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Scuolaslow è una piazza nella quale incontrarsi, discutere, raccontare le riflessioni, le esperienze, le pratiche intrecciate con l'idea di una scuola slow, vale a dire sottratta...

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imprevedibilePresente, passato e futuro in tempo di coronavirus, di Vito Teti, Donzelli, Roma, 2020, pp. 112, € 15,00.

Il libro: La pandemia del coronavirus impone un passaggio d’epoca. Come d’improvviso, la linea del tempo si è spezzata, e il presente ci costringe a girare pagina, a sancire una irrimediabile rottura con tutto ciò che è stato fino ad ora. Il prima diventa davvero e definitivamente passato. Ma occorre stare attenti. Nell’interrogare e interpretare le tracce, i segni, le memorie che il passato ci restituisce, non ci può essere nessun sentimento di rimpianto, nessuna proposta di un insensato, peraltro impossibile, ritorno al tempo andato. Né a quello recente della «modernità», né a quello più remoto della «tradizione». Si tratta piuttosto di provare a far tesoro del passato, riconoscendone gli errori, gli eccessi, le incongruenze, e insieme ripercorrendone gli elementi preziosi che abbiamo perduto, che abbiamo più o meno consapevolmente rimosso, nella nostra baldanzosa rincorsa di un benessere assoluto. Si tratta di ritrovare un equilibrio nel modo di vivere il pianeta che abitiamo, nel rapporto che instauriamo con la natura, con le altre specie, e in primo luogo con la nostra. Si tratta di utilizzare le conoscenze scientifiche e i progressi tecnologici al fine di soddisfare altre priorità: la cura delle malattie, il risanamento dell’ambiente, la lotta alle diseguaglianze, l’eliminazione della povertà. Occorre, insomma, ritornare a pensare responsabilmente il futuro. Oggi la crisi ci restituisce lo sgomento di fronte all’imprevedibilità del contagio. Ma il coronavirus era davvero imprevedibile? E davvero non è possibile prevedere l’imprevedibile? C’è un solo modo per prevenire le catastrofi: è quello di pensarle come necessarie, di agire dando per scontato che esse prima o dopo arriveranno. Sforzarsi in tutti i modi di prevenirle. Accettando di buon grado che questi sforzi si rivelino inutili, se poi per caso le catastrofi non arriveranno.

Le recensioni:
Teti propone una visione tutt'altro che cronachistica della catastrofe (termine che significa letteralmente «rivolgimento», «rovesciamento») pandemica, a partire da un'originale approfondimento delle tracce che le Apocalissi lasciano nelle lingue e nelle culture umane. Solo lo sguardo ottuso di una modernità tutta protesa verso una crescita senza limiti ha potuto occultare le impronte chele catastrofi del passato hanno impresso nel paesaggio culturale che ci circonda. Le pandemie lasciano tracce materiali, come gli antichi borghi abbattuti dai terremoti o minacciati dalle frane. Lasciano tracce linguistiche nei dialetti e nei modi di dire (…). Lasciano abbondanti incrostazioni nei riti […]. Abbondanti tracce delle Apocalissi con cui l'essere umano ha dovuto da sempre convivere si trovano in quelle società, vicine o lontane che siano, che sono state scartate o fagocitate da una modernità che, divorando la memoria, relegandola a nostalgia di un passato al tramonto, ha finito, paradossalmente, per «abolire» il futuro. Sono le umanità del crepuscolo su cui Pier Paolo Pasolini esercitava la sua pietas. […] Ricordarsi che, prima o poi, le catastrofi arrivano, indagandone le tracce nelle forme di umanità, anche in quelle che appaiono lontane dal grande fiume del progresso, annidate in qualche gorgo laterale, non significa torcere il collo verso il passato. Al contrario. Esistono due forme di nostalgia (un termine che sembrerebbe coniato nel 1688 da Johannes Hofer), dice Vito Teti. C'è una nostalgia «patologica», «regressiva», «restauratrice». È quella di chi vorrebbe approdare sull'isola del giorno prima, invertire la rotta e tornare alla tradizione, intesa nella sua gelida immobilità. Ed esiste una nostalgia «creativa», «critica», «riflessiva». La prima «ricorda il passato in modo retorico, l'altra agisce per recuperare tutto ciò che è salvabile e che è possibile rigenerare. Sono queste le vie mai imboccate, i fallimenti, le discontinuità, i fili spezzati, i frammenti». La nostalgia creatrice non neutralizza la storia, ma «sprigiona delle dinamiche sovversive». […] Scriveva Bruno Latour nel suo saggio intitolato Tracciare la rotta (Raffaello Cortina, 2018) che siamo come i passeggeri di un aereo che non può né ritornare verso l'isola da cui è partito, miraggio di una tradizione «autentica» e di un passato mitico che non torna mai uguale a sé stesso; né approdare verso l'isola del progresso senza fine e della globalizzazione che cancella ogni forma di precarietà e vulnerabilità. Siamo naufraghi che nuotano verso un'isola che noi stessi dobbiamo costruire con le nostre narrazioni e la nostra immaginazione, piena di sogni e utopie, ma anche consapevole degli incubi che hanno reso travagliata la nostra storia.
(Adriano Favole, La Lettura – Corriere della Sera, 12 luglio 2020)

