci che, resistendo al tempo, aiutano ad alimentare una nuova speranza nonostante la crisi.
Questo libro compie un viaggio, in più tappe e con brevi percorsi, tra passato e presente, tra antichi e moderni. Il punto di partenza è occasionale: una parola tradita, che reclama la restituzione del proprio volto, un episodio di cronaca, un dibattito su politica, scuola, lavoro, una riflessione su tragedie improvvise che possono colpire l’umanità. Piccoli pensieri sulla nostra identità e sul nostro futuro, formulati da altri viaggiatori prima di noi, da altri compagni di viaggio.
Alla ricerca di una risposta alla domanda di Agostino: “Tu chi sei?” (Tu quis es?). La domanda di ognuno di noi.

 Le recensioni:
 […] Quando si entra in questo libro, i discorsi di sintesi lasciano il posto alla freschezza del singolo capitolo, da leggersi di per sé, a mo' di breviario. Occhi sulla pagina (arricchita da numerose testimonianze di classici antichi e moderni) silenzio meditativo, pensiero dialogante, traduzione in prassi esistenziale: così mi sono accostato a questi Pensieri per il nostro tempo. Così invito a fare ogni lettore o lettrice. Solo due impressioni personali. Ho apprezzato le pagine di taglio «politico», fino al vero e proprio «Elogio della politica» quale arte del bene comune. «In pochi qui, alle vostre spiagge arrivammo a nuoto. Che razza di uomini è mai questa? Quale patria permette un uso così barbaro? Ci negano l'asilo della sabbia, ci fanno guerra, ci vietano di soggiornare sulla riva». Parole di naufraghi africani approdati sulle nostre coste? No, lamento posto da Virgilio in bocca ai troiani sbattuti sulle rive di Cartagine... «Come dobbiamo comportarci con gli uomini? Porgere la mano al naufrago, indicare la via a chi è smarrito, dividere il pane con l'affamato». Così il pagano Seneca fa arrossire molti «cristiani del campanile», ostili verso gli immigrati. L'altro tema frequente è, di nuovo, quello del tempo. Solo i titoli dei capitoli, per intenderci: «La cosa più preziosa». «Il presente non basta». «Duello col tempo». «Kairós». Fino a «Il cerchio e l'arco»: l'arte del vivere il tempo si coniuga con quella della lotta contro la morte. Dionigi cita Alcmeone, un medico dell'antichità: «Gli uomini muoiono perché non possono ricongiungere il principio con la fine». E chiosa con maestria: «Per una meravigliosa e tremenda ambiguità linguistica morte e vita sono iscritte nella stessa parola greca bios: bios è vita, biós è arco. A fronte della figura più perfetta, il cerchio, noi siamo un cerchio incompiuto, un arco: l'arco della vita, appunto». «Si scrivono libri e libri senza fine», annotava caustico il sapiente biblico Qohelet. Ma questo è un libro che vale la pena di meditare, perché le sue pagine approfondiscono la nostra vita. Come i libri più preziosi, è «una piccozza per rompere il mare di ghiaccio dentro di noi» (Kafka). 
(Enzo Bianchi, La Stampa, 4 luglio 2020)

Se dovessimo riassumere l'impegno intellettuale di Dionigi e l'intera sua opera potremmo evocare il suo sforzo ininterrotto di mostrare che i classici — latini e greci — non sono un passato inerte depositato alle nostre spalle, ma una lezione permanente che non cessa di illuminare il nostro avvenire. Non a caso classico è, come lo definisce Osip Mandel'stam, grande critico dantesco, «ciò che ancora ha da essere». Ma bisogna — come l'alta parola didattica di Dionigi è in grado di mostrare — sapere leggere i classici per ereditare creativamente quello che ci hanno tramandato. Non si può non ricordare in questo contesto l'importanza di due grandi classici non solo in questo libro, ma in tutto l'itinerario di Dionigi studioso, quali sono Lucrezio e Seneca. Sono le due anime che riflettono la doppia passione dell'autore: l'anima cosmologica, iconoclasta, materialistica radicale di Lucrezio e quella più riflessiva, meditativa, spirituale di Seneca. Sentimento dell'universale e sentimento del particolare, attenzione alle leggi inumane della Natura e scavo interiore, viaggio nell'abisso di se stessi. Sono i due volti fondamentali che definiscono l'uomo e l'intellettuale Dionigi ai quali però dovremmo subito aggiungere la figura di Agostino per come essa introduce una nuova visione della liberazione che non coincide né con l'epicureismo senza speranza di Lucrezio, né con la saggezza dello stoicismo di Seneca, ma col simbolo evangelico della croce come liberazione dell'uomo dall'ombra spessa della morte. Sono queste le tensioni che attraversano questo lucido e combattivo pamphlet: da una parte la presenza assidua del sentimento della nostra finitudine, del nostro essere mortali e dall'altra quella, altrettanto significativa, della politica, della solidarietà umana, della cura per la vita della polis, per l'insegnamento e l'educazione. Contro ogni demagogia populista e contro ogni illusione tecnocratica la scommessa più alta cade sempre, non a caso, per Dionigi, sulla Scuola perché, come scrive, è a partire da essa che si gioca tutto il nostro futuro.
(Massimo Recalcati, la Repubblica, 7 luglio 2020)