Le immagini e le sonorità che abbiamo vissuto nel periodo d'isolamento, quel vuoto delle strade, delle piazze, persino di quella di san Pietro durante la preghiera Urbi et orbi di papa Francesco, ci hanno reso manifesta la fragilità del mondo, in quei giorni disabitato e preda di un'idea apocalittica che pensavamo appartenesse solo a passate mitologie. Vito Teti, già dal principio del suo volume, invita a riflettere su concetti come catastrofe o apocalisse, magari in slow motion, perché nel tempo costruite e provocate dai nostri irrazionali comportamenti, dalle nostre deterioranti azioni quotidiane. L'antropologo osserva e riflette sullo scenario italiano partendo da un punto di vista quasi intimo e familiare - «le storie che mi raccontavano nonna e mamma» - che si apre però all'osservazione dei cambiamenti culturali avvenuti nella storia recente del Paese. Mutamenti che implicano necessariamente un prima e un dopo, dove il prima, ciò che chiamiamo passato, possa essere risorsa per ottenere modelli alternativi di futuro. La stessa nostalgia - spesso indagata nei lavori di Teti — deve essere stimolo «capace eli sprigionare, a certe condizioni, dinamiche autenticamente innovative, rivoluzionarie, 'sovversive'». Una nostalgia raccontata dai miti e agita nei riti del Sud con quelle sfumature color seppia delle vecchie fotografie e che ancora parlano di terribili catastrofi miracolosamente risolte da eroici portatori di santità. […] Si potrà allora Prevedere l'imprevedibile in tanti modi, anche penetrando il senso profondo della cultura subalterna: dietro al culto di san Giorgio uccisore del drago, simbolo di paludi, miasmi, morbi pestiferi, non troviamo forse l'accorto ammonimento di porre cura e attenzione al proprio territorio? I santi vincono sugli animali, certo, ma ragionevolmente la loro vittoria non è mai definitiva, come in modo implicito raccontano i ciclici rituali che rivivificano storie prototipiche sempre nelle stesse date. Prevedere l'imprevedibile non significa quindi guardare solo al futuro, ma anche comprendere le culture ciel passato, incluso il simbolismo di un animale come il pipistrello, oggetto dell'appendice che conclude il volume (Il pipistrello, il virus e il vampiro). La sua storia, la costante demonizzazione che ancor oggi sembra trovare giustificazione in quella ricerca di un animale-serbatoio ciel coronavirus, ne fanno un caso di studio molto interessante e fecondo. Possiamo continuare a vederlo come un capro espiatorio o come un alleato nella ricerca scientifica: al solito sta a noi, alla nostra intelligenza, scegliere.
(Claudio Corvino, il manifesto, 23 giugno 2020)