L'incipitIl ricordo è ancora nitido. Era il 9 ottobre 2002 quando Umberto eco, relatore nell’occasione insieme con Massimo Cacciari sul tema “Cos’è un classico”, di fronte a una marea di studenti liceali assiepati nell’Aula Magna dell’Alma mater di Bologna, sentenziò: “La lettura dei classici allunga la vita”.
Quel giudizio coglieva in modo mirabile la duplice funzione e natura dei classici, in particolare greci e latini: identità e alterità, fondamento e antagonismo.
1.Verso la sapienza e i saperi della classicità noi siamo debitori anzitutto di alcuni lasciti culturali specifici. Penso in particolare alla riflessione politica della Grecia classica, al patrimonio scientifico ellenistico, all’autonomia del diritto romano. Lo siamo, non meno, per l’educazione a un pensiero critico e plurale: la classicità infatti è il mondo dei libri e non del Libro, delle scritture e non della scrittura, della ragione e dei suoi limiti, della radicalità delle idee e dei loro conflitti, della critica e dell’autocritica. Ma il debito più rilevante e duraturo rimane quello linguistico. Noi parliamo greco quando parliamo di vita (bíos, zoé), politica (lis), parola e ragione (lógos), mito (mytos), storia (historía), tecnica ) téchne), poesia (póiesis) origine (ghénos), anima (psiché), opinione (dóxa), immagine (eikón), sofferenza (páthos), scrittura (graphé). Per non dire di tutte le parole composte di cui ci serviamo per indicare gran parte delle discipline non solo umanistiche, quali antropologia, filologia, filosofia, paleografia, ma anche scientifiche e tecnologiche, quali medicina, farmacologia, astrofisica, aritmetica, architettura.
Non meno vistoso è il nostro tributo verso il latino, la lingua che ci apre le porte del tempio del tempo. Lingua della politica (Imperium), della religione (Ecclesia) e della scienza (Studium), per oltre venti secoli è stata parlata da colti e incolti, imperatori e schiavi, condottieri e soldati, sacerdoti e fedeli, pagani e cristiani, cattolici e protestanti. Mater certa della nostra lingua e delle altre lingue dal Mar Nero all’Atlantico. Ha costituito la spina dorsale della cultura europea formando il lessico fondamentale della politica (res publica, civitas, negotium, otium), della religione (religio, pietas, cultus), della morale (virtus, clementia, dignitas). È depositaria di capolavori letterari che hanno resistito al tempo e alle mode: lo testimoniano le Commedie di Plauto, La ntura delle cose di Lucrezio, l’Eneide di Virgilio, le Storie di Tacito, le Metamorfosi di Ovidio; ed è stata il veicolo con cui i nostri grandi della poesia e del pensiero – da dante a Petrarca, da Bernardino da Siena a Lorenzo valla, da Machiavelli a Erasmo, da Foscolo a Leopardi – hanno “colloquiato” (cum, loqui) con gli antichi autori di Roma.
Al pari dei padri della nostra storia letteraria e culturale, anche noi abbiamo la possibilità di dialogare con i grandi del passato, Platone e Sofocle, Agostino e Seneca, Cicerone e Orazio; nella consapevolezza che loro, i classici, attendono di realizzarsi compiutamente in questo ininterrotto “colloquio” con i posteri: perché – a dirla con le parole illuminanti di Mandel'štam – classico non è ciò che è già stato, ma “ciò che ancora ha da essere”. 
2.I classici, oltre che fondativi della nostra identità, sono anche esotici e antagonisti al nostro presente e – come aveva esortato Petrarca – indirizzano il nostro sguardo non solo indietro, ma anche avanti (simul ante retroque prospiciens).

L’autore: Ivano Dionigi, latinista, è presidente della Pontificia accademia di latinità e direttore del Centro studi “La permanenza del classico” dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, di cui è stato Magnifico rettore dal 2009 al 2015. Tra i numerosi libri pubblicati: Osa sapere. Contro la paura e l'ignoranza (Solferino, 2019), Quando la vita ti viene a trovare. Lucrezio, Seneca e noi (Laterza, 2018), Il presente non basta. La lezione del latino (Mondadori, 2016).

 

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(G. Leopardi, Zibaldone, 16. Settem. 1832).

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