L’incipit: Un libro breve: già questa, per me, è una novità da consegnare allo spirito dei tempi e oggi, forse, a una possibile, prevedibile, pensabile, «fine del tempo». Fino a ieri lo avrei giudicato contrario al mio modo naturale di concepire la scrittura. Sono stato, fin da bambino (quando riempivo agendine e quaderni che ancora conservo), persuaso dello stretto rapporto, della sovrapposizione tra vita, scrittura, letteratura. Ho scritto (non pensando a una sfera pubblica e alla qualità letteraria di quello che scarabocchiavo con ansia, a getto, a flusso) a volte per non morire, altre per non impazzire, talora per guarire. E ho sempre pensato che la stesura di un libro non finisse mai davvero; che lo si scrivesse vivendo o che, per essere vero, dovesse essere lungo quanto e come la vita, e che magari soltanto alcune pagine di questo Libro impossibile potessero uscire, a un certo punto, per decisione dell’editore, il quale interrompeva, come in questo caso a ragione, una mia fantasia, solo per riprenderla il giorno dopo nel libro successivo.
Scrivo questa nota anche per constatare una tale novità, con cui mi consegno alle persone che mi leggeranno. Adesso, forse, brevità, leggerezza, rapidità (queste due ultime, in altri tempi non poi così lontani, Calvino aveva collocato tra le possibili qualità utili al futuro della letteratura per il nuovo millennio) diventeranno le sole cifre di un’epoca in cui si sente la necessità di raccontare, capire subito tutto, urgentemente, immediatamente: un bisogno che, in realtà, non dovrebbe escludere un’attenzione alla complessità del mondo in cui viviamo, e che richiederebbe più tempo, riflessività e maggiore lentezza. Questa volta, però, sono io stesso a sentire il bisogno di chiudere, di venire a capo di un cambiamento repentino. Ci sarà tanto a cui pensare, e il tempo si allungherà in questa riflessione. Ma, intanto, è doverosa una presa d’atto, uno sguardo concentrato, un colpo d’occhio su quello che mi sta capitando dentro. Cerco allora una prima conferma: mi affaccio e guardo fuori, per vedere se c’è traccia di questa mutazione che mi sento addosso.
Sono basse le nuvole questa mattina. Dense, si adagiano tra le colline, dipingendo un paesaggio immaginario di piccoli laghi verso i paesi del Mesima, del Vibonese, della Piana. Oltre, sulla destra, lo sguardo comincia ad aprirsi sullo Stretto di Messina, mentre il sole sta nascendo dal versante ionico, alle spalle del mio paese.
Non ho dormito questa notte, e non è una novità per chi da anni viaggia da fermo, con il fuso orario dell’erranza, dell’inquietudine, sentendosi in esilio, straniero, anche e proprio in queste stanze amate, ben conosciute. Prendo la macchina fotografica e cerco di fissare il paesaggio che ho di fronte, e che accompagna le mie veglie. Nei giorni, nei mesi e negli anni, nelle ore diverse del giorno, il mio sguardo e anche il mio corpo sono quasi divenuti parte di questi luoghi naturali, di questo paesaggio culturale, pure non sempre pacificato e familiare.
Per la prima volta, questa mattina, mi accorgo che non è così, non è la stessa cosa. È cambiato il mio sguardo sul mondo. Sta cambiando, sotto i miei stessi occhi, il mio essere nel mondo.

L’autore: Vito Teti è professore ordinario di Antropologia culturale all’Università della Calabria, dove ha fondato e dirige il Centro di iniziative e ricerche Antropologie e Letterature del Mediterraneo. Tra le sue pubblicazioni: Il senso dei luoghi. Memoria e storia dei paesi abbandonati (Donzelli, 2004; 3a ed. 2014); Storia del peperoncino. Un protagonista delle culture mediterranee (Donzelli, 2007); Maledetto Sud (Einaudi, 2013); Quel che resta. L’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni (Donzelli, 2017); Il vampiro e la melanconia. Miti, storie, immaginazioni (Donzelli, 2018).

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